La storia di Kirk Bloodsworth: «Ero nel braccio della morte. Ora aiuto il "boia" a salvare se stesso»
di Elena Molinari, New York
È stato il primo americano uscito vivo dal reparto dei condannati all'esecuzione: fu scagionato nel 1993 dopo la prova del Dna. Oggi guida un gruppo di sostegno per il personale dei penitenziari

Quando varcò il cancello del penitenziario di Baltimora, gli altri detenuti corsero alle sbarre per vedere «il mostro». Kirk Bloodsworth, ex marine e pescatore di granchi del Maryland, era stato condannato alla camera a gas per lo stupro e l'omicidio di Dawn Hamilton, una bambina di nove anni. «Ti faremo quello che hai fatto a quella piccola», gli urlavano. Quella prima notte, ricorda Bloodsworth parlando ad Avvenire, nella cella «si sentiva l'odore dell'odio, tutto puntato su di me». C'era un dettaglio che gli altri detenuti ignoravano: Bloodsworth non aveva fatto nulla. Innocente, senza precedenti, sarebbe diventato il primo condannato a morte americano scagionato grazie a un test del Dna. Ma allora, nel 1985, nessuno gli credeva. Lo sostenne solo la fede. Il giorno della condanna, racconta, in una cella di transito un uomo seduto nell'ombra, di cui non distingueva il volto, gli parlò dopo essere rimasto due ore in silenzio: «Andrà tutto bene. Te la caverai», gli disse. Quando Bloodsworth tornò dopo il verdetto, l'uomo era sparito e il vicesceriffo gli disse che in quella cella era sempre stato solo. Oggi Bloodsworth è convinto di aver visto un angelo. Un'altra volta, in un momento di disperazione, sentì due dita sfiorargli una spalla: un segno, pensò, che non era stato davvero abbandonato.
Cresciuto tra battisti e metodisti, in prigione lesse due volte l'intera Bibbia. Le lunghe conversazioni con il diacono Al Rose, cappellano cattolico del carcere, lo condussero alla conversione. Il giorno di Pasqua 1989 il vescovo John Ricard lo cresimò attraverso le sbarre, proprio sotto la camera a gas in cui avrebbe dovuto morire. «Fu un onore. Mi sentii pulito, accolto», dice. Proprio il diacono Rose, che in tanti anni aveva sentito molti detenuti dichiararsi innocenti, fu il primo a credergli: «Non avevo dubbi: quell'uomo diceva la verità», spiega oggi ad Avvenire. Cinque mesi prima che il Dna lo liberasse, la madre di Kirk morì e il diacono l'accompagnò, tra due guardie armate, a vederne la salma. «I santi intercedono per noi, e sono certo che mia mamma abbia avuto un ruolo nel miracolo del Dna», dice Bloodsworth.
La svolta l’aveva innescata lui stesso quando, nella biblioteca del carcere, aveva scoperto la nuova tecnica in un libro e poi convinto il suo avvocato a ottenere il test. Nel 1993 fu rilasciato, risarcito e scagionato. Ma quello di Bloodsworth non fu un ritorno facile: molti lo credevano ancora un assassino liberato grazie a un cavillo e a lungo non trovò lavoro. Eppure ogni anno, da allora, festeggia il suo giorno della libertà. «Se è successo a me, può succedere a chiunque», ripete spesso. Da allora Bloodsworth, oggi 58enne, ha fatto dell'abolizione della pena di morte la sua vita, dirigendo a Philadelphia Witness to Innocence, l'organizzazione degli scagionati fondata da suor Helen Prejean, autrice di Dead Man Walking. Ma per anni ha avuto l’impressione di dover fare di più. «Un giorno la fede – dice – mi ha aperto gli occhi sulla mia vera missione, rivelandomi un lato quasi invisibile del patibolo: il peso che le esecuzioni scaricano su chi le porta a termine».
Chi meglio di lui, che quella morte l'ha sfiorata, poteva accorgersi di loro? Così Bloodsworth ha creato il primo gruppo di sostegno per il personale del braccio della morte mai esistito negli Stati Uniti. Ai “boia” che trovano il coraggio di bussare, il gruppo offre prima di tutto ascolto. Poi la possibilità di incontrare, spesso per la prima volta, persone che hanno attraversato la stessa esperienza e non li giudicano. E ancora l'accesso gratuito a psicologi e psichiatri e, quando serve, anche ad avvocati, per far valere i propri diritti verso datori di lavoro che li hanno costretti a un compito inumano. Prima, nulla di tutto questo esisteva, anche se il bisogno era enorme. La legge che protegge l'identità di molti di questi lavoratori crea infatti una cultura del silenzio che li isola e colpevolizza, anche se quasi nessuno sceglie quell’incarico, che è imposto dal carcere. Bloodsworth ha raccolto le testimonianze di 26 addetti coinvolti in oltre 200 esecuzioni in 17 Stati. E ha scoperto che nessuno di loro è favorevole alla pena capitale. «Le vittime di una morte di Stato sono più d’una», dice.
Una di loro è Jeanne Woodford, direttrice del carcere di San Quentin, in California, dove ha portato a termine quattro esecuzioni. «Si pensa che sia facile mettere a morte chi ha commesso atti atroci – racconta oggi –. Ma uccidere un essere umano inerme è contro natura. Deve esserlo». Il suo compito era di parlare con il condannato e con la sua famiglia, poi con la famiglia della vittima, infine, verso mezzanotte, di dare il segnale. Ne è uscita con insonnia cronica e disturbo post-traumatico: «Sei lì, ma non vuoi esserci davvero», dice. Nel gruppo di Bloodsworth ha trovato altri che conoscevano quel peso senza bisogno di spiegazioni e la loro presenza, dice, ha cominciato a restituirle il sonno.
C'è anche chi, in quel confronto, ha ritrovato la propria coscienza. In Oregon, il sovrintendente Frank Thompson vide il suo staff costruire da zero l'attrezzatura per le prime esecuzioni in trent'anni. Cresciuto nel Sud segregato, ricordava il linciaggio del quattordicenne afroamericano Emmett Till e per anni aveva creduto che certi delitti meritassero la morte. Dopo aver visto lo sguardo dei suoi uomini spegnersi ogni giorno di più, cambiò idea, e oggi gira gli Stati Uniti per raccontarlo. In Florida, il direttore Ron McAndrew non ha mai dimenticato un'esecuzione andata tragicamente male nel 1997: per anni, la notte, ha cercato tregua in una bottiglia di whisky. La svolta è arrivata quando ha incrociato Bloodsworth: la terapia e il conforto di chi aveva vissuto lo stesso incubo lo hanno liberato dall’alcol. Lo stesso è accaduto al cappellano Bill Breeden, accorso a pregare accanto ai condannati in Indiana e perseguitato per anni dal senso di colpa. Solo dopo aver pregato con altri cappellani e aver ottenuto terapia psicologica gratuita ha ritrovato un po’ di pace. Molti di questi uomini e donne portavano da soli un fardello che nessuno aveva mai riconosciuto. «Su ogni certificato di morte c'è scritto “omicidio assistito dallo Stato”. E lo Stato ero io», confida McAndrew, riassumendo ciò che il gruppo l’ha aiutato finalmente a condividere con altri. Sono loro, oggi, l’ultima causa di Kirk Bloodsworth, l'innocente che tende la mano a chi ha dovuto dare la morte, cambiando vite che nessuno aveva mai pensato di dover salvare.
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