Cinquant'anni fa moriva Mao, l'anniversario che imbarazza Pechino
di Luca Miele
Il culto del Grande Timoniere resiste e si allarga tra i giovani. Ma il suo mito è stato svuotato e "ripulito"

Consulti la Xinhua, l’agenzia stampa ufficiale cinese e il risultato è zero. Provi con l’ortodosso Global Times e il risultato è lo stesso: niente di niente. Del 50esimo anniversario della morte di Mao nessuna traccia. Il Grande Timoniere è evaporato, si è volatilizzato, almeno nella stampa controllata dal Partito. Non potrebbe esserci contraddizione più stridente. Perché, fisicamente, Mao è ovunque in Cina. Troneggia in imponenti statue, campeggia sulle banconote per arrivare all’apoteosi del Mausoleo di Piazza Tienanmen, il cuore del potere cinese. Qui, adagiata sotto una teca di cristallo, giace la salma imbalsamata del leader, plastica rappresentazione della pretesa di eternità della leadership comunista.
Ma non basta: come ha scritto l’Afp, «la nostalgia per gli ideali egualitari di Mao sta crescendo in Cina, man mano che i ricordi del suo turbolento governo svaniscono e il Paese si confronta con un'economia in rallentamento e con la crescente disuguaglianza». Basta farsi un giro a Nanjie, nella provincia centrale dell’Henan, soprannominata “l’ultimo villaggio maoista della Cina”, per ritrovare, disseminata ovunque l’immagine del leader scomparso il 9 settembre del 1976. «Lo venero ancora moltissimo», ha confidato all’Afp Xie Kaiyue, una studentessa universitaria di 22 anni, parlando di un leader morto quasi trent’anni prima che nascesse. A circa 500 chilometri a nord, nel villaggio montano di Dazhai, nella provincia dello Shanxi, furoreggiano i negozi che vendono oggetti che sfruttano il culto della personalità: poster, carte da gioco e stoviglie con l’immagine iconica e, ovviamente il “Libretto Rosso”.
L’eredità del “Grande Timoniere” è pesante. Ed oggetto di lavorio di “purificazione”: il mito di Mao permane, ma piano piano viene svuotato di tutto il suo “contenuto” storico. D’altronde, come ha sottolineato il sito di analisi The Conversation, «negli ultimi quattro decenni, la Rivoluzione Culturale ha rappresentato una sorta di spauracchio da incubo, in agguato nell'inconscio collettivo cinese». Nel 2021 il Partito bollò come catastrofica quell’esperienza, inchiodandola al un giudizio negativo. Lo stesso presidente cinese Xi Jinping – l’uomo che secondo alcuni analisti ha sommato e concentrato talmente tanto potere da superare lo stesso Mao – è “intrappolato” in una difficile opera di sintesi (e in altrettanto difficile equilibrismo). Anche per il suo vissuto personale. Mao non può essere messo in discussione senza aprire delle crepe nella pretesa del Partito di «guidare la nazione» per sempre. Al tempo stesso, Xi non può obliterare la storia di suo padre profondamente segnata da quegli anni: Xi Zhongxun, uno dei rivoluzionari della prima generazione, fu epurato, accusato ingiustamente, imprigionato e sottoposto a pesanti umiliazioni. Come annota il sito The New Statesman «la famiglia Xi fu travolta dalla violenza e dal caos della Rivoluzione Culturale».
Qual è allora il risultato di questa opera di correzione, di svuotamento del mito Mao a favore della sua “eternizzazione” come simbolo? Come scrive China Talk, «la risposta ufficiale alla Rivoluzione Culturale divenne un compromesso edulcorato. Pur riconoscendone l'errore, lo Stato bandì qualsiasi critica che si discostasse dall'ideologia socialista o comunista. Fondamentalmente, le autorità censurarono i dettagli più violenti e brutali di quell'epoca». Insomma «una versione a mosaico della storia, una rappresentazione della Rivoluzione Culturale “corretta” della sua violenza e il suo sangue oscurato».
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