Le scuole di italiano sono già in affanno: tante richieste per i Cpia ma mancano sedi e docenti

di Cinzia Arena
L’anno scorso sono stati 185mila gli stranieri che hanno frequentato i corsi di alfabetizzazione nei 130 istituti nati dalle ceneri delle “serali” che consentono anche di conseguire un titolo di studio
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October 1, 2026
Le scuole di italiano sono già in affanno: tante richieste per i Cpia ma mancano sedi e docenti
Sono 185mila gli stranieri che hanno frequentato i corsi di alfabetizzazione nei Cpia l'anno scorso
Sono nati dalle ceneri delle scuole serali e oggi accolgono circa 185mila stranieri che vogliono imparare la lingua o conseguire un titolo di studio. I Cpia, i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti, istituiti con un decreto-legge nel 2012 e operativi dal 2015, sono le strutture destinate secondo il decreto scuola del governo a formare i genitori stranieri che non parlano l’italiano. Lungo la penisola ce ne sono 130 con 692 sedi associate. Il problema è che le carenze strutturali sono tante e che un ampliamento del servizio richiederebbe risorse cospicue al momento non identificate. A mancare spesso sono gli spazi, i Cpia non hanno una sede fissa ma sono ospitati presso altre scuole, ma anche il personale con insegnanti non adeguatamente formati, nella stragrande maggioranza della primaria. Senza considerare che ci sono già, soprattutto nelle grandi città, liste d’attesa consistenti.
Martedì il ministero dell’Istruzione ha diffuso i dati ufficiali relativi all’anno scolastico 2025-2026: i Cpia hanno accolto 337mila studenti (tra italiani e stranieri) e negli ultimi anni grazie ai fondi del Pnrr hanno beneficiato di 11 milioni di finanziamenti specifici e di altri indiretti legati ai progetti per la dispersione scolastica e l’integrazione dei giovani stranieri. Anche i fondi per il funzionamento sono aumentati passando da 20mila a 67mila euro l’anno per ogni centro nell’ultimo quinquennio. Per quanto riguarda il personale i docenti sono 5.700 docenti e 2mila i collaboratori scolastici. Il prossimo passo, ha spiegato il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara sarà rafforzare questa rete e includere oltre ai giovani anche i genitori che non parlano l’italiano: «Aiutiamo così in modo concreto le famiglie ad essere parte attiva del percorso di crescita dei ragazzi». Ma la realtà potrebbe essere assai più complicata. I dati che ministero e Indire hanno presentato la scorsa primavera al salone Didacta di Firenze (relativi all’anno scolastico precedente) fotografano un’Italia divisa a metà con le grandi città che accolgono migliaia di studenti stranieri (15mila a Torino, 10mila a Roma e Milano, 7500 a Napoli) mentre al Sud cresce la richiesta dei corsi di secondo livello per assolvere l’obbligo scolastico (i primi due anni delle superiori) che intercettano soprattutto i Neet italiani. Per quanto riguarda la presenza di minori, prevista in seguito al rafforzamento della legge Zampa che consente l’accesso ai CPIA anche ai minori non accompagnati (dai 16 o in alcune regioni dai 15 anni) rappresentano una quota minoritaria (appena il 3,2%) mentre la stragrande maggioranza, oltre l’80%, è costituita da adulti tra i 18 e i 49 anni. I corsi di prima alfabetizzazione coinvolgono 178mila persone mentre quelli di secondo livello hanno una maggiore presenza di over 50 (l’8,5%).
Numeri analoghi quelli emersi dal monitoraggio fatto dalla rete nazionale Ridap. Il quarto rapporto “Largo ai Cpia” curato da Emilio Porcaro e Alfonso Rubinacci pubblicato a maggio sottolinea come la richiesta di formazione per gli adulti sia in costante crescita. «Accanto all’inverno demografico che riduce le classi si afferma un’altra traiettoria, che possiamo chiamare con un termine simbolico e complementare “primavera formativa”, meno raccontata ma sempre più evidente che riguarda il sistema dell’istruzione degli adulti». Ma i Cpia nonostante vengano considerati essenziali per l’inclusione e l’occupabilità presentano delle lacune strutturali: sono scuole “senza edifici” con spazi condivisi e temporanei, percepiti come servizi accessori e non come un presidio pubblico essenziale. Senza considerare che in lista d’attesa ci sono già secondo i dati Ridap 31mila persone, 18mila solo nelle regioni del Nord Italia, altri 7mila in quelle del Centro. Altri tasti dolenti l’accoglienza, l’orientamento e la didattica digitale prevista sulla carta ma di fatto difficile da introdurre. «In una società che cambia e in un Paese che invecchia - è la conclusione del rapporto - l’istruzione degli adulti è una infrastruttura civica strategica che ha bisogno di politiche pubbliche lungimiranti».
L’Università di Genova sta conducendo una ricerca sul funzionamento di questi centri. «Strategie di accoglienza e orientamento nei Cpia: un’analisi per contrastare la dispersione scolastica in Liguria» è il titolo del progetto della dottoranda Sissi Pisano, che si concentra sull’accoglienza orientativa. «I migranti hanno alle spalle storie difficili, a volte traumatiche, penso ai minori non accompagnati, e la lingua che pure è una barriera non è l’unico ostacolo da superare» spiega. I problemi maggiori si registrano in ingresso perché alcuni stranieri sono analfabeti anche nella lingua d’origine ed occorrono quindi corsi di pre-alfabetizzazione (i livelli “Alfa”). Ci sono poi i livelli A1 e A2, e quest’ultimo è necessario per il permesso di soggiorno di lungo periodo. A questo punto i Cpia offrono anche i percorsi per conseguire un titolo di studio (il diploma di terza media) o assolvere l’obbligo di istruzione dei due anni di superiori, mentre il diploma si consegue in rete con le scuole superiori. «Possibilità prevista solo per gli istituti tecnici e professionali e per il liceo artistico» sottolinea Pisano ricordando anche un altro importante ramo dell’attività dei CPIA, vale a dire l’istruzione negli istituti penitenziari.
Le criticità secondo la ricercatrice dell’Università di Genova sono le liste d’attesa, che non sono lunghe come quelle degli asili nido ma ci sono, soprattutto al Nord, e le difficoltà di accesso, ad esempio in Liguria molti centri sono in zone poco servite dai mezzi pubblici. «Ma credo che l’aspetto principale sia quello della formazione: l’organico è insufficiente, i docenti hanno una forte motivazione, ma spesso non hanno una preparazione specifica. Sono pochi gli insegnanti che hanno l’abilitazione per l’insegnamento della lingua italiana agli stranieri. C’è poi il tema di un patto formativo individuale per ogni alunno che sulla carta prevede un riconoscimento delle competenze pregresse, molti sono diplomati o laureati ma non sempre il titolo conseguito all’estero viene riconosciuto, altri sono analfabeti, e una cura degli aspetti culturali e psicologici».
Assai carente il sostegno ai più fragili: mancano gli insegnanti di sostegno e il riconoscimento delle difficoltà di apprendimento, così capillare per i ragazzi, per questi studenti adulti non è regolamentato in modo chiaro. C’è poi la questione delle donne che con maggiori difficoltà accedono al servizio (sono circa il 38% degli studenti) se non hanno la possibilità di lasciare i propri figli all’asilo nido. «In Liguria la stragrande maggioranza degli iscritti sono a Genova mentre a Ventimiglia, terra di confine con una storia a sé, la realtà è molto diversa. Frequentare un Cpia ha un forte valore per la possibilità di integrazione - conclude Pisano -. Le interruzioni sono frequenti, ma si tratta di un fenomeno complesso. Entrano in gioco motivi diversi: il lavoro, gli spostamenti ma anche il ricongiungimento familiare. Per questo io parlerei più di discontinuità che di abbandono».
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