Carcere, siamo al punto di non ritorno: ci sono 20mila detenuti in più rispetto alla capienza
di Fulvio Fulvi
Dopo la sommossa a Pisa, con la rivolta nelle celle trasmessa su TikTok che ha portato a 4 arresti, restano numeri drammatici sul sistema penitenziario: i reclusi raggiungono la quota record di 66mila unità, la strategia di Nordio non ha sortito effetti. L'ex capo del Dap, Petralia: serve un piano globale, si distribuiscano meglio gli spazi interni

Una rivolta in diretta TikTok non si era ancora vista. È andata in scena, e in Rete, mercoledì sera nel carcere di Pisa. Protagonisti alcuni detenuti italiani e albanesi che hanno iniziato a dare in escandescenza dopo aver scoperto delle cimici nascoste nelle celle. Una cinquantina di detenuti ha occupato un braccio dell'istituto, affrontando la polizia penitenziaria accorsa in tenuta antisommossa. Il tutto trasmesso via social, con immediate e numerose visualizzazioni. Dopo momenti concitati il grosso del gruppo è tornato in cella, ma una ventina di detenuti ha continuato la protesta, in attesa dell'arrivo di un negoziatore da Firenze. Dopo una notte di trattative, la situazione è tornata sotto controllo in mattinata. Ma la vicenda ripropone in modo drammatico il tema dell'introduzione clandestina dei cellulari in carcere. Quattro i detenuti arrestati per la rivolta e trasferiti in altre carceri. La casa circondariale pisana ora "è in sicurezza", spiegano alcune fonti investigative, confermando che la protesta è scoppiata in seguito al ritrovamento, all'interno di alcune celle del reparto, di alcune cimici collocate su delega dell'autorità giudiziaria. Verifiche e accertamenti in corso anche su come abbia fatto a entrare in carcere il cellulare utilizzato dai detenuti per effettuare la lunga diretta su TikTok. Ingenti i danni al reparto con suppellettili divelte e mobili divelti dai reclusi per asserragliarsi all'interno e impedire l'accesso delle forze di sicurezza.
Carceri stracolme. A questo livello non si era mai arrivati: nei 189 istituti penali le presenze, infatti, sfiorano le 66.000 unità con un tasso di sovraffollamento reale del 142,4% (+0,4 rispetto al mese precedente, 6,8 punti in più se paragonato a un anno fa). In particolare, al 19 settembre risultavano 65.933 persone detenute, una cifra destinata ancora a crescere con i dati di fine mese che saranno diffusi dal ministero della Giustizia nei prossimi giorni. L’intero sistema penitenziario dunque rischia di esplodere, visto che i posti effettivamente disponibili nelle camere di pernottamento sono 46.298, nonostante una capienza regolamentare (calcolata su criteri teorici di abitabilità) pari a 51.345. I reclusi in soprannumero toccano quindi quota 20.000.
«Prima del Covid si arrivava al massimo a 63.000, poi si è verificato un inevitabile incremento delle presenze le cui ragioni sono sempre le stesse: non c’è stato alcun ridimensionamento delle misure cautelari collegate alla realtà criminale che, anzi, sono aumentate perché si è delegato al penale tutto quello che poteva invece essere affidato ad altre competenze come, per esempio, l’attività sanzionatoria delle prefetture» commenta Dario Petralia, il magistrato che dal 2020 al 2022, il periodo critico della pandemia, ha ricoperto il ruolo di capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap). In attesa che la legge 140 sulla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, definita «epocale» dal ministro Nordio e approvata in via definitiva dal Parlamento il 29 luglio sortisca i suoi effetti (secondo le previsioni 10.000 persone dovrebbero scontare il residuo di pena con misure alternative al carcere, ma a una media di 500 l’anno), quali provvedimenti si potrebbero prendere? «Serve un piano complessivo che sia esclusivo e polivalente – risponde Petralia –, inoltre bisogna investire nell’edilizia carceraria non tanto per costruire altri istituti quanto per distribuire meglio gli spazi interni a quelli già esistenti, è un compito della politica».
Intanto i numeri fanno rabbrividire. La congestione delle celle raggiunge un tasso da capogiro (secondo i dati pubblicati da Ristretti Orizzonti) nei penitenziari di Lucca (276%, con 102 detenuti su 37 posti), Milano San Vittore (231%, 1.119 reclusi su 484 letti), Foggia (225%, 692 su 307), Brescia Canton Monbello (218%, 397 su 182), Latina (210%), Lodi (207%), Busto Arsizio (204%). A questa grave situazione si aggiunge la carenza della polizia penitenziaria che riguarda soprattutto le Case circondariali di Matera, con un organico sotto del 32,9% (e un sovraffollamento al 171%) e di San Vittore con il 32,2% di agenti mancanti all’appello.
Calano, invece, i suicidi che a tutt’oggi sono 54 dall’inizio dell’anno (furono 53 nei primi otto mesi del 2025). «Ma questo fattore va visto soprattutto come una proiezione della società dei liberi – dice il magistrato – perché esiste una netta correlazione tra le carceri e il contesto sociale a cui si riferiscono, per cui se c’è una diminuzione del numero di chi si toglie la vita fuori, c’è anche una riduzione dei suicidi di persone dietro le sbarre. E non bisogna dimenticare il pesante impegno a cui sono sottoposti gli agenti, anche loro a rischio suicidio per burnout». La media, nella categoria, è di 6-7 casi l’anno.
Restano da sciogliere anche i nodi del lavoro dei detenuti e dei trattamenti finalizzati alla rieducazione e al reinserimento, che è la funzione stessa del carcere, secondo quanto previsto dall’articolo 27 della Costituzione. Alla fine del 2025 (ultimi dati consolidati disponibili dal ministero) i detenuti lavoranti erano in totale 21.790 (il 34% della popolazione allora reclusa) di cui oltre 18.500 alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria e il resto impiegato in aziende o enti pubblici e privati fuori dal carcere. Davvero molto pochi. «E collocati in grande maggioranza al Nord perché al Sud il lavoro manca – osserva Petralia – , c’è una differenza troppo marcata da questo punto di vista, infatti non è un caso che chi decide di costituirsi, in genere, lo fa in regioni come Lombardia, Veneto o Piemonte. Sono carenti anche le attività culturali, i luoghi e le opportunità dove la persona detenuta può essere ascoltata, assistita, favorita nella sua creatività ma nei quali può anche esprimere la propria affettività, come, per esempio, le cosiddette “stanze dell’amore”, dove è possibile scambiarsi tenerezze e stare insieme a chi si vuol bene: non è giusto contrabbandarle come qualcosa di volgare».
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