La storia di Marcello, l'ex boss all'ergastolo che dipinge Borsellino (e che oggi ha abbracciato suo fratello)
di Giorgio Paolucci, Milano
L’incontro commovente, a Milano, tra Salvatore Borsellino e Marcello D’Agata, esponente di punta della mafia catanese. Il detenuto ha chiesto perdono raccontando la sua odissea e la sua ripartenza. C'entrano la fede e l'arte

«Sono stato un mafioso. Ho attraversato Cosa Nostra in lungo e in largo, ho causato dolore e lutti, mi vergogno delle mie imprese. Oggi sono qui per chiedere perdono per il male che ho fatto. E per testimoniare che la mia vita è cambiata». Marcello D’Agata, personaggio di punta della mafia catanese negli anni Ottanta, tra poche ore tornerà nella sua cella al carcere di Opera dove sconta l’ergastolo. Ora è qui, al centro civico del Municipio 1 del Comune di Milano intitolato a Falcone e Borsellino, per raccontare pubblicamente la sua odissea in un incontro promosso da Dentrofuoriars e dall’associazione Peppino Impastato e Adriana Castelli. Seduto di fianco a lui c’è Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in un attentato nel 1992. D’Agata non nasconde le sue responsabilità, non cerca alibi, anche quando parla di un’infanzia travagliata, condivisa con sette fratelli: gli studi interrotti per andare a lavorare e aiutare la famiglia, l’abisso della malavita che lo risucchia, le imprese che l’hanno reso un personaggio potente e rispettato. Una gioventù che lo accomuna a quella di tanti ragazzi divenuti facile preda dei clan. Un destino che conosce molto bene anche Salvatore Borsellino, testimone di vite bruciate nel popolare quartiere della Kalsa a Palermo, dove è cresciuto insieme al fratello Paolo e alle sorelle Adele e Rita. E proprio lì, al civico 57 di via della Vetriera, dove il padre gestiva una farmacia, è nata nel 2015 la Casa di Paolo, un centro di promozione educativa e sociale che offre ai giovani un’alternativa alla strada. «È l’eredità luminosa nata dalla morte di mio fratello, grazie alla quale tante vite hanno trovato una possibilità di ripartire, ed è l’unica cosa di cui sono orgoglioso», racconta Salvatore.

Anche l’esistenza di D’Agata è ripartita, e la cosa sorprendente è che è accaduto nella condizione più difficile: la detenzione. «Tre anni trascorsi in isolamento mi hanno dato la possibilità di prendere piena consapevolezza delle ferite inferte alle vittime e alla società e di cominciare a percorrere la strada del mio riscatto personale». Poi, a Opera, la nascita della passione per la pittura, l’esercizio quotidiano, sotto la guida della professoressa Chiara Mantovani, nel piccolo laboratorio messo a disposizione dalla direzione del carcere e la scoperta di un talento che si è già fatto apprezzare oltre le mura del carcere. Dipingere diventa nel tempo uno strumento di espressione della sua interiorità e un itinerario alla ricerca della bellezza, segnato da una profonda rivisitazione del passato e dalla riscoperta della fede cristiana che lo ha sostenuto. «È stato Gesù l’amico che mi ha fatto compagnia in questi 33 anni di detenzione, attraverso i volti delle persone che hanno accompagnato la mia rinascita». Vuole chiamarli per nome, quei volti così importanti, piccole luci nel buio della condizione carceraria: «Suor Maristella, i professori Bogoni e Zanzottera, i volontari che da anni vengono a trovarmi». D’Agata ricorda un momento decisivo del suo percorso: nel 2016 Papa Francesco indice il Giubileo della Misericordia e riconosce ai detenuti la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria varcando la porta della cappella del carcere. «Fu quella la provvidenziale occasione di pentimento che ha segnato la mia riconciliazione con Dio». In segno di gratitudine ha poi dipinto due quadri che le sue figlie hanno consegnato al Papa in Piazza San Pietro, e in seguito due suoi bozzetti sono stati scelti dalle Poste Vaticane come soggetti per realizzate due francobolli. L’impresa più recente in cui D’Agata si è cimentato è dentro l’orizzonte dell’evento ospitato ieri a Milano: un ritratto di Paolo Borsellino che nei prossimi giorni verrà consegnato al fratello Salvatore. Un segno che le ferite si possono curare, una piccola tappa in un percorso di giustizia riparativa, segnata dall’abbraccio finale tra i due e dalle parole con cui D’Agata ha concluso la sua testimonianza: «Si può essere liberi anche in carcere, se c’è Qualcuno che ti ha liberato».
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