Caso Almasri, via libera della Consulta alle indagini su Bartolozzi per false dichiarazioni

La Corte ha accolto solo in parte il ricorso della Camera contro Procura e Tribunale dei ministri. I giudici dovranno comunque informare Montecitorio degli sviluppi dell'inchiesta che ha coinvolto l'ex vice capo di gabinetto del ministero della Giustizia
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November 6, 2026
Caso Almasri, via libera della Consulta alle indagini su Bartolozzi per false dichiarazioni
Giusi Bartolozzi, ex vice capo di gabinetto del ministero della Giustizia/ ANSA
Il caso Almasri, il generale libico arrestato in Italia e rilasciato dopo alcuni giorni, continua a far discutere. La Procura di Roma può infatti procedere - ma dovrà informare la Camera - in merito alle indagini sull'ex vice capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, accusata di false dichiarazioni al pm. D'altro canto il Tribunale dei ministri avrebbe dovuto spiegare perché Bartolozzi non era "concorrente" dell'altro reato di cui erano accusati anche i vertici di governo, così come la Procura avrebbe dovuto comunicare alla Camera la valutazione del Collegio. È quanto, in sintesi, ha stabilito la Corte costituzionale, che ha solo parzialmente accolto un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato proposto dalla Camera contro il Tribunale dei ministri e la Procura di Roma.
I giudici costituzionali hanno anche rilevato che, all'esito delle indagini svolte dal tribunale nei confronti del ministro, la Procura «aveva espressamente invitato il tribunale a qualificare la condotta» di Bartolozzi «come concorso nei reati ascritti al ministro Nordio» o in via alternativa «a ipotizzare a suo carico il reato di false dichiarazioni durante le indagini». Secondo la Corte, «in virtù del principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato», a fronte di questa sollecitazione, il tribunale «avrebbe dovuto esplicitare le ragioni per le quali non ha ritenuto di configurare, in capo alla dottoressa Bartolozzi, una possibile responsabilità per concorso nei reati attribuiti al ministro».
Nel caso in cui «avesse configurato un tale concorso», infatti, il tribunale «avrebbe dovuto chiedere alla Camera l'autorizzazione a procedere» anche nei confronti di Bartolozzi, oltre che del ministro. La Consulta aggiunge che, dal canto suo, la Procura «avrebbe dovuto comunicare le valutazioni del tribunale alla Camera, in modo da porla in condizioni di eventualmente promuovere conflitto di attribuzione nei confronti dell'autorità giudiziaria, ove avesse ritenuto che la decisione del tribunale avesse leso le proprie prerogative costituzionali».

Una vicenda internazionale

Il generale libico inizialmente arrestato in Italia perché ricercato dalla Cpi-Corte penale internazionale e poi liberato e riportato in patria, ha portato al duro attacco delle opposizioni al governo, a un’indagine nei confronti della premier Meloni e dei ministri Piantedosi e Nordio, a un’infuocata informativa in Parlamento dove i toni accesi hanno certificato l’importanza assunta dal caso nello scenario politico e a una mozione di sfiducia nel confronti del Guardasigilli.  Il caso ha avuto inizio lo scorso 6 gennaio, quando il capo della polizia giudiziaria libica ha iniziato il suo viaggio per l'Europa, volando da Tripoli a Londra e facendo scalo all'aeroporto di Roma-Fiumicino. Dopo essersi trattenuto nella Capitale britannica per sette giorni, il 13 gennaio Almasri si è trasferito a Bruxelles in treno per poi proseguire diretto in Germania, viaggiando in macchina con un amico. Durante il suo tragitto verso Monaco, il 16 gennaio, è stato fermato dalla polizia per un controllo di routine e gli agenti lo hanno lasciato proseguire. Infine è arrivato a Torino in auto, per assistere a una partita di calcio.  Sabato 18 gennaio, dunque 12 giorni dopo l'inizio del viaggio del comandante libico in giro per l'Europa, la Cpi - con una maggioranza di due giudici a uno - spicca un mandato d'arresto per il generale per crimini di guerra e contro l'umanità commessi nella  prigione di Mittiga, vicino a Tripoli, dal febbraio 2011. In quel carcere sotto il suo comando, secondo i documenti dell'Aia, sarebbero state uccise 34 persone e violentato un bimbo.    
Domenica 19 gennaio Almasri, da poco arrivato nel capoluogo piemontese, viene fermato e messo in carcere dalla polizia italiana, ma viene in seguito rilasciato il 21 gennaio su disposizione della Corte d'Appello a causa di un errore procedurale: si è trattato di un arresto irrituale, perché la Cpi non aveva in precedenza trasmesso gli atti a Nordio. L'arresto non è stato «preceduto dalle interlocuzioni con il ministro della Giustizia, titolare dei rapporti con la Corte penale internazionale; ministro interessato da questo ufficio in data 20 gennaio, immediatamente dopo aver ricevuto gli atti dalla Questura di Torino, e che, ad oggi, non ha fatto pervenire nessuna richiesta in merito», si legge nell'ordinanza della Corte di Appello di Roma, che dispone l'immediata scarcerazione.  
Poco dopo il suo rilascio, nello stesso giorno, il comandante libico è stato rimpatriato dall'Italia su un volo di Stato, prima di essere portato in trionfo da decine di suoi sostenitori che lo hanno accolto festanti. La serie di eventi ha scatenato le accese proteste dell'opposizione e della stessa Cpi, dopo aver visto sfumare la consegna di un uomo che voleva arrestare per crimini di guerra e contro l'umanità. «Stiamo cercando, e non abbiamo ancora ottenuto, una verifica da parte delle autorità sui passi compiuti», ha fatto sapere la Cpi. Un paio di giorni dopo il governo interviene ufficialmente per la prima volta, attraverso il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che al question time al Senato fornisce una prima risposta: una volta scarcerato su disposizione della Corte d'Appello, Almasri è stato «rimpatriato a Tripoli, per urgenti ragioni di sicurezza, con mio provvedimento di espulsione, vista la pericolosità del soggetto» e per il fatto che dal momento del rilascio «era "a piede libero" in Italia».  

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