Il peso del debito: 9.400 miliardi sulle spalle del Sud del mondo
Il rapporto di Banca mondiale registra nel 2025 un aumento del 5,5% del debito estero dei paesi a basso e medio reddito, il più rapido dal 2021. A crescere di più è quello dei più fragili, che pagano il credito ai tassi più alti dal 1989

Quella parte di mondo che prova a trovare una sua strada verso lo sviluppo deve al resto del pianeta 9.400 miliardi di dollari. Un macigno dal peso insostenibile, fotografato dal Rapporto internazionale sul debito 2026 diffuso oggi dalla Banca mondiale. Nel 2025 il debito estero dei paesi a basso e medio reddito è cresciuto del 5,5%, il ritmo più sostenuto dal 2021 e circa quattro volte la media del triennio 2022-2024.
Da una parte i mercati hanno riaperto i battenti e i creditori privati sono rientrati in gioco dopo la ritirata del 2022-2023. Le emissioni di bond da parte di enti pubblici sono balzate di quasi il 35%, a 251 miliardi di dollari, il livello più alto da cinque anni. Dall’altra, a pagare il prezzo di questo ritorno sono i debitori più fragili. La Cina, quasi un quarto del totale, ha ridotto il proprio debito del 4,3%, a 2.300 miliardi. Esclusa Pechino, però, il debito dei Paesi a reddito medio è cresciuto del 9,1%, come non accadeva dal 2017. Nei Paesi che accedono ai prestiti agevolati dell’Ida, il braccio della Banca mondiale che sostiene le economie fragili, il debito è salito dell’8,1%, fino a 1.300 miliardi. Molti governi emettono nuovi bond per rimborsare quelli in scadenza, spesso a tassi più alti. Il calendario dei pagamenti si distende, ma lo stock resta. Nel 2026 la corsa è continuata: a metà agosto più di dieci Paesi avevano già superato le emissioni dell’intero 2025.
L’accesso al credito è dunque migliorato, non così il prezzo da pagare. Sui nuovi impegni con i privati i paesi Ida hanno pagato in media l’8,2%, livello record dal 1989, e il 9,4% sui bond. Rispetto ai creditori ufficiali lo scarto era di 3,4 punti nel 2016. Oggi è di 5,5 punti.
Nel 2025 i Paesi a basso e medio reddito hanno versato 1.400 miliardi tra capitale e interessi, quinto rialzo consecutivo, di cui 363 miliardi ai detentori di bond. Tra il 2022 e il 2025 hanno restituito 436 miliardi più di quanto abbiano ricevuto in nuovi finanziamenti. Nel 2025 il segno si è invertito, da un deflusso netto di 118 miliardi a un afflusso netto di 45 miliardi.
Pesa il biglietto verde: oltre un quarto dei 303 miliardi di aumento del debito pubblico deriva dal dollaro debole, che fa lievitare in dollari i debiti contratti in altre valute. Per diversi tra i maggiori beneficiari di prestiti agevolati, l’effetto cambio ha pesato più dei rimborsi. Hanno restituito capitale e si ritrovano comunque con un debito più alto. «Il ritorno dei prestiti privati è benvenuto, ma questi paesi prendono a prestito di più, pagano di più e in molti casi lasciano meno risorse allo sviluppo di lungo periodo», avverte Haishan Fu, direttrice per i dati sullo sviluppo della Banca mondiale.
Dove finisce quel denaro? Non nelle corsie degli ospedali o nelle aule scolastiche dei Paesi fragili. Nei paesi Ida il servizio del debito assorbiva in mediana il 15% delle entrate pubbliche nel 2000. Oggi supera il 40%. Il peso del debito interno, dovuto a banche e risparmiatori nazionali, è più che triplicato e sfiora il 30% del gettito. Ogni dollaro che va ai creditori è un dollaro che manca per pagare lo stipendio di un maestro, di un’infermiera, o un sussidio.
A ottobre l’Unctad, l’agenzia Onu per il commercio e lo sviluppo, ha messo a confronto gli interessi sul debito pubblico con la spesa per sanità e istruzione. Nel 2025 i paesi in via di sviluppo hanno pagato quasi mille miliardi di interessi netti. In 51 di essi, dove vivono 3,7 miliardi di persone, quella cifra supera ciò che si investe in salute o scuola. Nel 2010 le persone coinvolte erano 2,5 miliardi. Con i tassi di interesse a cui hanno accesso i Paesi ricchi si risparmierebbero 500 miliardi l’anno, il costo di circa 1,3 milioni di centri di cure primarie.
Il Kenya mostra come funziona il meccanismo del debito per i Paesi più fragili. A marzo 2025 il governo di Nairobi è tornato sui mercati con un eurobond da 1,5 miliardi di dollari al 9,5%, in scadenza nel 2036. A ottobre ha replicato con altri 1,5 miliardi, in due tranche, al 7,875% fino al 2033 e all’8,80% fino al 2038. Buona parte del denaro è servita a ricomprare titoli più vecchi in scadenza. Un’operazione che sposta in avanti le scadenze ma non riduce il debito, osserva il rapporto. Il contrasto sta nel costo del debito: sui nuovi prestiti i creditori ufficiali hanno chiesto in media l’1,9% su 25 anni, i privati l’8,8% su 10 anni. Per l’anno fiscale 2025-26 il Tesoro keniano prevedeva pagamenti per interessi per quasi 1.100 miliardi di scellini, contro 138 miliardi di scellini dedicati alla sanità e 703 miliardi per l’istruzione. Messe insieme, le due voci restano di oltre 250 miliardi di scellini sotto il servizio del debito. «Gestire il debito in modo responsabile significa dare a tutti, comprese le generazioni future, la possibilità di prosperare», conclude Haishan Fu di Banca mondiale. Per ora, per molti Paesi, quella possibilità viene dopo gli interessi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





