«Vostro onore, la prego: controlli la mia data di nascita». Quei minori soli davanti ai giudici Usa

di Angela Napoletano, inviata a Washington
Le storie di Alan, Ricardo e dei loro "fratelli". Gli under 18 non hanno diritto a una rappresentanza legale d'ufficio e temono la deportazione immediata. Ecco come funziona l'ordinaria amministrazione della giustizia minorile americana per i ragazzi "indocumentados" arrestati dall'Ice
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November 7, 2026
«Vostro onore, la prego: controlli la mia data di nascita». Quei minori soli davanti ai giudici Usa
Un agente Ice monitora i passeggeri in attesa per i controlli di sicurezza all'aeroporto di Atlanta / Epa
«Vostro onore, deve credermi, mi chiamo Alan e ho 17 anni. La prego, controlli la mia data di nascita, si trova sul passaporto che gli agenti dell’Ice mi hanno preso quando mi hanno arrestato». Il giudice Forest Hoover, magistrato del tribunale per l’immigrazione di Filadelfia, stronca la supplica del giovane messicano prima ancora che finisca di parlare: «A me non risulta». Poi, comincia a subissarlo di domande: «Come sei entrato negli Stati Uniti? Hai attraversato la frontiera in modo irregolare? A che punto è la tua richiesta di asilo?». Il ragazzo si agita, suda freddo. «Non ti sto dicendo che ti deporto oggi stesso», prova a rassicurarlo il togato. La voce fuori campo di un funzionario del ministero della Sicurezza pubblica interviene ad allentare la tensione altissima: «Vostro onore, sì, sta dicendo la verità, è nato nel 2009, abbiamo rintracciato i suoi documenti». 
È l’ordinaria amministrazione della giustizia minorile americana nell’era Trump praticata nei tribunali per l’immigrazione incaricati di dirimere i casi dei minori arrestati durante le retate dell’Ice, la famigerata agenzia federale che dà la caccia agli indocumentados entrati negli Usa. Le udienze si tengono principalmente in remoto. Alle finestre che si aprono sulla piattaforma online del tribunale di Filadelfia – così accade ogni giorno in tutte le grandi città degli Stati Uniti – si affacciano bambini collegati attraverso un cellulare dai centri di detenzione in cui sono trattenuti. Parlano lingue diverse. All’udienza a cui abbiamo assistito per mezzo dell’associazione Acacia Center for Justice hanno partecipato anche interpreti di spagnolo, francese, turco e rumeno chiamati a giurare davanti al giudice accuratezza e integrità nella traduzione. I piccoli hanno storie tra le più varie dell’ampio spettro di fuga da abusi e povertà ma c’è un dettaglio che li accomuna: lì, nell’aula virtuale, sono soli. Non hanno avvocati a difenderli. Nella migliore delle ipotesi, a sostenerli c’è solo un operatore delle organizzazioni per i diritti dei rifugiati.
Ricardo, 14 anni, rumeno, è in linea dalla Abraxas Academy, centro di detenzione minorile di Morgantown, in Pennsylvania. Alle sue spalle si intravede una donna bionda che prova a suggerirgli, con un “sì” appena bisbigliato, la risposta a una domanda della Corte sull’avvio della procedura di richiesta di asilo. «Per favore signora – la rimprovera il giudice – lasci che il ragazzo parli da sé». 
I minori non accompagnati che entrano negli Stati Uniti non hanno diritto a una rappresentanza legale d’ufficio. In base a una legge del 2008 sulla prevenzione della tratta di esseri umani, il governo federale è tenuto a garantirgli un difesa «nella misura massima possibile». Il vorticoso aumento dei casi da dirimere legato alla stretta di Trump sull’immigrazione ha mandato in tilt il già fragile sistema. Ad aggravare la situazione sono intervenute una serie di controversie tra l’Office of Refugee Resettlement, l’ufficio incaricato di fornire l’assistenza legale minima, e le associazioni beneficiarie dei contratti di appalto per i servizi legali ai minori migranti che non sono stati rinnovati. Il blocco è avvenuto nel pieno della campagna elettorale per il voto di midterm in cui la questione migratoria è stata dirimente. I tribunali per l’immigrazione degli Usa, questo è il risultato, sono ingolfati da 700mila casi di minori in attesa di giudizio. Il 57% di questi, così ha stimato il Vera Institute of Justice, è senza avvocato. Proporzioni che finiscono, inevitabilmente, per incidere sul numero delle deportazione cresciute, a luglio, fino a quota 7.300. A gennaio 2025, per fare un paragone, erano 2.000.
Brandon, sui sedici anni, si presenta all’udienza online con un cappellino indossato al contrario e una lunga collana argentata al collo. «Vostro onore, la prego, mi dia ancora un po’ di tempo per cercare un legale – insiste –, l’idea di tornare in Guatemala mi terrorizza». Dalla finestra Webex aperta invece su un bambino sprofondato nella sua felpa verde quasi a nascondersi non arriva neppure una parola. Scena muta. Avrà avuto dieci anni. Gli atti giudiziari riferiscono di un suo coetaneo a cui, in Texas, è stato chiesto: «Vuoi la partenza volontaria?». Lui ha risposto di “sì” senza neppure sapere cosa significasse. È stato messo su un volo e mandato chissà dove, lontano dal “sogno americano”. Meglio stare zitti.

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