Dagli Usa all'Africa: il bilancio in chiaroscuro del governo Meloni in politica estera
L'esecutivo Meloni è riuscito a portare i propri temi nelle sedi europee e internazionali, accreditando anche la strategia “dura” sui migranti. Le montagne russe del rapporto con Trump, prima delizia e poi croce. Oggi la festa a Bari

C’è stato un tempo in cui si diceva: «Meloni sta raggiungendo più risultati in politica estera che in Patria». Per metà legislatura, in effetti, la premier, fuori dai confini, ha stupito anche i più scettici: lingue straniere parlate fluentemente, continuità e affidabilità sull’Ucraina, asse solido con Von der Leyen a Bruxelles al punto da rendere “mobile” la maggioranza nell’Europarlamento, oggettiva capacità di portare alcuni temi al centro del dibattito internazionale (migrazioni e contrasto con «soluzioni innovative» ai flussi irregolari, rapporti con l’Africa, penetrazione senza regole dell’Intelligenza artificiale…). Il ritorno di Donald Trump doveva contribuire a rendere la premier ancora più centrale. E invece si è trasformato in un clamoroso boomerang. Appoggiando le azioni di Netanyahu a Gaza, il presidente Usa ha esposto la presidente del Consiglio alla prima vera crisi di popolarità in Italia, molti mesi prima del referendum sulla giustizia. Meloni ha iniziato a dire e non dire, ad adottare una forma di passività verso il presidente americano che contrastava nettamente con la solidarietà verso il popolo palestinese espressa da una larga fetta del Paese, in particolare tra i giovani.
I rapporti con Trump e con il governo israeliano sono diventati un tallone d’Achille. Allo stesso tempo, le mosse del presidente Usa sullo scenario russo-ucraino hanno messo in discussione la posizione del governo italiano, ereditata dall’esecutivo Draghi. E solo quando non è stato più possibile affidarsi agli equilibrismi, la premier è tornata al bene-rifugio, all’Europa. Solo ancorandosi a Bruxelles Meloni ha potuto prendere le distanze da Trump su Groenlandia, Iran, Hormuz, parzialmente anche sul Venezuela. Sono circostanze che però hanno fatto cadere tutte le ambizione da “pontiera” della premier italiana, e hanno condotto dritto agli attacchi pesanti, ripetuti e anche sguaiati di Trump alla presidente del Consiglio. Con quel video in cui ha scandito «io e l’Italia non imploriamo mai» Meloni ha iniziato una fase-due della sua politica estera. Ma con davanti uno scorcio temporale forse troppo ridotto per recuperare quanto perso per strada.
Nel sentiero che porta verso le urne del 2027, la sensazione è che Roma torni sul “tradizionale”: ancoraggio alla linea tedesca sulle questioni più spinose e normalizzazione dei rapporti con la Francia. Senza tuttavia lanciarsi in accorate professioni di europeismo, che non possono entrare dall’oggi al domani nel bagaglio della leader di FdI. E anche di questi temi, la premier parlerà stasera a Bari alla kermesse con cui vuole festeggiare il record di longevità del suo Governo.
MEDIO ORIENTE
Il 7 ottobre 2023 ha visto Meloni sgomenta come tutti i leader europei, unanimi nella condanna dell’azione terroristica di Hamas. Ma già a distanza di poche settimane, il governo italiano, avviando le prime evacuazioni sanitarie di minori palestinesi, aveva inteso che il criterio di proporzionalità della reazione israeliana sarebbe stato abbondantemente superato. E anche il piano Food for Gaza, messo presto in campo, esprime chiaramente la preoccupazione umanitaria di Roma. Eppure, la premier, per l’intero 2024, ha respinto ogni richiesta di assumere una posizione chiara sia sui rapporti con Israele sia sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Nel frattempo le mobilitazioni pro-Pal crescevano e costruivano opinione. Solo dopo la sconfitta al referendum Meloni si lancia in qualche affermazione più netta. A giugno 2025, anche seguendo alcune dichiarazioni di Mattarella, la premier arriva a definire «inaccettabili» le azioni di Tel Aviv. In uno scambio informale la premier non dissentiva nemmeno dalla parola «genocidio». E a settembre dello scorso anno, all’Assemblea generale dell'Onu, Meloni dichiara che Israele «non ha il diritto di impedire la nascita di uno Stato palestinese», subordinando però il riconoscimento dell'Italia all'esclusione totale di Hamas dalla futura governance. Messaggi poi però sviliti dal balletto sul Board of peace trumpiano: l’Italia afferma che non vi può partecipare per vincoli costituzionali, poi ci va da osservatore con il vicepremier Tajani. In Europa, invece, Roma con Berlino fa muro a ogni ipotesi di interruzione dei rapporti commerciali con Israele.
FRONTE EST
Su Kiev la linea non è cambiata ma è stata modificata la "narrazione"
Quando dall’opposizione, a inizio 2022, Giorgia Meloni ha sposato la linea-Draghi su Kiev, ha nei fatti costruito quello “standing” che ha reso più agevole l’accettazione, a livello europeo e internazionale, della sua vittoria elettorale. E sino a metà 2025 la premier italiana è stata tra i leader più assertivi nel difendere e promuovere la strategia della deterrenza contro Mosca. «Pace non significa resa», diceva la premier in ogni sede. Ospitando a luglio dell’anno scorso la Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina, Meloni, con al fianco Zelensky, affermava convinta che immaginare e costruire il “dopo” è il modo più forte per disinnescare il disegno strategico russo di piegare la popolazione ucraina. Dopo, qualcosa è cambiato. Soprattutto quando è iniziato l’attivismo anglo-francese per una Coalizione dei volenterosi. Meloni ha guardato il progetto da una distanza di sicurezza, ma con un paletto espresso in Parlamento: i militari italiani non metteranno i piedi sul terreno. Anche nei consessi europei l’Italia è stata tra i Paesi più prudenti circa l’utilizzo dei beni sovrani russi congelati. L’ultima fase, coincidente con l’anno in corso, non ha visto cambiare nella sostanza la posizione italiana, ma la narrazione è stata modificata in una direzione più “diplomatica”. Al punto che la fornitura annuale di armi a Kiev è quasi sottaciuta. Pesa la posizione, dentro la coalizione, di Salvini, e soprattutto quella, fuori dalla coalizione, di Vannacci.
AFRICA
Il nuovo modello del Piano Mattei che è arrivato a coinvolgere 18 Paesi
La premier ha affiancato al “muso duro” sulla protezione delle frontiere un’azione di cooperazione con i Paesi di origine e di transito delle migrazioni, denominato Piano Mattei sebbene con qualche malumore tra i familiari del visionario fondatore dell’Eni. Oggi il Piano coinvolge 18 Paesi, ha formalmente risorse superiori ai 5 miliardi e ha attivato 76 progetti in settori quali sanità, transizione energetica, gestione idrica e formazione agricola. Il Piano è tornato utile anche quando l’Italia ha dovuto far fronte alle necessità della diversificazione energetica. Tra le criticità rilevate anche da associazioni e ong ci sono lentezze burocratiche, mancanza di trasparenza, scarso coinvolgimento della rete tradizionale della cooperazione estera. Il Piano ha ricevuto anche attenzione dall’Ue e si è intrecciata con alcuni fondi comunitari. La premier l’ha portato come modello in molteplici sedi internazionali, compresa l’Onu. Ma è oggettivamente difficile da valutare. Tanto più che i rapporti con i Paesi africani coinvolti non sono strettamente interrelati all’esecuzione del Piano. Pochi giorni fa, ad esempio, Roma ha dovuto ritirare l’ambasciatore dall’Etiopia. Tra gli elementi qualificanti del Piano, anche la collaborazione attivata con la Banca mondiale. Nel concreto, l’Italia ha rafforzato il proprio impegno multilaterale aumentando di circa il 25% il sostegno finanziario all’Ida (International development association), il braccio della Banca Mondiale che offre prestiti e sovvenzioni a fondo perduto ai Paesi più poveri del mondo.
UE
Bruxelles, Berlino, Parigi, Madrid: in Europa successi e liti con i leader
Contrariamente alle previsioni, dopo le elezioni europee del 2024 Giorgia Meloni è riuscita a evitare l’isolamento politico in Europa e ha incassato una nomina di peso nella Commissione, quella di Raffaele Fitto. A sigillo di un rapporto forte con Ursula Von der Leyen, che in larga parte ha mostrato di condividere l’agenda della premier sia sul contrasto all’immigrazione irregolare sia sull’addolcimento del programma di ecosostenibilità dell’Unione. Anche nell’Europarlamento la compagine di FdI, che non si è mai confusa con la destra iper-identitaria, è riuscita più volte a contribuire a maggioranze alternative rispetto a quella tradizionale formata da popolari, socialisti e liberali. Complici anche le discrete simpatie di cui la destra italiana di governo gode nel Ppe. A corrente alternata il rapporto con le principali cancellerie europee. Piuttosto vivo il rapporto con la Germania di Merz, tornata a essere un punto di riferimento per Roma soprattutto dopo la crisi con Washington. Quando Roma si è trovata senza la luce di Trump, volentieri si è aggregata al moderatismo di Berlino. Con Parigi e Madrid il rapporto è di vera competizione politica, quasi ideologica. All’inizio lo scontro era soprattutto tra Meloni e Macron, ma le comuni necessità negli ultimi mesi hanno prodotto un riavvicinamento, sebbene privo di entusiasmi. Oggi la contrapposizione è soprattutto tra Meloni e Sanchez, e somiglia alla contrapposizione tra due idee di Europa che andranno a scontrarsi sia nelle competizione elettorali nazionali sia nelle elezioni europee del 2029.
USA
Il ritorno di Trump da sogno a incubo. La replica alle offese: «Io non imploro»
Attesa come la legittimazione definitiva delle sue posizioni in Europa, la vittoria di Trump si è rivelata per Meloni un vero rompicapo e motivo di profondo imbarazzo politico e personale. Sono ormai lontani i giorni del gennaio 2025 in cui la premier, in netto anticipo sui colleghi europei, viene ospitata a Mar-a-Lago prima ancora che Trump si insedi dopo il trionfo elettorale. E sono lontani i giorni in cui si vagheggiava di una Internazionale Maga con Trump e Milei nelle Americhe e Meloni con Orbán in Europa. Dopo il «no» all’utilizzo delle basi italiane per azioni offensive contro l’Iran, il tycoon scoppia. La Casa Bianca parla direttamente con testate italiane. Al Corriere della sera, ad aprile, Trump dice: «Sono rimasto scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, ma mi sbagliavo». Dopo il G7 di Evian, in Francia, la crisi vera e propria. A La7, al cronista deceduto lo scorso luglio Daniele Compatangelo, Trump dice: «Mi ha implorato di fare una foto con lei. Voleva così tanto una foto con me... Avrei potuto evitarlo, ma mi ha fatto pena». La premier reagirà duramente con un video realizzato in pochi minuti da Bruxelles: «Io e l’Italia non imploriamo nessuno». Anche alla vigilia del vertice Nato Trump provoca, con un meme in cui chiede un «ordine restrittivo» contro la premier italiana. Solo di recente, al New York Times, Meloni ha dato una nuova risposta al tycoon: «È evidente – ammette - che con Donald Trump pensavo che le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza su immigrazione e cultura woke. Le cose sono andate diversamente».
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