Re(mi)grazia: 5 bici e 600 chilometri
sulla rotta balcanica dei migranti

Cinque amici pedalano da Trieste a Tuzla, controcorrente, sul cammino di chi cerca l’Europa, incontrando chi offre assistenza. Così l’esperienza di Escargot Project diventa una riflessione su «xénos», parola dal doppio significato 
di straniero e ospite, e sulla scelta tra paura e accoglienza
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September 5, 2026
Re(mi)grazia: 5 bici e 600 chilometri
sulla rotta balcanica dei migranti
Bagagli leggeri e tanta strada (controcorrente) da fare: le cinque bici di Re(mi)grazia
Cinque amici, cinque biciclette e, davanti, seicento chilometri di strada, senza fretta. Bagagli leggeri, perché la bicicletta è il mezzo di trasporto più democratico che esista, ma non concede molto al superfluo e in questo caso pensare al superfluo è proprio inaccettabile, perché quei seicento chilometri e quella strada sono gli stessi chilometri e la stessa strada che, al contrario, percorrono i migranti in cammino sulla rotta balcanica. La strada è quella che da Trieste porta a Tuzla, terza città della Bosnia-Erzegovina: dal confine italiano fino al cuore dei Balcani, controcorrente. I cinque amici sono Emanuele Borghetti, Michele Argenta, Margherita Forgione, Gianluca Colizza, Fabio Dal Pan e sono parte di un gruppo di ciclo-attivisti che si chiama Escargot Project gente che, già dal nome, dimostra di fare della lentezza un valore. I cinque hanno scelto un nome geniale per il loro viaggio: Re(mi)grazia . Un modo, anche linguistico, per entrare in un tema di agghiacciante attualità, incontrando e ascoltando, lungo la strada, le associazioni che aiutano persone migranti che, per scelta, per forza, per amore della vita o per ricerca di un posto migliore dove stare al mondo, decidono di intraprendere quel viaggio.
Questo però non è il racconto di una impresa sportivo-umanitaria e neanche l’ennesimo pezzo sulle persone migranti. È piuttosto la storia di una parola che ha quasi tremila anni e di come il significato che a quella parola vogliamo dare sia, sempre, una scelta. La parola in questione è xenos e in greco antico significa due cose insieme: straniero e ospite. È la famosa “legge di Zeus”, di cui tanto si è tornato a parlare grazie all’ Odissea cinematografica di Christopher Nolan e che rappresentava il perno della antica civiltà mediterranea. Nel mondo antico, senza leggi scritte o tribunali, la xenìa rappresentava infatti l’unica regola condivisa per rendere possibili i viaggi e i rapporti umani. Nell’antica Grecia l’ospitalità era un dovere tutelato da Zeus Xenios, il protettore degli ospiti e dei forestieri. Insomma, già tremila anni fa, con un’intuizione linguistica, chi incontrava uno straniero era di fronte a un bivio interpretativo: trattarlo da estraneo, minaccia, potenziale predatore oppure ospite da proteggere, sacro, portatore di un diritto universale. Era (ed è) una decisione e la civiltà passava (e passa) proprio da quale dei due significati si decide di accogliere.
La bellezza del viaggio dei cinque protagonisti di Re(mi)grazia è stata nella decisione di diventare stranieri negli stessi luoghi, di ascoltare con le proprie orecchie, di vedere con i propri occhi. Così a Fiume il gruppo ha incontrato Damir Selimovic della Caritas, che gestisce il Transition Point della città, a Biha,ć in Bosnia-Erzegovina, le associazioni No Name Kitchen e il Jesuit Refugee Service che quotidianamente accolgono e assistono le persone migranti in transito. Persone (sì, è bene ricordarlo) che molto spesso vengono intercettate e fermate dalla polizia croata e poi riportate oltre confine dopo aver visto distruggere i propri telefoni, sottratto il poco denaro che hanno con sé, tolte e requisite le loro scarpe. Alcuni giorni fa il cardinale Matteo Zuppi ha ricordato il gesto di un militare della Guardia Costiera, catturato in un’immagine scattata a Lampedusa nel dicembre del 2024, che si tolse le calze per regalarle e farle indossare a un bambino migrante, scalzo e infreddolito. A seconda della strada che si sceglie a quel bivio (minaccia oppure ospite) i piedi di una persona migrante diventano un bersaglio oppure una parte del corpo di cui prendersi cura.
«Serve un nemico, perché parlare di migranti può essere più semplice che parlare di corruzione o delle responsabilità di chi governa», dicono i ragazzi di Re(mi)grazia , ricordando le parole di Nihad Suljic, attivista e fondatore dell’associazione Djeluj che dal 2018 lavora a Tuzla: «Perché gli ucraini sono rifugiati e le persone che arrivano dalla Siria sono immigrati?». È una scelta politica, come sa bene lo stesso Suljic, che aiuta le madri di Srebrenica nella loro ricerca di giustizia. Madri che ancora vivono porta a porta con gli assassini dei propri figli i cui corpi sono introvabili nelle sterminate fosse comuni. Molti di quei criminali sono ancora a piede libero, perché doveva bastare per tutti la condanna all’Aja di Ratko Mladic, il “macellaio dei Balcani”, cui ora le madri di Srebrenica hanno persino visto concedere funerali con onori militari e di Stato dalla Serbia di Aleksandar Vucic. Quei Balcani, le cui polveri sono pericolosamente sul punto di prendere di nuovo fuoco, custodiscono un punto di vista particolarmente interessante sulle contraddizioni della cultura europea.
Omero sapeva bene come funzionava il meccanismo: Polifemo rappresenta chi rifiuta l’ospitalità, chi vive fuori da ogni contesto sociale e non ha regole. Quando Ulisse arriva con i suoi compagni non li accoglie, li rifiuta come esseri umani, non li riconosce come tali, li mangia. Dall’altra parte, invece, c’è Nausicaa che incontra Ulisse nudo, esausto dal naufragio, ma non chiede chi sia, lo veste, lo nutre, lo accoglie. «Qualunque straniero potrebbe essere un dio in incognito», avverte Omero. Non serve idealizzare, i Greci non vivevano nell’età dell’oro dell’accoglienza, l’Odissea stessa è piena di accoglienza tradita. Ma è proprio per questo che la resero sacra e la affidarono alla custodia del padre degli dèi, sapendo che la differenza fra Polifemo e Nausicaa è una scelta. Quando oggi scegliamo di disumanizzare le persone migranti, anche semplicemente dal punto di vista linguistico, abbiamo deciso quale strada prendere di fronte al bivio fra xenophobia e philoxenia , la paura o l’amore di fronte a quella parola dal doppio significato, xénos , straniero e ospite. La decisione è quotidiana, nelle parole che scegliamo e nel modo in cui le usiamo. Chi parla di “invasione” o di “remigrazione” ha deciso, così come ha deciso il volontario che rimette le scarpe al profugo cui sono state tolte, compiendo lo stesso gesto di Nausicaa, quasi tremila anni dopo, su confini che dovevano garantire libertà e che invece, oggi, alimentano la disperazione.
Infatti, quando i cinque chiedono a Nihad Suljic cosa ci sia di simile in questi due aspetti del suo lavoro, quello con le vittime della guerra e quello con i migranti, la risposta è forse il centro di questo bivio, di questa decisione. «Qui abbiamo imparato che ogni crimine inizia disumanizzando le persone. Si comincia ad indicare sempre di più di un gruppo etnico diverso, le persone che hanno un’altra religione, un altro passaporto. Si dice che verranno a rubare il lavoro, che rappresentano una minaccia, che bisogna averne paura». Invece ogni democrazia si misura da come tratta gli ultimi, non i primi, perché per tutelare i primi, i più forti, i più ricchi, basta una qualunque autocrazia. Cinque biciclette nell’agosto scorso hanno risalito la rotta dal mare di Trieste verso il cuore dei Balcani per dimostrare che si può scegliere di stare dalla parte di una democrazia giusta e solidale. Cinque macchine piccole, lente, silenziose, quasi invisibili che però hanno fatto un lavoro straordinario rimettendo il viaggio dentro ai corpi, rallentandolo alla velocità del respiro, capovolgendo lo sguardo e dimostrando che la più impenetrabile delle frontiere, molto più spesso di quanto pensiamo, è nel linguaggio e nelle parole che usiamo.

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