Perché non aprire seriamente il dibattito sul diritto di voto a 16 anni?

Non basta invitare i giovani a credere nel futuro. Bisogna dare loro ragioni concrete per farlo: opportunità di lavoro, retribuzioni dignitose, possibilità di trovare casa, fiducia nel merito. E soprattutto riconoscere che non sono soltanto persone di cui occuparsi, ma cittadini con cui decidere
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November 8, 2026
Perché non aprire seriamente il dibattito sul diritto di voto a 16 anni?
/Foto Icp
In un ragionamento di qualche giorno fa (cfr Avvenire ), abbiamo individuato tre piani da integrare per capire davvero e agire bene nei confronti dei giovani: quello etico, quello conoscitivo e quello politico. Il piano etico ci chiede di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, senza fare sconti alla violenza. Quello conoscitivo ci obbliga a leggere la realtà per intero, raccogliendo tutti i sintomi, anche quelli che ci disturbano, senza selezionare soltanto ciò che conferma le nostre convinzioni. Quello politico, infine, ci chiede di trasformare una diagnosi il più possibile veritiera in scelte concrete, capaci di affrontare le cause dei problemi e non soltanto di denunciarne gli effetti. È su questi ultimi due piani che vorrei soffermarmi. Perché, se vogliamo davvero capire che cosa sta accadendo ai giovani, dobbiamo anche chiederci quale posto siamo disposti a riconoscere loro nella società e nelle decisioni che ne determinano il futuro. Il vento della Serbia circola in Europa…
C’è una domanda che l’Italia dovrebbe farsi più spesso e che focalizza un altro sintomo: perché tanti giovani se ne vanno? E perché, quando partono, troppo spesso fanno fatica a immaginare un ritorno? Non è vero che i giovani non hanno voglia di impegnarsi, di studiare, di lavorare, di costruire qualcosa di importante. Basta incontrarli e vedere che cosa sanno fare quando trovano spazio. Il problema è che troppo spesso quello spazio devono cercarlo altrove. Secondo il Cnel, tra il 2011 e il 2024 circa 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia. Sottratti gli ingressi, il saldo migratorio è negativo per circa 441.000 persone. E tra i giovani emigrati nel triennio 2022-2024, il 42,1% era laureato.
Non tutti partono per gli stessi motivi. Andare all’estero può essere una scelta libera, un’esperienza preziosa, un modo per allargare gli orizzonti. Il problema è quando partire sembra l’unica strada per trovare un lavoro adeguato, essere riconosciuti per quello che si sa fare, diventare autonomi, progettare la propria vita. Non basta invitare i giovani a credere nel futuro. Bisogna dare loro ragioni concrete per farlo: opportunità di lavoro, retribuzioni dignitose, possibilità di trovare casa, fiducia nel merito. E la sensazione, tutt’altro che secondaria, che il proprio contributo possa cambiare qualcosa. Ma c’è un altro modo per dire ai giovani che ci interessano: riconoscere loro più voce nelle decisioni che riguardano il futuro. Perché non aprire seriamente il dibattito sul diritto di voto a sedici anni? È una proposta che farà discutere. C’è chi obietterà che a quell’età si è ancora troppo giovani, che manca esperienza, che prima bisogna imparare a conoscere la politica. Sono obiezioni da prendere sul serio. Ma vale anche la domanda opposta: quando si comincia a essere abbastanza grandi per avere voce nelle decisioni collettive? E chi stabilisce il momento in cui si è pronti? E, più radicalmente, chi può dire qualcosa sulla consapevolezza che c’è in un voto, anche di un adulto? A sedici anni si è già dentro la società. Si vive la scuola, si affrontano le disuguaglianze, si guarda al lavoro, si ha paura della guerra, si discute di ambiente e di tecnologia. Si vivranno per decenni le conseguenze di decisioni prese oggi. Perché non poter concorrere a sceglierle? Votare non significa sapere già tutto. Significa assumersi una responsabilità, informarsi, confrontarsi, scegliere. La cittadinanza consapevole non nasce per magia il giorno del diciottesimo compleanno: si costruisce anche attraverso la partecipazione, l’informazione e l’educazione civica.
Il voto a sedici anni non risolverebbe la fuga dei giovani, non creerebbe da solo posti di lavoro e non restituirebbe automaticamente fiducia nelle istituzioni. Ma avrebbe un significato preciso: riconoscere che i giovani non sono soltanto persone di cui occuparsi, ma cittadini con cui decidere. E deciderlo oggi sarebbe il segnale di un ascolto attivo e sincero cui segue una scelta concreta ed eloquente. Non chiediamo loro di restare per affetto verso il Paese, né di impegnarsi per senso del dovere mentre le decisioni importanti vengono prese altrove. Mettiamoli nelle condizioni di scegliere, di contare, di assumersi responsabilità. E accettiamo anche che possano scegliere diversamente da noi. Il punto non è abbassare un numero sulla carta d’identità. È cambiare lo sguardo: smettere di considerare i giovani cittadini in attesa e riconoscerli come parte del presente. Un Paese che vuole trattenere i suoi giovani deve offrire opportunità. Un Paese che vuole costruire il futuro con loro deve condividere anche il potere di deciderlo. E allora proviamo a cominciare da una domanda semplice e concreta: siamo pronti a far votare i sedicenni?

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