Quelle regole su tatuaggi e uniformi che penalizzano le donne in Polizia

di Gabriele Rosana, Bruxelles
L'avvocato generale dell'Ue dà parere positivo sul ricorso di una donna esclusa dal concorso per un fiorellino tatuato sul polpaccio. C'entrano i tailleur
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September 3, 2026
Quelle regole su tatuaggi e uniformi che penalizzano le donne in Polizia
Uomini e donne della Polizia sfilano durante le celebrazioni del 174esimo anniversario della fondazione della Polizia di Stato, lo scorso 10 aprile 2026/ ANSA
Un fiorellino tatuato sul polpaccio? In Italia può costare il posto a chi provi ad arruolarsi in Polizia. Ma solo se sei donna, poiché il disegno sarebbe visibile con indosso la gonna durante le cerimonie ufficiali. Il caso di una giovane (H.G.) che, dopo aver superato le prove scritte è stata estromessa dal concorso pubblico nel corso della visita di rito che ha rilevato il disegno sulla gamba sinistra, è finito davanti alla Corte di Giustizia dell’Ue, interpellata dal Tar del Lazio.
La domanda è semplice: dietro il divieto di tatuaggi visibili in caso di utilizzo della divisa cerimoniale non si nasconde in realtà una discriminazione ai danni delle sole candidate? E, se così fosse, non sarebbe il momento di rivedere l’accesso in Polizia? La sentenza definitiva non è ancora stata pronunciata dai giudici Ue, ma arriverà solo nei prossimi mesi. Intanto, però, a orientare il dibattito è il parere giuridico non vincolante redatto dall’avvocata generale Tamara Ćapeta, una sorta di consulente indipendente le cui conclusioni nella stragrande maggioranza dei casi anticipano la decisione finale dei giudici Ue. Secondo Ćapeta, la regola che impone alle donne di indossare un’uniforme con gonna e scarpe décolleté nelle cerimonie ufficiali penalizza le (future) agenti sulla base del sesso. Spiega molto concretamente una nota della Corte, infatti, che «se H.G. fosse stata un uomo, non sarebbe stata esclusa dal concorso per il solo motivo di avere un tatuaggio sulla parte inferiore della gamba». Il diritto dell’Ue, argomenta l’avvocata generale, consente sì di operare delle distinzioni sul sesso, «ma a condizione che queste siano appropriate e necessarie a soddisfare un requisito essenziale nello svolgimento dell’attività lavorativa».
Il governo italiano ha provato a controbattere alle accuse, sostenendo che vietare tatuaggi visibili con l’uniforme addosso serva a veicolare valori tradizionali e rafforzare l’identità delle forze di Polizia. Motivazioni che non hanno convinto la giurista croata. Il suo parere ritiene, infatti, che sia «allo stesso tempo inopportuno e inutile escludere le donne con tatuaggi per il motivo che esse non possono partecipare a cerimonie ufficiali». Si tratta, dopotutto, di «eventi che costituiscono solo una piccola parte delle funzioni di Polizia»: lo svantaggio individuale, inoltre, sarebbe «preponderante rispetto al beneficio simbolico».
Ma il vero paradosso sta tutto nel capo d’abbigliamento della contesa: la gonna. Le poliziotte che devono metterla nelle occasioni formali, nell’attività operativa di tutti i giorni portano già i pantaloni, ricordano le conclusioni. Senza contare, poi, che i dirigenti possono in ogni caso autorizzare i pantaloni anche nei momenti ufficiali. «Gli usi cerimoniali non andrebbero persi» se si consentisse ad alcune donne di evitare la gonna così da nascondere il tatuaggio, prova a rassicurare Ćapeta, secondo la quale se le divise hanno «lo scopo di mostrare identità e appartenenza alla Polizia, consentire alle donne di indossare i pantaloni garantirebbe la stessa rappresentatività e la stessa uniformità». Il ragionamento dell’avvocata generale sulla discriminazione non sembra lasciare spazio a dubbi, ma adesso toccherà al massimo organo della giustizia europea mettere la parola fine, e dire se l’Italia dovrà cambiare le regole sull’assunzione delle agenti. Con buona pace di un fiorellino sul polpaccio.

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