Rimpatri più efficaci e hub esterni: l'ultimo via libera dell'Europa ai “muri” per i migranti
di Gabriele Rosana, Bruxelles
Oggi il disco verde finale alle nuove regole sulle espulsioni che prevede centri di rimpatrio fuori dai confini Ue. Si studiano nuove restrizioni alle richieste di protezione internazionale

Arriva l’ultimo via libera all’inasprimento delle regole europee sui rimpatri e intanto i governi dell’Ue mettono in cantiere un’ulteriore stretta sul diritto d’asilo. Riuniti a Lussemburgo, i ministri dell’Interno dell’Ue daranno l’ok definitivo, questa mattina, al nuovo regolamento Ue sulle espulsioni, che per la prima volta prevede la facoltà, per i governi, di aprire centri di rimpatrio (“hub”) in Paesi fuori dai confini dell’Ue.
Il testo è quello del compromesso negoziato a giugno con l’Europarlamento (dove è passato grazie a una maggioranza di destra), e non è più suscettibile di modifiche: il punto è all’ordine del giorno, infatti, per un voto senza dibattito (si discuterà, invece, di potenziare gli accordi di riammissione). Superato questo passaggio formale, il provvedimento potrà entrare in vigore, tranne alcune disposizioni per cui le capitali hanno chiesto più tempo, come la creazione di un decreto di espulsione europeo. La riforma prolunga i termini di detenzione (fino a un massimo di 30 mesi, e in certi casi anche per i minori non accompagnati) per chi non coopera con le autorità, amplia i poteri investigativi - dalle perquisizioni domestiche al sequestro di effetti personali e dispositivi elettronici - e prevede la possibilità di imporre divieti d’ingresso anche permanenti nei confronti di persone ritenute pericolose.

Ma la novità più dirompente è, appunto, la controversa facoltà giuridica per gli Stati membri di realizzare, attraverso intese ad hoc, degli “hub” fuori dal territorio Ue. Contatti sono già in corso con Paesi dell’Africa e dell’Asia Centrale, mentre cinque governi dell’Ue sono al lavoro con l’obiettivo di creare centri congiunti: Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia. Atene, in particolare, punta ad avere un centro operativo in Africa già nella seconda metà del 2027, quando assumerà la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue. La destinazione non è stata resa nota, ma secondo quanto filtra Uganda e Ruanda sarebbero in cima alla lista valutata dal gruppo dei cinque. È lì che, nei giorni scorsi, si sono recate in missione due eurodeputate dei verdi, le olandesi Tineke Strik e Anna Strolenberg. «Le discussioni sono ancora in fase preliminare», ma entrambi gli Stati sarebbero intenzionati a stringere accordi con gli europei, hanno riferito, parlando degli “hub” come una sorta di leva per negoziare con i governi Ue sul fronte degli investimenti economici.
A preoccupare, però, sono sia i rischi di violazione dei diritti umani sia il contesto in cui si colloca quella che Bruxelles chiama “diplomazia migratoria”: «L’Uganda da solo, al momento, accoglie circa 2,7 milioni di rifugiati», in particolare provenienti dai Paesi vicini, ma «se noi europei vi deportassimo altre persone, andremmo a mettere ancora più pressione a un sistema già fragilissimo dove mancano cibo e acqua, buttando benzina sul fuoco».
Aspettando i prossimi passi sugli “hub”, per ora Bruxelles prende tempo e non si sbilancia sull’eventualità, caldeggiata dalla stragrande maggioranza dei governi, che le infrastrutture possano essere finanziate con risorse del bilancio comune. Ma intanto - con un primo scambio previsto oggi alla ministeriale di Lussemburgo - si progetta un nuovo giro di vita sul dossier migratorio. E in particolare sull’asilo, a neppure quattro mesi dall’inizio dell’applicazione del Patto Ue sulla migrazione.
Martedì scorso, il commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha celebrato il dato che vede le richieste di asilo nell’Ue «ai minimi» in anni recenti, con cali generalizzati «dal -80% della Germania al -60% dell’Italia», segno che «le riforme stanno funzionando». Ciononostante, le immagini del maxi-afflusso di oltre 70 mila persone nell’exclave spagnola di Ceuta dal vicino Marocco spingono i governi a rafforzare i bastioni della “Fortezza Europa”. Oltre al potenziamento di Frontex, la guardia costiera e di frontiera che dovrebbe vedere ampliati i propri poteri di rimpatrio, sul tavolo c’è l’adozione di un “meccanismo di emergenza” da attivare in circostanze simili a quelle viste a Ceuta. Secondo i sostenitori - i popolari del Ppe in testa -, dovrebbe consentire di sospendere temporaneamente l’esame delle domande di asilo.
Pur senza fornire dettagli, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva evocato una simile misura due settimane fa, nel suo discorso programmatico annuale. Le prime bozze devono ancora circolare, ma oggi se ne parlerà comunque su richiesta della Grecia, il cui premier Kyriakos Mitsotakis per primo aveva chiesto un nuovo strumento Ue per far fronte alla «strumentalizzazione della migrazione» in una logica di attacchi ibridi.
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