Un dubbio agita le Borse (e non solo): quanto vale davvero l'IA?

Crescono le incognite sul reale valore dell'intelligenza artificiale: per questo si fanno sempre più frequenti le ondate di vendite in Borsa. Il caso di Revolut, che ha optato per l'IA cinese
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November 6, 2026
Un dubbio agita le Borse (e non solo): quanto vale davvero l'IA?
Giovedì pioggia di vendite al Nasdaq / Reuters
L’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite ed è destinata ad averne un posto fisso e rilevante. Su questo, ormai, siamo quasi tutti d’accordo, nonostante i diversi giudizi che si possano avere sui rischi e le opportunità che le macchine portano con sé. Ma allora perchésui mercati finanziari si assiste con una frequenza sempre più elevata a ondate di vendite sui titoli che negli ultimi mesi hanno catalizzato l’attenzione generale, con valutazioni stellari e gigantesche emissioni di debito? C’è la politica, sicuramente, con l’onda blu di mid term che senz’altro potrà cambiare l’aria in un ecosistema che in questi due anni ha sostenuto senza se e senza ma i giganti tecnologici americani e relativi manager, in prima fila al giuramento di Donald Trump del gennaio 2025. Ma c’è anche un’altra incognita, che viaggia su un piano più alto e di cui la finanza si sta facendo solo portavoce:siamo sicuri che l’Intelligenza artificiale con i suoi prodotti e servizi valga così tanto da giustificare i prezzi a cui si vendono le sue azioni e da ripagare i rendimenti offerti dai suoi debiti a nove zeri?
Il dubbio non è nuovo, e ha ispirato le crisi - rare e passeggere - che ha attraversato l’Ia nel corso degli ultimi anni. Ma, si diceva, ultimamente questi episodi si stanno facendo sempre più frequenti e dolorosi: da solo, il tonfo di giovedì dell’indice tecnologico di Wall Street Nasdaq, ha “bruciato” in un solo giorno 2.500 miliardi di dollari di valore di borsa.
A soffiare sul fuoco del crescente pessimismo (o realismo) c’è anche una storia che gira da qualche giorno tra gli investitori:riguarda Revolut, la banca digitale inglese diventata simbolo dell’innovazione nei servizi di pagamento e investimento con 80 milioni di clienti in 45 diversi Paesi. Qualche giorno fa, durante una conferenza tecnica che si svolgeva a New York, il responsabile per l’IA del gruppo, David Abitbol, ha raccontato la recente decisione presa da Revolut di abbandonare per i suoi 2mila ingegneri l’utilizzo dei software di Anthropic e OpenAi, leader americani, a favore di applicazioni libere sviluppate da laboratori cinesi ma gestite internamente. Il cambio di fornitore, ha assicurato il manager di Revolut, non ha impattato sulla sicurezza e sulla velocità dei processi, ma in compenso ha prodotto un risparmio del 90% sui costi di approvvigionamento. Il fatto che un grande gruppo bancario europeo abbia optato per un sistema di IA cinese, di cui peraltro ha riconosciuto lo “stigma” reputazionale, è stato letto da molti come la conferma in un colpo solo di due diversi sospetti: i servizi americani di IA sono immeritatamente costosi e i concorrenti cinesi potranno soppiantarli senza grossi problemi.
Ci vorrà tempo per capire se le cose stanno realmente in questo modo, e probabilmente non c’è da augurarselo: ci troveremmo alle prese di una bolla senza precedenti, con conseguenze inimmaginabili. Perché la posta in palio è elevata: alcune elaborazioni recenti di Ubs e Goldman Sachs avevano stimato in una cifra compresa tra i 360 e i 400 miliardi di dollari il nuovo debito emesso con obbligazioni nel 2026 dai giganti tech, direttamente o indirettamente legati all’IA, una vera e propria “onda di carta” che ha visto inevitabilmente salire i rendimenti offerti. Anche sull’azionario c’è una tensione crescente: Anthropic dovrebbe quotarsi entro un paio di settimane a Wall Street, ma con l’aria che tira la valutazione complessiva di 1.500 miliardi pare fuori portata; la rivale OpenAi, invece, sta valutando di posticipare il suo debutto in borsa nel 2027. Sono le “dure” leggi della Borsa. Ma la questione di fondo non è solo finanziaria: quanto vale, davvero, l’Intelligenza artificiale?

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