A Venezia il dilemma del soldato, chiamato a uccidere

La guerra vista dalla parte di chi ha sparato ed è rimasto traumatizzato: è il rovesciamento di prospettiva di Shinya Tsukamoto in “Mr. Nelson, Did You Kill People?”
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September 5, 2026
A Venezia il dilemma del soldato, chiamato a uccidere
Rodney Hicks in “Mr. Nelson, Did You Kill People?” di Shinya Tsukamoto
La guerra del Vietnam vista dalla parte di chi ha sparato e ne è rimasto traumatizzato. È il rovesciamento di prospettiva con cui Shinya Tsukamoto torna, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, a interrogare l’orrore della guerra. Nel ricco e sempre affascinante filone dei film sul Vietnam, Mr. Nelson, Did You Kill People? è un prezioso capitolo dal profondo sguardo umano, che sceglie di raccontare non soltanto la vittima, ma anche il carnefice e il peso che quest’ultimo è costretto a portare con sé quando il conflitto è finito. Dopo Fires on the Plain e Shadow of Fire, il regista giapponese affronta la storia vera di Allen Nelson, veterano afroamericano dei Marines, tratta dal suo libro autobiografico. Cresciuto nella povertà di New York e segnato dalla discriminazione razziale, Nelson a diciotto anni si arruola per cambiare vita. Guarda alla divisa con gli occhi di un ragazzo che sogna l’eroismo del cinema. Ma prima Okinawa e poi il Vietnam gli mostrano un’altra realtà: quella di una guerra nella quale uomini, donne e bambini sono considerati nemici e nella quale il soldato viene addestrato prima di tutto a uccidere.
Nelson uccide. Lo fa ancora e ancora, fino a quando la violenza diventa una risposta automatica. Ma qualcosa si incrina già sul campo di battaglia. Il vero conflitto comincia quando torna a casa. La guerra è finita, ma non per lui: gli incubi, la paura, l’isolamento e il disturbo post-traumatico devastano la sua esistenza, agitano la vita familiare e lo conducono anche alla solitudine. A spezzare il silenzio è una domanda pronunciata da una bambina durante un incontro in una scuola: «Signor Nelson, lei ha ucciso delle persone?» Una domanda semplice e terribile che costringe il veterano a guardare finalmente ciò da cui ha cercato di fuggire. Ad accompagnarlo è lo psicologo Neal Daniels, interpretato da Geoffrey Rush, uno dei primi specialisti a occuparsi dei veterani del Vietnam colpiti dal disturbo post-traumatico. Per vent’anni Daniels continuerà a chiedergli, con pazienza: perché hai ucciso delle persone?
Tsukamoto costruisce il film alternando le sedute terapeutiche ai ricordi del conflitto, attraverso flashback che non lasciano nulla all’immaginazione. Villaggi sterminati, soldati trasformati in macchine per uccidere, combattimenti all’ultimo sangue. Al centro, la straordinaria interpretazione dell’attore teatrale americano Rodney Hicks, che attraversa tutte le età del trauma di Nelson, il veterano che deve imparare a riconoscere la propria responsabilità. È proprio qui che il film trova la sua forza: nel rifiuto di una narrazione eroica e nella scelta di guardare la guerra dal punto di vista dell’umanità che essa distrugge. «Non è un film incentrato sui soldati e sull’eroismo, ma sull’umanità, quello che è giusto e quello che è sbagliato e la possibilità di andare avanti», spiega Tsukamoto al Lido. Una riflessione che per il regista acquista un’urgenza particolare nel presente, «in tempi come questi», «in cui adesso chi fa la guerra con i droni ha una mentalità spaventevole, allontana da sé il contatto con la vittima. Ma per la vittima di guerra le tragiche conseguenze sono sempre le stesse». La vicenda di Nelson, però, non si esaurisce nella terapia, ma sceglie di dedicare la propria vita alla testimonianza. Tornato in Giappone negli anni Novanta, tiene più di milleduecento conferenze, soprattutto nelle scuole, raccontando la guerra a migliaia di ragazzi. Spingendosi coraggiosamente a parlare sino in Vietnam. La domanda della bambina diventa così l’inizio di un percorso nel quale la memoria può trasformarsi in responsabilità e, infine, in riconciliazione. Con se stessi, ma anche fra popoli che sono stati nemici.
«Ho voluto mostrare che chiunque, in qualunque Paese del mondo può essere trasformato dalla guerra in un carnefice», dice Tsukamoto. «Ho mostrato la guerra come è, io voglio che i giovani di adesso si possano sincronizzare con i protagonisti, che gli spettatori possano sentire sulla loro pelle la guerra e subire un piccolo trauma. I giovani possono così odiare la guerra e non desiderare di partecipare a un campo di battaglia».

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