Mussapi coglie Maria negli occhi dell’angelo

In “Vita di Maria” il poeta offre una rilettura intensa e contemplativa della sua figura tra sogno, speranza e ricerca spirituale
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November 6, 2026
Mussapi coglie Maria negli occhi dell’angelo
Paolo Pessarelli, “Ragazza con libro”, opera della serie “Oltre te”. Opera esposta negli spazi di Cascina Roma a San Donato Milanese nella personale "Muti canti"
All’improvviso, le proporzioni si invertono e il cielo non riesce più a contenere la terra. È solo un istante, ma è l’istante che cambia la storia. Anche luce e tenebra si confondono, al punto che perfino lo sguardo degli angeli perde di acutezza. Laggiù, nel chiaroscuro della grotta in cui si compie la nascita, «la conoscenza astrale e la carne divina / di cui siamo tessuti fibra per fibra / ha zone di buio, isole d’ombra», ammette la creatura celeste che in Vita di Maria di Roberto Mussapi (Ponte alle Grazie, pagine 106, euro 14, in libreria da oggi) assume il ruolo di narratore, testimone e interprete. Si tratta, con ogni evidenza, dell’angelo dell’Annunciazione, evento che però in questo «breve poema» viene solamente alluso. Non dato per scontato, perché nel dettato solenne e domestico di Mussapi nulla è sminuito o banalizzato. Piuttosto, l’Annunciazione è il basso continuo che segretamente accompagna una vicenda che verrebbe da definire “terrestre e celeste”, in consonanza con il viaggio pittorico di Simone Martini cantato da Mario Luzi nel 1994. Di nuovo, le due dimensioni si sovrappongono senza entrare in conflitto. Di nuovo, agisce l’omaggio alla lezione dei maestri, perché Mussapi si considera davvero – e a buon diritto – discepolo di Luzi, così come è innegabile e, anzi, rivendicata la sua frequentazione dell’opera di Rainer Maria Rilke e di T.S. Eliot, oltre che dei Vangeli apocrifi e degli scritti della mistica renana Anna Katharina Emmerick.
Sono le fonti principali di questa Vita di Maria, puntualmente censite da Alberto Fraccacreta in sede di postfazione. A fare da amalgama, come suggerisce l’italianista, provvede la fascinazione di Mussapi per un Oriente tutt’altro che di maniera, di cui rendeva conto in maniera esemplare una raccolta come La piuma del Simorgh. In un certo senso, avevamo lasciato Mussapi a quel libro del 2016, che seguiva di misura la provvisoria sistemazione di tutte le sue Poesie nel volume edito da Ponte alle Grazie nel 2014. Il successivo I nomi e le voci, datato 2020, provvedeva di fatto a riordinare la parte più interessante della produzione teatrale di Mussapi, vale a dire i monologhi poetici nei quali il mito si rispecchia nella quotidianità (si pensi, in particolare, a La grotta azzurra, dove la rievocazione di ninfe e sirene avviene nel bagno di un autogrill). Già allora, in ogni caso, si sapeva che Mussapi si era messo sulle tracce del Marien-Leben di Rilke. Ne davano notizia i “frammenti” usciti in plaquette nel 2012 e poi ripresi, appunto, nella Piuma del Simorgh. Prima ancora, lo aveva fatto intuire la sequenza mariana presente in Rexurrexi del 2009 e ora ripresa in Vita di Maria, quasi a introdurre uno scarto lievissimo e illuminante nel tessuto complessivo del poemetto.
Benché noti al lettore di Mussapi, questi stessi versi assumono adesso un’intonazione differente, che è l’intonazione di un angelo talmente ammirato dal mistero dell’Incarnazione da desiderare di piangere alla vista del neonato. Il pianto è uno dei temi ricorrenti di questa sacra conversazione che è nello stesso tempo sacra rappresentazione. Le lacrime non sono più appannaggio esclusivo delle donne. Piange Giuseppe mentre cerca disorientato un albergo disposto a ospitare il travaglio di Maria, ed è sull’orlo della commozione il ladrone che, spinto da una superstizione alla quale non è estranea la fede, reclama un miracolo per il figlio malato. Ha dimestichezza con il pianto anche Khabidzar, il sapiente orientale che gli altri magi hanno incaricato di ripetere, a trent’anni di distanza, il viaggio verso Gerusalemme. Nella spedizione precedente, intrapresa al seguito della cometa e rievocata con ampio ricorso allo stile di Eliot, era toccato a lui portare in dono la mirra, resina regale le cui gocce assumono la forma profetica delle lacrime sparse nel lutto.
Insieme con il pianto, l’altro elemento costitutivo della Vita di Maria è il sogno o, meglio, il sonno vigile durante il quale la Madonna è visitata da visioni e premonizioni. Almeno una volta, è Gesù stesso a parlarle mentre è addormentata: «Considera la morte come un sonno, / un sonno, madre mia, che durerà tre giorni. / Al mio dolore sarò io a resistere. / Ma sappi che la mia morte sarà un sonno». Anche nei momenti più drammatici della Passione, la Maria di Mussapi rimane più Annunciata che Addolorata. Non rinuncia a sorridere, come se già contemplasse la mattina gloriosa di Pasqua. «Il mio stesso bagliore abbagliava me stesso», confessa l’angelo rievocando quell’altro rovesciamento della realtà, quella seconda nascita che è primizia del tempo a venire, quando la morte sarà sconfitta per sempre. Nel riverbero di questa speranza, prendono la parola personaggi solo in apparenza marginali, come la moglie di Pilato, Claudia Procula, e un anonimo soldato romano distaccato sul Golgota. Il motivo della loro convocazione viene rivelato solo sulla soglia del congedo, nella toccante ballata sulla dormizione della Vergine, con una delicata torsione narrativa che conferma la natura felicemente composita del libro.
Risultato tra i più alti della poesia di Mussapi e, in genere, della letteratura spirituale contemporanea (ammesso e non concesso che la letteratura possa permettersi di non essere spirituale), questa Vita di Maria ha già la dignità di un classico e come classici vanno recepiti molti dei testi che lo compongono. Su tutti, resta memorabile il soliloquio nel quale l’angelo, abbacinato dall’enormità di Dio che sceglie di farsi uomo, immagina di chiedere per sé un prodigio analogo e minore. Non pronuncia veramente la sua preghiera ma, ora che ha imparato la «lingua bassa» dell’esistenza terrena, anche a lui piace sognare.

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