Pasticci, veleni e accuse: come si è arrivati al passo indietro di Altieri dall'Anticorruzione
Alla fine della giornata, la decisione del manager di area Lega «per ragioni di opportunità politica, istituzionale e personale». Meloni sollevata dall'imbarazzo, resta però la tensione con Salvini e con il Pd accusato di aver strumentalizzato dopo un prima "via libera"

«Pur possedendo i requisiti e le competenze necessari per ricoprire l'incarico, dopo essermi confrontato con il presidente Meloni e i vicepresidenti Salvini e Tajani, ho deciso, per ragioni di opportunità politica, istituzionale e personale di ritirare la mia disponibilità». Lo annuncia a tarda sera di venerdì, con una nota, Nuccio Altieri, all'indomani del Cdm che aveva avviato la procedura per la sua nomina a presidente dell'Anac, l'Authority indipendente per il contrasto alla corruzione. «Sono dispiaciuto - spiega Altieri - per gli attacchi mediatici e le polemiche che hanno accompagnato questa scelta, nonostante il mio percorso professionale e l'esperienza maturata in importanti realtà istituzionali e industriali». Con queste poche righe, il manager ed ex deputato di centrodestra (forzista passato nel 2017 alla Lega) toglie da un forte imbarazzo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che prende atto del passo indietro e apprezza «le valutazioni di opportunità politica» dello stesso Altieri. La tensione resta altissima, però, sia tra la premier e il capo del Carroccio Salvini sia tra la compagine di Governo e le opposizioni.
LE 24 ORE DI TENSIONI NEL GOVERNO E NELLA MAGGIORANZA
In una lunga giornata vissuta tra Roma, il salone delle due ruote a Milano (Eicma) e la Fiera dei cavalli a Verona, Giorgia Meloni si era ricavata il tempo per chiedere chiarimenti a Matteo Salvini sul pasticcio dell’Anac. Bisognava scongiurare quantomeno l’ipotesi dell’incompatibilità di Trifone Altieri, detto Nuccio, con la carica di presidente dell’Autorità anticorruzione. Occorreva cioè sgomberare il campo dall'imbarazzo e dall'accusa più pesante, ovvero quello di aver proceduto a una nomina partitocratica in un'Autorità di garanzia. Poi si sarebbero potuto fare le ulteriori riflessioni, quelle che poi hanno portato al passo indietro dello stesso Altieri.
La premessa per capire i fatti. Il Consiglio dei ministri ha fatto partire la procedura di nomina giovedì sera, ma nel recente passato di Altieri - ex deputato nella diciassettesima legislatura, passato da Forza Italia alla Lega nel 2017 - è subito spuntato un incarico da responsabile Difesa del Carroccio, ricevuto nel 2024 e dunque in conflitto con la legge, che chiede una “pausa” di almeno tre anni tra incarichi politici e conduzione della delicata Autorità che vigila sugli appalti pubblici.
Salvini anche ieri ha rassicurato la presidente del Consiglio: secondo alcune ricostruzioni di maggioranza Altieri quell’incarico - pur indicato sino a pochi giorni fa sulle pagine web del Carroccio - non l’avrebbe mai accettato e formalizzato, anche perché in conflitto con la posizione che il manager ed ex deputato già aveva nel Cda di Leonardo nel 2023. La sua presenza negli organigramma leghisti sarebbe dunque un “errore tecnico”.
Ma si è subito capito che non sarebbe bastato a salvare la candidatura del manager-politico al vertice dell'Anticorruzione. Il profilo di Altieri, infatti, sin dall’inizio è apparso “anomalo” rispetto a nomine analoghe, nonché rispetto alle caratteristiche degli ultimi due predecessori, il giurista Giuseppe Busia - spesso critico rispetto a importanti scelte del Governo, come la realizzazione del Ponte sullo Stretto - e il magistrato Raffaele Cantone. Altieri, nome noto nei palazzi della politica e delle partecipate pubbliche (è tuttora presidente del Cda di Fincantieri Infrastrutture), cui tra l’altro vengono riconosciute buone relazioni trasversali, al netto degli aspetti formali è parso sin dall’inizio privo di una caratteristica: quella “fase di decantazione” che di solito c’è tra nomine a intenso significato politico e nomine al vertice di Autorità autonome di garanzia.
Per questo motivo già ieri sera iniziava a circolare scetticismo anche in maggioranza sul fatto che Altieri sarebbe arrivato sino all’esame delle competenti commissioni parlamentari, che dovranno esprimersi con una maggioranza qualificata dei due terzi.
Dopo il mezzo chiarimento sull'incompatibilità, la svolta. Palazzo Chigi prende per buona la versione, "salvando" dunque l'operato del Cdm di giovedì sera, e lascia ad Altieri il compito di defilarsi con un gesto istituzionale.
I VELENI CON L'OPPOSIZIONE
Proprio la consapevolezza del complesso iter di nomina, per il quale è indispensabile un ampio accordo con le opposizioni, consente di parlare, a proposito della nomina di Anac, di un vero e proprio «pasticcio». Perché apparirebbe quantomeno imprudente avviare un iter di nomina senza un accordo di massima, o su un profilo per il quale poi potrebbero emergere criticità. Nel suo passaggio a Milano Rho per l’Eicma, nel primo bagno di folla di giornata, Meloni già era apparsa sulla difensiva rispetto all’accaduto: «Perché l’abbiamo nominato? Cosa devo dire? Perché era nelle nostre competenze farlo...». Dopo il Consiglio federale della Lega, toccava al vicepremier Salvini una difesa d’ufficio: «Conto che sia tutto assolutamente regolare. Ho letto polemiche anche su Centemero - altro leghista indicato per la Consob, ndr -, le trovo ingenerose». Non sono proprio le espressioni di chi si mette a petto nudo a difesa delle personalità indicate dal Governo.
Intanto le opposizioni, unite, scrivevano alla presidente del Consiglio chiedendo di ritirare la nomina. «Non passerà», annuncia il capo M5s Giuseppe Conte. Tra le minoranze c'è anche chi invoca l'intervento di Mattarella. Fa le barricate anche il Pd, nonostante nelle prime ore successive al Cdm fonti di maggioranza sostenessero che i dem erano al corrente dell’ipotesi-Altieri. E poco prima del passo indietro di Altieri, fonti di Palazzo Chigi comunicavano che la nomina era stata previamente comunicata ai due principali partiti di opposizione, Pd e M5s, i quali, a dire del Governo, non avrebbero sollevato obiezioni. Insomma Meloni accusa Schlein e Conte di aver fatto il "doppio gioco". Una versione che, nel gioco delle parti, viene rispedita al mittente dai leader di Pd e M5s. Che anzi gongolano per il passo falso dell'esecutivo e per la nuova incrinatura nel rapporto tra Meloni e Salvini.
Fatti che inevitabilmente oscurano il doppio bagno di folla che la premier si era concessa a Milano e Verona, dove ha anche sfilato su un cavallo bianco. Lasciando ai cronisti due battute su tutte. La prima, sulla Manovra: «Se Giorgetti è rigorista, lo sono anche io». La seconda: «Il voto? Non vedete l’ora di togliermi dalle... Siete ossessionati, ma io sto lavorando». Anche se l'ultimo lavoro in Cdm, con la nomina all'Anac contestata e naufragata, non ha portato buoni frutti.
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