«Così il Gesù di Dreyer diventerà realtà»
Giancarlo Grande ha acquisito i diritti per "Yeshua", la sceneggiatura del grande progetto incompiuto del maestro danese. Presentato a Venezia, diventerà un film di animazione, realizzato interamente
a mano

Il progetto mai realizzato dal grande regista danese diventa un film d’animazione. Yeshua , diretto da Marco Belli e prodotto da Giancarlo Grande, nasce dalla sceneggiatura che Carl Theodor Dreyer considerava il compimento di tutta la sua carriera. Un’opera da 12,5 milioni di euro, interamente disegnata e dipinta a mano, che diventa anche il manifesto della Human Crafted Foundation per difendere la creatività umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale.
Al cinema è accaduto più volte che un progetto incompiuto diventasse una leggenda. Quello di Dreyer, però, ha qualcosa di diverso. Il regista danese, autore di capolavori come La passione di Giovanna d’Arco e Ordet , aveva lavorato per decenni a un film su Gesù. Aveva studiato i Vangeli, viaggiato in Palestina, raccolto documentazione, discusso la sceneggiatura con studiosi e uomini di Chiesa. Non riuscì mai a girarlo. Morì nel 1968.
Ora quella sceneggiatura torna a vivere. Yeshua è il lungometraggio d’animazione diretto da Marco Belli e prodotto da Giancarlo Grande con Cineparallax, presentato ieri a Venezia nell’incontro promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo al Lido, alla presenza di monsignor Davide Milani, presidente della Feds, e di Francesco Casetti, professore, semiologo e critico cinematografico, membro della Giuria del Concorso di Venezia 83.
La strada è passata dall’animazione, racconta Grande, pavese di origine e parigino d’adozione da oltre vent’anni. Durante la pandemia Grande aveva lavorato con Belli, allora giovane animatore uscito dalla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano per Viaggio nel crepuscolo , il documentario di Augusto Contento su Marco Bellocchio. Poi è arrivato Dreyer. Grande e Adriano Aprà stavano lavorando a un documentario sul regista danese, nato da una ricerca di oltre 1.600 pagine di materiali. «Studiando la sua vita ci siamo imbattuti nella sceneggiatura di Gesù. E abbiamo scoperto che per Dreyer era davvero il film della vita». In un’intervista il regista aveva detto che tutti i film realizzati erano stati, in qualche modo, propedeutici a quello su Gesù.
Dreyer aveva cominciato a pensare al progetto dopo La passione di Giovanna d’Arco , nel 1929. Il lavoro proseguì per anni, con sopralluoghi in Terra Santa e confronti con consulenti religiosi. Tra le persone coinvolte nella lunga gestazione della sceneggiatura ci fu anche Carlo Maria Martini, allora ancora semplice sacerdote. Da qui l’intuizione: non tentare di rifare Dreyer, ma animare la sua sceneggiatura. «Riprodurre Dreyer sarebbe stato scontrarsi con un Moloch. Non sarà il film di Dreyer: e un film che nasce dalla sua sceneggiatura, che noi consideriamo intensissima».
L’accesso agli archivi del Danish Film Institute è stato decisivo. Dopo un lungo lavoro, il progetto ha ottenuto i diritti per l’adattamento. Belli ha sviluppato storyboard e studi visivi e a Venezia è stato mostrato un teaser di sei minuti. La sfida produttiva è enorme: circa 12,5 milioni di euro e 65 mila tavole, tutte realizzate a mano. «È da matti, oggi», ammette Grande. «Ma crediamo che la forma debba rispecchiare il contenuto. Se stiamo raccontando una visione dell’uomo, non possiamo delegare all’intelligenza artificiale ciò che l’uomo sa fare con le proprie mani».
È questo il cuore di Yeshua , ma anche della Human Crafted Foundation, iniziativa internazionale che nasce dal film e punta a creare una certificazione per le opere artistiche realizzate attraverso la creatività e il lavoro umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale. «Non vogliamo essere contro l’intelligenza artificiale. Io stesso ci lavoro molto. Ma vogliamo essere pro una visione umana della creazione».
Il film potrebbe arrivare nel 2033, anno individuato da Grande come traguardo simbolico: duemila anni dalla Risurrezione di Cristo.
Per Dreyer, Gesù era un uomo che è anche, pienamente, il Figlio di Dio. La sceneggiatura attraversa la sua vita adulta fino alla morte e alla Risurrezione, riprendendo i racconti evangelici con un approccio lontano dalla spettacolarizzazione hollywoodiana del miracolo. «Dreyer voleva asciugare tutto. Il suo Gesù ha una dimensione profondamente umana, senza per questo negare quella divina», spiega Grande. «Anzi, è proprio la sua umanità a mostrarci qualcosa di straordinario. Gesù è Dio, ma è anche veramente uomo. E se riuscissimo a comportarci come lui, a essere capaci di ascolto, generosità, empatia, accoglienza, potremmo cambiare il mondo». La Risurrezione diventa così anche una chiave per leggere la trasformazione dell’uomo, la possibilità di una rinascita quotidiana.
L’animazione di Belli avrà un tono rivolto soprattutto ai giovani adulti, con una forte dimensione pittorica. Il progetto conserva inoltre un’altra intuizione di Dreyer: le lingue originali. Gli ebrei avrebbero parlato la loro lingua, i romani il latino, Gesù l’aramaico. Un melting pot linguistico lontano dalle convenzioni del cinema internazionale.
Ma c’è soprattutto la lettura sociale. Dreyer usava la storia di Gesù anche come analisi critica della società nella quale viveva, oscurata dalle ombre del nazismo. «Noi naturalmente viviamo in un’altra epoca, ma molte domande restano». La figura di Cristo diventa così una lente per guardare il presente: l’esclusione dei più fragili, la solitudine, il rapporto con i migranti, la perdita di empatia.
È qui che Grande vede una possibile ragione dell’attuale ritorno di interesse per Gesù, dal successo mondiale di The Chosen ai nuovi progetti televisivi. «In una società bombardata da una visione spesso apocalittica, c’è bisogno di positività. E chi più di Gesù proponeva un cambiamento radicale attraverso l’accoglienza, l’ascolto, l’apertura agli ultimi?».
Al cinema è accaduto più volte che un progetto incompiuto diventasse una leggenda. Quello di Dreyer, però, ha qualcosa di diverso. Il regista danese, autore di capolavori come La passione di Giovanna d’Arco e Ordet , aveva lavorato per decenni a un film su Gesù. Aveva studiato i Vangeli, viaggiato in Palestina, raccolto documentazione, discusso la sceneggiatura con studiosi e uomini di Chiesa. Non riuscì mai a girarlo. Morì nel 1968.
Ora quella sceneggiatura torna a vivere. Yeshua è il lungometraggio d’animazione diretto da Marco Belli e prodotto da Giancarlo Grande con Cineparallax, presentato ieri a Venezia nell’incontro promosso dalla Fondazione Ente dello Spettacolo al Lido, alla presenza di monsignor Davide Milani, presidente della Feds, e di Francesco Casetti, professore, semiologo e critico cinematografico, membro della Giuria del Concorso di Venezia 83.
La strada è passata dall’animazione, racconta Grande, pavese di origine e parigino d’adozione da oltre vent’anni. Durante la pandemia Grande aveva lavorato con Belli, allora giovane animatore uscito dalla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano per Viaggio nel crepuscolo , il documentario di Augusto Contento su Marco Bellocchio. Poi è arrivato Dreyer. Grande e Adriano Aprà stavano lavorando a un documentario sul regista danese, nato da una ricerca di oltre 1.600 pagine di materiali. «Studiando la sua vita ci siamo imbattuti nella sceneggiatura di Gesù. E abbiamo scoperto che per Dreyer era davvero il film della vita». In un’intervista il regista aveva detto che tutti i film realizzati erano stati, in qualche modo, propedeutici a quello su Gesù.
Dreyer aveva cominciato a pensare al progetto dopo La passione di Giovanna d’Arco , nel 1929. Il lavoro proseguì per anni, con sopralluoghi in Terra Santa e confronti con consulenti religiosi. Tra le persone coinvolte nella lunga gestazione della sceneggiatura ci fu anche Carlo Maria Martini, allora ancora semplice sacerdote. Da qui l’intuizione: non tentare di rifare Dreyer, ma animare la sua sceneggiatura. «Riprodurre Dreyer sarebbe stato scontrarsi con un Moloch. Non sarà il film di Dreyer: e un film che nasce dalla sua sceneggiatura, che noi consideriamo intensissima».
L’accesso agli archivi del Danish Film Institute è stato decisivo. Dopo un lungo lavoro, il progetto ha ottenuto i diritti per l’adattamento. Belli ha sviluppato storyboard e studi visivi e a Venezia è stato mostrato un teaser di sei minuti. La sfida produttiva è enorme: circa 12,5 milioni di euro e 65 mila tavole, tutte realizzate a mano. «È da matti, oggi», ammette Grande. «Ma crediamo che la forma debba rispecchiare il contenuto. Se stiamo raccontando una visione dell’uomo, non possiamo delegare all’intelligenza artificiale ciò che l’uomo sa fare con le proprie mani».
È questo il cuore di Yeshua , ma anche della Human Crafted Foundation, iniziativa internazionale che nasce dal film e punta a creare una certificazione per le opere artistiche realizzate attraverso la creatività e il lavoro umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale. «Non vogliamo essere contro l’intelligenza artificiale. Io stesso ci lavoro molto. Ma vogliamo essere pro una visione umana della creazione».
Il film potrebbe arrivare nel 2033, anno individuato da Grande come traguardo simbolico: duemila anni dalla Risurrezione di Cristo.
Per Dreyer, Gesù era un uomo che è anche, pienamente, il Figlio di Dio. La sceneggiatura attraversa la sua vita adulta fino alla morte e alla Risurrezione, riprendendo i racconti evangelici con un approccio lontano dalla spettacolarizzazione hollywoodiana del miracolo. «Dreyer voleva asciugare tutto. Il suo Gesù ha una dimensione profondamente umana, senza per questo negare quella divina», spiega Grande. «Anzi, è proprio la sua umanità a mostrarci qualcosa di straordinario. Gesù è Dio, ma è anche veramente uomo. E se riuscissimo a comportarci come lui, a essere capaci di ascolto, generosità, empatia, accoglienza, potremmo cambiare il mondo». La Risurrezione diventa così anche una chiave per leggere la trasformazione dell’uomo, la possibilità di una rinascita quotidiana.
L’animazione di Belli avrà un tono rivolto soprattutto ai giovani adulti, con una forte dimensione pittorica. Il progetto conserva inoltre un’altra intuizione di Dreyer: le lingue originali. Gli ebrei avrebbero parlato la loro lingua, i romani il latino, Gesù l’aramaico. Un melting pot linguistico lontano dalle convenzioni del cinema internazionale.
Ma c’è soprattutto la lettura sociale. Dreyer usava la storia di Gesù anche come analisi critica della società nella quale viveva, oscurata dalle ombre del nazismo. «Noi naturalmente viviamo in un’altra epoca, ma molte domande restano». La figura di Cristo diventa così una lente per guardare il presente: l’esclusione dei più fragili, la solitudine, il rapporto con i migranti, la perdita di empatia.
È qui che Grande vede una possibile ragione dell’attuale ritorno di interesse per Gesù, dal successo mondiale di The Chosen ai nuovi progetti televisivi. «In una società bombardata da una visione spesso apocalittica, c’è bisogno di positività. E chi più di Gesù proponeva un cambiamento radicale attraverso l’accoglienza, l’ascolto, l’apertura agli ultimi?».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





