«Così abbiamo dato un nome e una tomba alle vittime del 7 ottobre»
Parla un medico dell’Unità dell'IDF che ha lavorato all’identificazione dei corpi, tra tecnologia e tradizione. «Dei bambini non restava quasi più nulla». La commemorazione voluta dall’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Yaron Sideman

«Con i corpi dei bambini è stato più difficile. Alcuni erano completamente carbonizzati, non ne restava nulla; altri erano in condizioni indescrivibili: irriconoscibili, fatti a pezzi, i resti mischiati con quelli dei genitori o di altri parenti. Abbiamo dato un nome, e una tomba, a tutti». È il racconto di un dottore dell’IDF che il 7 ottobre 2023 faceva parte dell’Unità di Identificazione medica della base di Shura, vicino a Ramla, sede del Rabbinato militare. Il suo nome non è pubblicabile per questioni di sicurezza, ma era presente alla cerimonia di commemorazione delle vittime del 7 ottobre voluta a Roma dall’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Yaron Sideman, che gli ha dato la parola con una sola premessa: «Cosa c’è di più importante, di più rispettoso e sacro, che identificare e restituire alle famiglie i corpi dei loro cari?».
Il dottore, un dentista, insieme alla squadra di medici e specialisti di medicina legale, e a molti volontari che hanno voluto collaborare, è intervenuto fin dalle prime ore del massacro. «Israele purtroppo, e sottolineo purtroppo, ha dovuto accumulare molta esperienza in questo campo». Nel 1997, la morte di dodici soldati dell’unità d’élite Shayetet 13 in Libano mise in luce errori nell’identificazione dei resti. Fu istituita la Commissione Winograd, che contribuì alla riorganizzazione del sistema di riconoscimento dei caduti e al rafforzamento del ruolo del Rabbinato militare. Oggi laici e religiosi ortodossi lavorano in stretto coordinamento. E la tecnologia più avanzata trova riferimento in una tradizione millenaria: nell’ebraismo, identificare un corpo non significa soltanto consentirne la sepoltura, ma può avere conseguenze decisive anche sulla vita dei familiari. «Il tema dell’accertamento della morte è affrontato nel Talmud, che anticipa problemi che ancora oggi accompagnano il nostro lavoro medico-legale – sottolinea il dottore –. Voglio citare in particolare il caso delle agunot , le donne rimaste vincolate a un matrimonio (agunà significa, appunto, “ancorata”, “vincolata”) perché il marito era scomparso. Senza prove sufficienti del decesso, non potevano risposarsi secondo l’Halakhah», la legge ebraica.
Israele non dispone di un archivio biometrico completo della popolazione civile, mentre l’IDF sì. L’esercito raccoglie preventivamente i dati identificativi dei suoi soldati – impronte digitali e palmari, dati biometrici, documentazione dentale e campioni biologici per l’analisi del DNA – per identificare i caduti anche quando i corpi sono irriconoscibili. Dopo il 7 ottobre, l’IDF ha messo a disposizione questi archivi. «Dovevamo fare in fretta, molto in fretta. La nostra prima preoccupazione era impedire che le famiglie apprendessero dai social media la più dolorosa delle notizie, che andava invece comunicata con certezza, nel modo opportuno e attraverso i canali ufficiali. È stata una corsa estenuante, senza precedenti, tra velocità e accuratezza. Nel giro di poche settimane siamo riusciti a identificare il 100% delle vittime, distinguendo chi era stato ucciso da chi risultava disperso o tenuto in ostaggio a Gaza». Per un paragone: a 25 anni dall’11 settembre, non sono ancora stati identificati i resti di circa il 40% delle vittime del World Trade Center. L’IDF ha lavorato incrociando i dati degli archivi e analizzando quattro elementi: caratteristiche facciali, dentatura, impronte digitali e DNA. Il DNA è stato decisivo soprattutto quando non erano disponibili altri metodi di riconoscimento, come nel caso dei bambini. L’unità ha acquisito una tecnologia americana e l’ha perfezionata fino a ottenere risultati in due ore, utilizzando soltanto due indicazioni. «Anche in questo caso, il riferimento è stata la legge ebraica, con il principio dei “due testimoni”. Un principio codificato nella Torah, in particolare nel Deuteronomio (19,15), secondo cui un fatto deve essere accertato sulla parola di due o tre testimoni».
Il dottore ha quindi citato una poesia di Nathan Alterman, La terza madre (Ha’em hashlishit ). La prima madre immagina il figlio morto, lontano, appeso all’albero di una nave. La seconda lo vede tornare attraverso i campi, con una pallottola nel cuore. La terza non sa dove sia il suo: forse in viaggio, forse addormentato. Continua ad aspettarlo, sospesa nell’incertezza se sia vivo o morto. «So quello che ho visto con i miei occhi, il 7 ottobre; so quello che ho toccato, so quello che ho annusato – ha concluso il dottore –. Sto ancora cercando di elaborare tutto questo. Ma ho fatto tutto ciò che potevo per dare una risposta al dolore di questa terza madre ».
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