Dal voto Usa lezione di vitalità all’Europa
Emerge un’America che respira ancora, nonostante le lacerazioni e la rabbia che la attraversano. Dall’altra parte dell’Oceano, invece, le classi dirigenti faticano a rinnovarsi e la protesta stenta a trasformarsi in una proposta di futuro

Il voto americano del 3 novembre ha dato un risultato politico chiaro, con la clamorosa débâcle di Donald Trump e la netta vittoria dei democratici. Il risultato non va però sovrastimato. Negli Stati Uniti le elezioni di metà mandato puniscono quasi sempre chi governa. Dal 1934 al 2022 il partito del presidente ha perso seggi alla Camera in 20 elezioni di metà mandato su 23, circa l’87% dei casi. E molti americani hanno votato contro Trump prima ancora che per i suoi avversari.Al di là del risultato politico, le elezioni di metà mandato hanno messo in luce alcuni aspetti distintivi della società americana che meritano di essere sottolineati. Ne cito in particolare tre.
Come molti analisti hanno rilevato, il carovita ha pesato molto nell’orientare il voto. Dopo anni in cui la politica occidentale si è consumata sulle grandi questioni internazionali, l’elettorato è tornato al libro dei conti di famiglia: il prezzo della benzina, la spesa, l’affitto, le cure mediche. Circa metà degli elettori ha indicato il costo della vita come decisivo per il proprio voto, alla pari con la corruzione. L’accostamento non è casuale. Quando il carrello della spesa si alleggerisce mentre si ha la sensazione che i vantaggi finiscano sempre agli stessi, il prezzo del pane diventa domanda di giustizia. Così, il profilo pragmatico tipico degli americani è riemerso come un fattore decisivo per tornare ad ancorare la politica alla vita concreta delle persone. Il secondo aspetto è la capacità di rinnovamento generazionale. La risposta del partito democratico alla sconfitta di due anni fa è stata l’emersione di una nuova generazione di politici che si propongono come i leader del prossimo futuro. Jon Ossoff, 39 anni, confermato senatore della Georgia e possibile prossimo candidato alla Casa Bianca. James Talarico, trentasette anni, studi in seminario alle spalle, che ha vinto in Texas e sarà il più giovane membro del Senato. Melat Kiros, ventinove anni, la prima donna della Generazione Z eletta al Congresso. Sono i volti di una nuova leadership che deve ancora dimostrare le proprie reali capacità, ma che intanto ha ottenuto il sostegno di due giovani elettori su tre.
Infine, dopo anni in cui le questioni etniche sono state al centro delle tensioni politiche e sociali, la risposta dell’elettorato è stata quella di riconoscere e premiare il pluralismo che innerva tutta la società americana. Abdul El-Sayed, in Michigan, è il primo musulmano eletto al Senato. Keisha Lance Bottoms è la prima donna nera mai eletta governatrice negli Stati Uniti, in Georgia, battendo un miliardario che aveva speso oltre duecento milioni di dollari. Peggy Flanagan e Deb Haaland hanno aperto la strada alle donne native, in Senato e alla guida di uno Stato. Le deputate democratiche superano per la prima volta quota cento. E il dato oltrepassa i confini di partito: tra i cinque governatori neri che siederanno insieme, un record, c’è il repubblicano Byron Donalds in Florida. La varietà della società americana si afferma come un tratto costitutivo che non può essere negato e che anzi è sempre più incardinato nelle istituzioni rappresentative. Messi insieme, questi tre aspetti danno conto di una società vitale. L’America resta un Paese lacerato, attraversato dalla rabbia, con una metà degli aventi diritto che non è andata a votare. Ciò nonostante, i risultati dicono che ci sono ancora energie umane e spirituali disposte a spendersi, portando nello spazio pubblico storie e appartenenze che sembravano destinate a rimanere lontane dai palazzi.
In Europa facciamo più fatica a ritrovare tale dinamismo. Siamo società più anziane, con partiti che gestiscono l’esistente più di quanto immaginino il possibile, con classi dirigenti che si rinnovano lentamente e con figli degli immigrati che raramente arrivano dove si decide. Da noi la protesta c’è. Ma è più stentata la capacità di trasformarla in volti nuovi e in parole che parlino della vita quotidiana senza ridurla a risentimento. Non si tratta di osannare l’America, ma di chiederci dove sia finita, da questa parte dell’Oceano, la spinta vitale verso il rinnovamento. Poi, certo, non sappiamo che cosa i risultati di questi giorni questo porteranno. Come abbiamo visto, la reazione delle Borse non è stata incoraggiante. Promettere di abbassare il costo della vita è molto più facile che riuscirci. I volti nuovi possono essere assorbiti in fretta dalle abitudini di Washington. La varietà che oggi fa forza può diventare domani una somma di fazioni. La spinta al cambiamento dovrà superare la prova di realtà, senza entusiasmi anticipati. Un’elezione non è una conclusione, ma un inizio. Ci dice che la società americana è ancora capace di cominciare qualcosa. Se saprà anche farlo durare, e generare ciò che ha promesso, è la domanda a cui solo i prossimi anni potranno rispondere.
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