Alla deriva senza acqua né cibo: i superstiti tra i cadaveri di chi non ce l'ha fatta

83 vittime sulla rotta delle Canarie: il barcone era partito il 7 agosto dal Gambia. I soccorritori: «Una scena dantesca, c’erano 44 superstiti fra i morti»
Google preferred source
September 3, 2026
Alla deriva senza acqua né cibo: i superstiti tra i cadaveri di chi non ce l'ha fatta
Lo sbarco dei superstiti sul molo di Arguineguín, a Gran Canaria, dove l’11 giugno, papa Leone XIV ha rivolto un appello in favore dei migranti / REUTERS
«Pensavamo che una delle quattro donne a bordo fosse sopravvissuta. Invece no. Ci sbagliavamo. Nessuna ce l’ha fatta dopo ventisette giorni per mare. Nemmeno la bambina», racconta Helena Maleno, ricercatrice specializzata sulla questione migratoria e fondatrice di “Caminando fronteras”. È stato proprio il collettivo di attivisti e giornalisti a dover informare le famiglie delle vittime dell’ennesima strage della “rotta atlantica”: 83 morti, quasi due terzi dei 127 passeggeri partiti dal Gambia il 7 agosto. Per settimane, i parenti avevano contattato “Caminando fronteras” dopo aver perso le tracce del “cayuco”, letteralmente “caicco”, in realtà una delle carrette del mare protagoniste dei viaggi della disperazione dall’Africa alle Canarie. «Erano terrorizzati. Temevano il peggio. Proprio quanto accaduto», sottolinea Helena Maleno. Mercoledì, un volo di ricognizione del Soccorso marittimo ha notato per caso l’imbarcazione alla deriva e la “sua” nave Urania ha avviato le ricerche. Poco prima dell’alba di oggi, a 120 chilometri da Gran Canaria, si sono trovati di fronte «un’immagine dantesca», come ha riferito l’equipaggio. «In condizioni normali, i migranti impiegano tra i sette e i dieci giorni a raggiungere l’arcipelago spagnolo dalle coste gambiane. Chi parte riesce a portare con sé appena il necessario per quel periodo. Se, però, il tempo di navigazione si triplica restano senza cibo e, soprattutto, acqua», prosegue la fondatrice di “Caminando fronteras”. I 44 superstiti – tutti uomini, di origine subsahariana –, dunque, giacevano inermi e intontiti accanto ad almeno cinque cadaveri. Potevano essercene altri in fondo al barcone ma le onde alte tre metri, gonfiate da potenti raffiche e il buio non hanno consentito indagini più approfondite. Anzi, i soccorritori hanno potuto portare via solo i vivi e lasciare i morti nel “cayuco”, nell’oceano in burrasca.
Tre delle persone recuperate, incapaci di reggersi in piedi e in stato catatonico, hanno dovuto essere portate in elicottero all’ospedale Doctor Negrin di Las Palmas a Gran Canaria. Un quarto non ha potuto essere caricato a causa dello stato confusionale e aggressivo in cui si trovava. «Sembrava impazzito. La solitudine, la disidratazione... Forse aveva bevuto acqua di mare», dicono fonti ben informate ad Avvenire. Il giovane, dunque, è stato trasferito sulla Urania e portato insieme agli altri al molo di Arguineguín. Il luogo dove, l’11 giugno scorso, papa Leone XIV, aveva esortato il mondo a un «esame di coscienza» di fronte al dramma dei naufragi nel Mediterraneo e nell’Atlantico. L’Europa «non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», aveva affermato il Pontefice.
Il flusso lungo la rotta delle Canarie – la più letale – è diminuito drasticamente nell’ultimo anno e mezzo. Da gennaio ad agosto, sono sbarcati poco più di 5mila migranti, il 57 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2025. Le stragi, però, continuano: nei primi cinque mesi del 2026, Caminando fronteras ha registrato 635 morti nell’intento di raggiungere le isole, in media quattro vittime al giorno, la metà dei migranti deceduti alle frontiere spagnole. «Il fatto è che spesso i caicco scompaiono e i loro passeggeri non vengono conteggiati tra le vittime. Stavolta sono stati individuati per un caso... Oppure sono intercettati dalle autorità di Mauritania e Marocco che hanno incrementato i controlli. Dal nostro monitoraggio risulta, comunque, che le imbarcazioni continuano a partire soprattutto dal Gambia, dalla Guinea Conakry e dalla Guinea Bissau – afferma Helena Maleno –. Per questo chiediamo ai politici, in caso di allarme, di collaborare e coordinare le ricerche – anche con mezzi aerei, i più efficaci – nelle proprie acque territoriali. Purtroppo, troppo spesso, non accade».
Parole che assumono una forza ancora maggiore nel pieno della crisi di Ceuta, a quasi cinque settimane dall’arrivo in massa di 72mila persone, perloppiù marocchini, tra il 30 e il 31 luglio. Secondo il governo della città spagnola in terra d’Africa, ne sono rimasti 9mila, Madrid parla di 5mila. In ogni caso, la tensione nell’enclave è massima: le migliaia di nuovi arrivati vagano per le strade con quel che riescono a racimolare per mangiare dentro un sacchetto di plastica e il cellulare perennemente scarico. Nel Centro di accoglienza temporaneo non c’è più spazio: sono, così, costretti ad ammassarsi in tendopoli improvvisate, nei giardini o sulle soglie degli abitanti, esasperati. Gli 80mila residenti si sentono abbandonati dalle autorità, come ha confermato anche la protesta di mercoledì sera. Gruppi xenofobi e l’ultradestra soffiano sul fuoco della rabbia per guadagnare consensi.
In vista delle elezioni della prossima primavera, la polarizzazione è massima. Il premier socialista Pedro Sánchez ha difeso l’operato del suo esecutivo. Nell’intervento al Congresso ha rifiutato di incolpare Rabat della crisi – come media e analisti sospettano fin dal principio –, suscitando malcontento anche nelle fila della sinistra. «Non abbiamo prove certe. Se ce ne fossero, agiremmo di conseguenza. Non abbiamo paura di essere fermi, questo, però, non è incompatibile con la prudenza». Il riferimento è al recente rapporto dell’intelligence spagnola, commissionato dall’Alta Corte. Quest’ultimo conferma che gli agenti marocchini non hanno fermato chi attraversava il confine per oltre dieci ore ma non attribuisce il «lassismo» a un’azione premeditata. Sánchez, dunque, ha ribadito la collaborazione con Rabat anche se, il 21 agosto, il governo ha convocato l’ambasciatore marocchino dopo alcune dichiarazioni che mettevano in dubbio la sovranità spagnola su Ceuta. In quest’ottica si può leggere l’annuncio «dell’imminente» viaggio del re – il primo di Felipe VI – nell’enclave. L’opposizione, però, continua ad attaccare. I leader dei popolari, Alberto Núñez Feijóo, ha accusato il premier di essere «incompetente e complice» mentre il rappresentante dell’ultradestra di Vox, Santiago Abascal, ha gridato «al tradimento».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire