Poste-Tim, l’ultimo rilancio per conquistare gli azionisti

Trenta centesimi in più ad azione e l'addio alla condizione del 66,67%: a pochi giorni dalla chiusura dell’Opas, Poste rende l’offerta più appetibile e prova a blindare il progetto di un grande gruppo italiano tra telecomunicazioni, finanza, logistica e digitale
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September 8, 2026
Poste-Tim, l’ultimo rilancio per conquistare gli azionisti
Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane
La partita dell’Opas di Poste su Tim entra nella sua settimana decisiva con una mossa che cambia il profilo dell’offerta. Poste ha aumentato di 0,30 centesimi la componente in contanti, portandola a 1,97 euro per ogni azione Tim, e soprattutto ha rinunciato alla condizione che subordinava il successo dell’operazione al raggiungimento del 66,67% dei diritti di voto. È un rilancio destinato a rendere l’offerta più appetibile per gli azionisti e, nello stesso tempo, a ridurre il rischio che l’operazione si blocchi per un numero insufficiente di adesioni. Il messaggio del gruppo guidato da Matteo Del Fante è chiaro: Poste vuole aumentare gli incentivi a consegnare le azioni Tim e, insieme, togliere dal tavolo l’ostacolo che rendeva l’operazione una sorta di scommessa tutto o niente. Anche con un’adesione inferiore alla maggioranza qualificata, Poste potrà infatti acquistare i titoli conferiti. La soglia del 66,67%, prevista nella proposta originaria, non è più una condizione di efficacia dell’offerta.
È una svolta importante perché arriva quando il tempo è ormai quasi esaurito. L’Opas si chiude venerdì 11 settembre alle 17,30. Fino a ieri, 7 settembre, erano state portate in adesione oltre 105 milioni di azioni, pari al 6,15% delle azioni oggetto dell’offerta. Un livello ancora contenuto, che spiega perché Poste abbia scelto di intervenire proprio ora sul corrispettivo e sulle condizioni dell’operazione. La nuova proposta prevede 0,218 azioni ordinarie Poste di nuova emissione più 1,97 euro in contanti per ogni azione Tim conferita. La parte cash, dunque, aumenta da 1,67 a 1,97 euro. Sulla base del prezzo ufficiale di Poste al 20 marzo, il valore implicito del corrispettivo sale a 6,65 euro per azione Tim, con un premio del 14,16% rispetto al prezzo di riferimento di quella data. Se invece si prende come riferimento la quotazione di Poste del 4 settembre, il valore implicito arriva a 7,83 euro.

Il senso dell’operazione

Per i piccoli azionisti di Tim la questione è quindi molto concreta: aderire significa incassare una quota maggiore di denaro rispetto alla proposta iniziale e ricevere, per il resto, azioni Poste. Restare fuori significa invece mantenere il titolo Tim e scommettere sulla capacità della società, eventualmente senza Poste al controllo, di creare in futuro un valore superiore. È una scelta che si misura con una storia di Borsa particolarmente pesante: il titolo è risalito dai minimi inferiori ai due euro del 2023, ma resta lontanissimo dai livelli superiori ai 20 euro di circa vent’anni fa.
Poste ha ormai da tempo smesso di essere soprattutto un gruppo postale: finanza, assicurazioni, pagamenti, risparmio e logistica rappresentano il cuore della trasformazione avvenuta negli ultimi anni. Tim porta invece con sé la rete di telecomunicazioni, le competenze tecnologiche, i data center, il cloud e una grande base clienti. L’idea di Poste è mettere queste attività dentro una piattaforma industriale più ampia, nella quale connettività, servizi finanziari, distribuzione fisica e digitale possano dialogare. È questa la ragione per cui Del Fante parla di una «piattaforma di infrastruttura connessa». L’obiettivo dichiarato è utilizzare la complementarità degli asset, delle competenze tecnologiche e delle basi clienti per costruire un gruppo più diversificato e meno esposto alle oscillazioni dei singoli mercati. La scala dell’operazione si misura anche sul lavoro: il gruppo combinato arriverebbe a contare oltre 150 mila dipendenti, diventando uno dei maggiori datori di lavoro del Paese.
Per Poste l’operazione rappresenta quindi l’ultimo passaggio di una trasformazione iniziata molto prima dell’Opas. L’ingresso di Tim aggiungerebbe la connettività, cioè l’infrastruttura sulla quale viaggiano una parte crescente dei servizi digitali. La combinazione può inoltre rafforzare il rapporto con la clientela: la rete fisica e digitale di Poste potrebbe diventare un canale per nuovi servizi, mentre Tim porterebbe competenze e infrastrutture tecnologiche difficilmente replicabili. Per Tim il significato è diverso. L’uscita dalla Borsa, se l’operazione avrà successo, porrebbe fine a una lunga stagione di mercato caratterizzata da debito, ristrutturazioni, separazione della rete e tentativi di rilancio. Il progetto di Poste non prevede una fusione indistinta: Tim dovrebbe rimanere stand alone e conservare il proprio marchio. Del Fante ha definito il brand «iconico» e ha spiegato che il delisting dovrebbe permettere alla società di muoversi con maggiore aggressività nel consolidamento del settore delle telecomunicazioni.
È un punto decisivo. Il mercato italiano delle telecomunicazioni è altamente competitivo, richiede investimenti continui e offre margini compressi. La scala conta sempre di più. Inserita in un gruppo più grande e a controllo pubblico, Tim potrebbe avere maggiore capacità di sostenere gli investimenti e di partecipare a un eventuale processo di consolidamento europeo. Per Poste, invece, l’acquisizione consentirebbe di aggiungere alla propria piattaforma un’infrastruttura strategica sulla quale costruire nuovi servizi.
In caso di adesione integrale, l’esborso massimo in contanti per Poste sarebbe di circa 3,36 miliardi di euro. Il controvalore monetario implicito complessivo dell’offerta, calcolato sul prezzo di Poste del 20 marzo, arriverebbe a circa 11,35 miliardi. Gli azionisti Tim riceverebbero una quantità rilevante di azioni Poste e diventerebbero quindi soci del gruppo risultante. Per Poste il progetto è sostenuto dalla convinzione che l’operazione possa generare valore nel medio periodo. Il gruppo prevede un impatto positivo sull’utile per azione dal 2027 e una crescita a doppia cifra nel 2028. Dopo il rilancio da 30 centesimi, la leva finanziaria pro-forma del nuovo gruppo è prevista a 1,5 volte a fine 2026. Poste ha inoltre confermato la politica dei dividendi prevista per il 2026 e un’impostazione crescente a partire dal 2027.
Naturalmente, la promessa industriale dovrà essere verificata dai risultati. Integrare due organizzazioni di queste dimensioni, con culture aziendali, sistemi tecnologici e mercati diversi, comporta rischi. Le sinergie non arrivano automaticamente con l’acquisizione: devono essere trasformate in risparmi, nuovi ricavi, investimenti più efficienti e maggiore capacità competitiva.
Per lo Stato la partita assume una dimensione ancora più rilevante. Poste è già un gruppo a controllo pubblico e possiede circa il 20% di Tim. Con l’Opas, il controllo dell’ex monopolista telefonico tornerebbe di fatto sotto un’egida pubblica, a circa trent’anni dalla privatizzazione. Non sarebbe però un ritorno al vecchio monopolio: Tim resterebbe un’impresa operativa, inserita in un gruppo quotato e chiamata a competere sul mercato.
È qui che l’operazione diventa una scelta di politica industriale. Reti di telecomunicazione, data center, connettività e servizi digitali sono infrastrutture sempre più centrali per il funzionamento dell’economia. Avere una grande piattaforma italiana che riunisce queste attività con una rete distributiva nazionale, servizi finanziari e logistica significa concentrare sotto una stessa regia una parte significativa delle infrastrutture attraverso cui passa la trasformazione digitale del Paese. La partita, dunque, non si esaurisce venerdì. Quello sarà soltanto il primo verdetto. Il secondo arriverà nei mesi successivi, quando si dovrà capire quale gruppo nascerà davvero dall’operazione e se la promessa della «più grande piattaforma di infrastruttura connessa» del Paese sarà diventata un progetto industriale concreto.

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