Il distretto del divano tra Puglia e Basilicata sta sprofondando: «Senza una svolta rischiamo la fine»
di Antonella D'Avola, Bari
I successi degli anni '80 e '90 sono lontani: concorrenza a basso costo e delocalizzazioni hanno mandato il crisi il "triangolo del salotto" tra Matera, Altamura e Santeramo

Prima ancora di essere un’industria, il “salotto murgiano” è stato una promessa mantenuta: che anche da qui si potesse produrre, crescere, esportare, costruire benessere senza lasciare la propria terra. Poi quella promessa ha preso la strada del mondo. Dai capannoni di Santeramo in Colle (Bari), Altamura (Bari) e Matera sono partiti divani destinati alle case di mezzo pianeta, e un angolo del Mezzogiorno è diventato, quasi contro ogni previsione, una potenza internazionale del mobile imbottito. Per decenni quella conquista ha avuto il volto di migliaia di lavoratori e, soprattutto, il nome di Natuzzi. Oggi è proprio lì, nel cuore di quella storia di successo, che si misura la profondità della crisi.
Il 3 luglio, davanti allo stabilimento Natuzzi di Santeramo in Colle, gli operai hanno deposto una corona di fiori. Non per un collega, ma per un’idea. Sul nastro, la scritta: «Qui giace il Made in Italy». Era il giorno della chiusura definitiva dello stabilimento Jesce 2. Il piano di riorganizzazione prevede anche la sospensione di Graviscella, ad Altamura, e della sede PS, a Santeramo, con 668 lavoratori da ricollocare soprattutto tra Laterza e Matera e una parte delle produzioni trasferita temporaneamente in Romania. Ed è proprio a Laterza che, quel giorno, gli operai hanno bloccato l’ingresso dei camion. La protesta racconta una nuova geografia industriale: alcuni cancelli si chiudono, altri raccolgono il lavoro rimasto, mentre una parte della produzione prende la strada dell’estero.
Per capire perché tutto questo pesi così tanto bisogna tornare indietro. Tra gli anni Ottanta e Novanta, sulla Murgia la sapienza della bottega si trasformò in industria. Attorno ai grandi produttori crebbero falegnamerie, laboratori di cucito, imprese della pelle, aziende per le imbottiture e trasportatori. Un operaio poteva diventare imprenditore, una piccola officina crescere sulle commesse della grande industria. Il distretto nacque così: come una rete di imprese e competenze che si alimentavano a vicenda. Al culmine, tra il 2001 e il 2002, erano oltre 400 le aziende, con circa 11.500 addetti e un fatturato superiore ai due miliardi di euro, in larga parte sui mercati esteri. Il divano murgiano era diventato un prodotto globale.
Oggi il distretto è più piccolo, ma resta il principale polo italiano del mobile imbottito: 611 imprese e oltre 9.200 addetti. Il suo cuore continua a essere il «triangolo del salotto» fra Altamura, Santeramo e Matera. La crisi viene da lontano. La concorrenza dei Paesi a basso costo e la delocalizzazione hanno progressivamente eroso il modello costruito negli anni del boom. La vertenza Natuzzi è l’ultimo capitolo di una trasformazione iniziata oltre vent’anni fa. Il gruppo ha visto scendere il fatturato da oltre 410 milioni di euro nel 2018 a meno di 300 milioni nel 2025, con perdite operative prossime ai 20 milioni. A giugno ha avviato la composizione negoziata della crisi. Per Natuzzi la riorganizzazione è necessaria per recuperare equilibrio e garantire la continuità aziendale; per i sindacati rischia invece di indebolire ulteriormente la filiera italiana. A maggio è stato raggiunto l’accordo sulla cassa integrazione straordinaria per 1.755 lavoratori; il 25 giugno è saltato al Mimit il protocollo che avrebbe dovuto accompagnare la composizione negoziata. I sindacati chiedono il rientro delle lavorazioni dall’estero e un intervento pubblico, anche attraverso Invitalia.
Ma la crisi non coincide con Natuzzi. Accanto al gruppo restano realtà come Calia Italia, che produce a Matera dal 1965 e vende in oltre 80 Paesi, e NicolettiHome. E resta soprattutto la parte meno visibile del distretto: centinaia di imprese senza un marchio noto, ma indispensabili al prodotto finito. È lì che una crisi industriale può diventare crisi territoriale. Quando calano le commesse, il contraccolpo arriva al laboratorio che cuce, all’azienda che lavora il legno, a chi prepara l’imbottitura. La filiera si indebolisce quando vengono meno lavoro, competenze e possibilità di trasmetterle. Per questo il tavolo interregionale Puglia-Basilicata sul mobile imbottito, riunito a Bari il 29 aprile, va oltre la vertenza Natuzzi. Le due Regioni hanno iniziato a considerare il distretto come un unico sistema, puntando su formazione, innovazione, internazionalizzazione e rafforzamento della filiera. Una necessità, perché la Murgia produttiva non segue i confini amministrativi.
La sfida non è riportare indietro gli anni del boom. È fare in modo che produrre qui continui ad avere un futuro. Servono design, tecnologia, formazione, nuovi mercati e una politica industriale capace di rendere conveniente investire nella filiera. Soprattutto serve proteggere competenze che non si trasferiscono con una commessa e non si ricreano con un finanziamento. La corona deposta a Santeramo era una provocazione, ma anche una fotografia. Il Made in Italy non è soltanto il marchio sul prodotto finito: è il luogo nel quale quel prodotto prende forma, sono le persone che lo sanno fare, sono le imprese che trasformano quel sapere in lavoro.
Saverio Calia: «Ora ci serve un nuovo modello industriale»

«Sono ancora convinto della necessità di un distretto interregionale del mobile imbottito e di una comunità imprenditoriale capace di condividere competenze e affrontare le sfide. Ma servono anche professionalità esterne al settore, capaci di aiutarci a immaginare un modello industriale nuovo». L’architetto Saverio Calia, al timone della storica azienda del mobile imbottito di Matera che ha contribuito ad esportare il Made in Italy nel mondo, crede ancora in un rilancio del settore.
Calia Italia è nata in un territorio lontano dai grandi poli industriali: come avete trasformato questo limite in una storia di successo internazionale?
Calia Italia nasce a Matera nel 1965 da un’intuizione di mio padre, Liborio Vincenzo Calia. Aveva iniziato a lavorare come falegname a 18 anni e amava la bellezza, l’arte e il lavoro fatto bene. Con le sue mani realizzava manufatti curati in ogni dettaglio, incarnando quella cultura del saper fare che è una delle espressioni più autentiche del Made in Italy. Diceva: «Il nostro lavoro si fa con le mani e la mente, la tecnologia ci aiuta ma ciò che più conta sono le persone». Da questa visione nasce anche la nostra missione, “far star bene la gente”. Sono valori che appartengono alla cultura del “vicinato” dei Sassi di Matera, dove aiutarsi era parte della vita quotidiana. Matera ci ha insegnato la resilienza: la capacità di adattarsi, costruire e guardare avanti. Abbiamo trasformato questa identità in una forza, superando gli svantaggi di un’azienda nata lontano dai grandi distretti industriali e arrivando in oltre 80 nazioni. Un momento decisivo fu il “Magic”, progettato da mio padre nel 1987, che ci aprì ai mercati esteri. Oggi condivido la guida dell’azienda con mio fratello Giuseppe e con i nostri figli, la terza generazione. Visione, qualità, innovazione e attenzione alle persone ci hanno portato anche all’iscrizione nel Registro speciale dei Marchi storici di rilevanza nazionale.
Dove affonda le sue origini la crisi del mobile imbottito? È più una tempesta da superare o il segnale che il modello industriale va ripensato?
La trasformazione del settore è iniziata agli inizi degli anni Duemila e ha raggiunto il momento più difficile con la crisi economica del 2005-2008. Da allora abbiamo ripensato profondamente l’azienda, investendo nella digitalizzazione di ogni fase produttiva: dal sistema gestionale Sap all’informatizzazione della catena produttiva, fino all’automazione del magazzino tessuti e al taglio digitale della pelle. Oggi la prototipazione virtuale ci permette di simulare ogni modello in 3D prima di realizzarlo, riducendo tempi e costi. La tecnologia ha cambiato il modo di fare impresa e continuerà a farlo sempre più rapidamente. L’intelligenza artificiale è un esempio straordinario: può aiutarci molto, ma deve essere governata. Per competere nel mondo dobbiamo investire in conoscenza, competenze, innovazione, design e qualità. La tecnologia, da sola, non basta: deve restare al servizio delle persone e della loro capacità di creare.
Quando un’azienda è anche il destino di migliaia di famiglie, dove finisce l’impresa e comincia la responsabilità sociale?
Credo che oggi non sia più possibile separare valore economico e valore sociale. L’impresa è una medaglia a due facce. In passato si parlava di contrapposizione tra “padrone e operaio”; io preferisco pensare alla fabbrica come a un luogo dove si “fabbricano” valore, crescita sociale, culturale ed economica. Olivetti ci ha insegnato molto e quella lezione resta attuale. Con Calia Cultura cerchiamo di costruire questo tipo di valore, come dimostrano riconoscimenti quali il Guggenheim Impresa e Cultura e il Sodalitas Social Award. Sosteniamo inoltre la ricerca scientifica e ospitiamo nella nostra sede il comitato della Fondazione Airc Basilicata, coinvolgendo ogni anno più di 50 volontari d’impresa. Un’azienda vive dentro una comunità e con quella comunità deve crescere.
Calia Italia è nata in un territorio lontano dai grandi poli industriali: come avete trasformato questo limite in una storia di successo internazionale?
Calia Italia nasce a Matera nel 1965 da un’intuizione di mio padre, Liborio Vincenzo Calia. Aveva iniziato a lavorare come falegname a 18 anni e amava la bellezza, l’arte e il lavoro fatto bene. Con le sue mani realizzava manufatti curati in ogni dettaglio, incarnando quella cultura del saper fare che è una delle espressioni più autentiche del Made in Italy. Diceva: «Il nostro lavoro si fa con le mani e la mente, la tecnologia ci aiuta ma ciò che più conta sono le persone». Da questa visione nasce anche la nostra missione, “far star bene la gente”. Sono valori che appartengono alla cultura del “vicinato” dei Sassi di Matera, dove aiutarsi era parte della vita quotidiana. Matera ci ha insegnato la resilienza: la capacità di adattarsi, costruire e guardare avanti. Abbiamo trasformato questa identità in una forza, superando gli svantaggi di un’azienda nata lontano dai grandi distretti industriali e arrivando in oltre 80 nazioni. Un momento decisivo fu il “Magic”, progettato da mio padre nel 1987, che ci aprì ai mercati esteri. Oggi condivido la guida dell’azienda con mio fratello Giuseppe e con i nostri figli, la terza generazione. Visione, qualità, innovazione e attenzione alle persone ci hanno portato anche all’iscrizione nel Registro speciale dei Marchi storici di rilevanza nazionale.
Dove affonda le sue origini la crisi del mobile imbottito? È più una tempesta da superare o il segnale che il modello industriale va ripensato?
La trasformazione del settore è iniziata agli inizi degli anni Duemila e ha raggiunto il momento più difficile con la crisi economica del 2005-2008. Da allora abbiamo ripensato profondamente l’azienda, investendo nella digitalizzazione di ogni fase produttiva: dal sistema gestionale Sap all’informatizzazione della catena produttiva, fino all’automazione del magazzino tessuti e al taglio digitale della pelle. Oggi la prototipazione virtuale ci permette di simulare ogni modello in 3D prima di realizzarlo, riducendo tempi e costi. La tecnologia ha cambiato il modo di fare impresa e continuerà a farlo sempre più rapidamente. L’intelligenza artificiale è un esempio straordinario: può aiutarci molto, ma deve essere governata. Per competere nel mondo dobbiamo investire in conoscenza, competenze, innovazione, design e qualità. La tecnologia, da sola, non basta: deve restare al servizio delle persone e della loro capacità di creare.
Quando un’azienda è anche il destino di migliaia di famiglie, dove finisce l’impresa e comincia la responsabilità sociale?
Credo che oggi non sia più possibile separare valore economico e valore sociale. L’impresa è una medaglia a due facce. In passato si parlava di contrapposizione tra “padrone e operaio”; io preferisco pensare alla fabbrica come a un luogo dove si “fabbricano” valore, crescita sociale, culturale ed economica. Olivetti ci ha insegnato molto e quella lezione resta attuale. Con Calia Cultura cerchiamo di costruire questo tipo di valore, come dimostrano riconoscimenti quali il Guggenheim Impresa e Cultura e il Sodalitas Social Award. Sosteniamo inoltre la ricerca scientifica e ospitiamo nella nostra sede il comitato della Fondazione Airc Basilicata, coinvolgendo ogni anno più di 50 volontari d’impresa. Un’azienda vive dentro una comunità e con quella comunità deve crescere.

Dal consolidamento del “salotto lucano” alla costruzione di un sistema industriale condiviso tra Basilicata e Puglia: qual è stato il suo ruolo in questo percorso?
I confini geografici non hanno mai impedito alle imprese di collaborare; servono volontà politica e determinazione degli imprenditori. Nel 2001, da presidente dell’Unione degli industriali di Matera, contribuii alla nascita del distretto del mobile imbottito di Matera e Montescaglioso. Non funzionò perché nacque monco: le aziende pugliesi non poterono partecipare. È un errore dal quale dobbiamo imparare. Le imprese devono sentirsi parte di un unico sistema produttivo, perché il nostro mercato non è il territorio ma il mondo. Dopo 25 anni, come presidente della sezione Legno arredo di Confindustria Basilicata, continuo a credere in questa strada.
Il mondo continua a riconoscere al mobile imbottito italiano un valore unico: quale futuro vede per quella cultura del fare che ci ha resi riconoscibili ovunque?
A 70 anni incontro sempre più giovani che considero, con affetto, miei nipotini. In loro vedo tanta voglia di fare e la speranza di un mondo migliore. La cultura del saper fare e del fare bene è profondamente italiana e dobbiamo farla evolvere senza perderne l’anima. Il punto di partenza resta il progetto. Non il design come semplice estetica o formula commerciale, ma come gesto culturale: la capacità di capire come cambiano le persone e il loro modo di abitare. Progettare significa immaginare il futuro e creare qualcosa di bello, utile, accessibile e producibile industrialmente. Dobbiamo chiederci che cosa cerchiamo oggi in un divano, in una poltrona, nella nostra casa. Mio padre diceva: «La gente vuole stare comoda per riposarsi, chiudere gli occhi e sognare». Forse è proprio lì che comincia il futuro: nel momento in cui l’uomo trova ancora lo spazio per sognarlo.
I confini geografici non hanno mai impedito alle imprese di collaborare; servono volontà politica e determinazione degli imprenditori. Nel 2001, da presidente dell’Unione degli industriali di Matera, contribuii alla nascita del distretto del mobile imbottito di Matera e Montescaglioso. Non funzionò perché nacque monco: le aziende pugliesi non poterono partecipare. È un errore dal quale dobbiamo imparare. Le imprese devono sentirsi parte di un unico sistema produttivo, perché il nostro mercato non è il territorio ma il mondo. Dopo 25 anni, come presidente della sezione Legno arredo di Confindustria Basilicata, continuo a credere in questa strada.
Il mondo continua a riconoscere al mobile imbottito italiano un valore unico: quale futuro vede per quella cultura del fare che ci ha resi riconoscibili ovunque?
A 70 anni incontro sempre più giovani che considero, con affetto, miei nipotini. In loro vedo tanta voglia di fare e la speranza di un mondo migliore. La cultura del saper fare e del fare bene è profondamente italiana e dobbiamo farla evolvere senza perderne l’anima. Il punto di partenza resta il progetto. Non il design come semplice estetica o formula commerciale, ma come gesto culturale: la capacità di capire come cambiano le persone e il loro modo di abitare. Progettare significa immaginare il futuro e creare qualcosa di bello, utile, accessibile e producibile industrialmente. Dobbiamo chiederci che cosa cerchiamo oggi in un divano, in una poltrona, nella nostra casa. Mio padre diceva: «La gente vuole stare comoda per riposarsi, chiudere gli occhi e sognare». Forse è proprio lì che comincia il futuro: nel momento in cui l’uomo trova ancora lo spazio per sognarlo.
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