La corsa per il petrolio venezuelano è disseminata di ostacoli

Otto dei 17 pozzi ceduti a Washington sono stati revocati a imprese legate a Pechino, creditore di 10 miliardi di dollari. Infrastrutture obsolete, incidenti e disastri
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September 5, 2026
Sullo sfondo due trivelle gigantesche, in primo piano una donna in bicicletta con un bambino sui 3 o 4 anni sulla canna della bici
Una donna e un bimbo passano in bicicletta davanti alle torri
di trivellazione petrolifera di Cabimas
in Venezuela/ ANSA
Il petrolio ceduto da Caracas a Washington equivale al 7,2% delle riserve di greggio certificate a livello mondiale. Diciassette pozzi, 65 miliardi barili, per un secolo. E la risposta delle Big Oil è stata immediata: Chevron, Eni e altre sono andate di corsa a Caracas per sottoscrivere otto accordi in materia di «cooperazione strategica» nei settori petrolifero, petrolchimico, gasiero ed elettrico. Chevron metterà 7 miliardi di dollari sul piatto, Eni gestirà il blocco Junin-5 che contiene una riserva certificata da 35 miliardi di barili. General Electric Vernova avrà invece il compito di recuperare un sistema elettrico in ginocchio e privo di manutenzione. Ma l’iter potrebbe essere più lungo e complicato di quanto annunciato dagli Usa. L’industria petrolifera è ridotta in macerie, l’inquinamento è alle stelle e almeno otto pozzi su diciassette sono stati revocati a imprese legate a Pechino, tuttora creditore di 10 miliardi di dollari nei confronti di Caracas. In discussione anche la legittimità dell’intesa, la cui presunta nullità mette d’accordo persino opposizione, chavismo e congressisti americani.

L’opacità dell’accordo

I primi contratti sono stati sottoscritti martedì scorso, nel salone Sol del Perù a Palazzo di Miraflores sotto lo sguardo vigile del segretario all’Energia americano Chris Wright, atterrato martedì nella Rampa 4 dell’aeroporto internazionale Simón Bolívar (Maiquetía) per coordinare i lavori. Il “falco” è sceso sulla pista, circondato da decine di jet privati, con l’obiettivo di «raddoppiare» la produzione petrolifera del Paese «prima che finisca il decennio». Ovvero, oltrepassare la soglia dei 2 milioni di barili al giorno. L’accordo è già stato rivendicato come modello per il “cortile di casa”, ma «non c'è una bozza né uno stralcio di documento attraverso cui consultare i dettagli», commentano con Avvenire alcuni deputati dell’Assemblea nazionale venezuelana, che martedì stesso hanno ratificato l’accordo alla cieca su pressione delle Big Oil. «L’ordine – riferiscono – era di non ostacolare i contratti». Cresce la perplessità anche tra congressisti repubblicani, tra cui Ted Cruz, Carlos Giménez e María Elvira Salazar, i quali temono che, prima o poi, l’intesa si riveli «controproducente» per gli Stati Uniti . Tuttavia, il tycoon continua a sostenere che il Venezuela «sta andando benissimo» e allontana, ancora una volta, la convocazione di nuove elezioni: «Non sono ancora pronti».

La posizione della Cina

All'inizio, potenze come Cina e Russia, già radicate a Caracas, hanno reagito con cautela all’annuncio dell’«accordo petrolifero più grande nella storia», lanciato sui social da Donald Trump. Preoccupa però la promessa di «raddoppiare le riserve di petrolio» statunitense e «abbassare i costi della benzina» per i cittadini Usa sulla pelle di un Paese in crisi umanitaria, che fatica a rialzarsi. L’Amministrazione Trump dice di aver espulso «l’influenza straniera maligna» dal cortile di casa, accusando Cina e Russia di aver «saccheggiato» le risorse di Caracas. Le provocazioni hanno scatenato la reazione del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun: «Imprese cinesi, incluse quelle statali, hanno investito su questi giacimenti per molti anni. Qual è la posizione del ministero degli Esteri (venezuelano, ndr ) in questi momenti?». La maggior parte dei campi gestiti da imprese cinesi, come China Concord Company, risultano trasferiti alla North american blue energy partners (Nabep), partecipata al 35% dal Pentagono, anche se in passato il Congresso Usa ha negato ogni autorizzazione a procedere. Nabep è gestita dal faccendiere Alejandro Betancourt, coinvolto in trame di corruzione per 9 miliardi di euro, tra cui il caso MoneyFlight a Miami. Profilo controverso, che finora è stato utile a spostare il dibattito sull’illegalità dell’accordo.

Viaggio nei campi petroliferi

La maggior parte dei campi petroliferi non sono nelle condizioni di rispondere ai picchi di produttività auspicati da Washington. Ancora meno pronti i territori coinvolti. Negli otto campi situati nella conca del Lago di Maracaibo si registrano gravi casi di subsidenza – forti cedimenti di terreno, svuotato dall’attività estrattiva – nelle aree di Bachaquero, Tía Juana e Lagunillas. Il fenomeno rende vulnerabile anche l’argine che separa il lago dalla terraferma, circa cinque metri sotto il livello dell’acqua. Non si tratta di un fenomeno naturale, ma indotto dall’attività petrolifera: «Ogni anno – si legge nei dossier dell’Academia nacional de ingeniería y habitat – la terra affondava di dieci o venti centimetri, a seconda dell'intensità dell'attività estrattiva». Alcuni campi, specie a Bachaquero, risultano smantellati. Altri – come Lagunillas Lago, Lagomar e Lagomedio – registrano migliaia di pozzi chiusi con costanti fuoriuscite di greggio e gas. «Non si tratta di fatti isolati, né di incidente fortuiti – spiega il leader sindacale José Bodas –. Alcuni tubi hanno più di mezzo secolo di vita. Ma nessuno li sostituisce».

Costi umani

Ogni tanto esplode una piattaforma gasiera, come accaduto a maggio, con l’incidente di Lamargas nel quale perse la vita l’operaio Jorge Rivera. Ci sono anche altri incidenti, altre vittime, ma Pdvsa non fornisce dati. Accade anche nella fascia dell’Orinoco, dove si trova l’altra metà dei campi concessi, dislocati nelle divisioni Carabobo, Junín e Ayachucho. Montagne di petcoke all’aria aperta, costanti fuoriuscite e danni irreversibili alla conca del fiume Orinoco. Nell’aria: diossido di zolfo, metano, fuliggine e altri gas emanati dalle torce di combustione. Ne risentono i più fragili, colpiti da dermatite, malattie respiratorie e altri problemi sanitari. «Qui dormiamo con l’odore di petrolio che arriva fino alla gola. La mia nipote, di quattro anni, è nata con problemi respiratori severi – racconta Carmen González, residente a San Timoteo –. Hanno promesso di trasferirci, ma siamo rimasti bloccati nel veleno».

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