Migranti trasferiti in Italia:
le regole non sono mutate ma il vero test è a ottobre

di Gabriele Rosana
Col nuovo Patto Ue l’unica novità sui dublinanti è in realtà l’iter semplificato per il loro ritorno. L’Italia punta sulla contropartita degli aiuti “solidali”, vincolati però a una pagella pronta fra meno di 2 mesi
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August 22, 2026
Migranti nell'exclave spagnola di Ceuta
Migranti nell'exclave spagnola di Ceuta /Reuters
Ci sono voluti poco più di due mesi dall’inizio della piena applicazione del nuovo Patto Ue sulla migrazione e l’asilo - l’ora X è scattata il 12 giugno scorso - perché il delicato equilibrio spesso descritto a Bruxelles tra responsabilità (dei Paesi di primo arrivo) e solidarietà (a carico degli altri) venisse messo subito alla prova. Dopo la Germania, che ha in un certo senso rotto il ghiaccio, con Austria, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Svizzera (quest’ultima membro solo dello Spazio Schengen e non dell’Unione) è salito a sei il numero dei governi che, facendo leva sulle nuove regole, hanno annunciato la ripresa di trasferimenti in Italia (per ora soltanto qualche decina) dei cosiddetti “dublinanti”. Con questo termine si indicano comunemente le persone migranti che, dopo essere arrivate e state identificate in un Paese, si spostano verso un altro Stato, dove presentano domanda di asilo. Il neologismo non è casuale: deriva direttamente del regolamento di Dublino, che fino all’avvento del Patto è stato il principale riferimento normativo Ue sull’asilo.
E continua a esserlo ancora oggi, perché il suo impianto fondamentale rimane in piedi anche con il nuovo corso. Il principio resta quello già precedentemente in vigore: salvo casi specifici, tra cui i ricongiungimenti familiari, a occuparsi della domanda d’asilo è il Paese di primo ingresso, senza che la persona migrante possa scegliere lei dove farla. Per tale ragione, in caso di movimenti secondari verso un altro Stato, i richiedenti asilo devono essere ricondotti nel Paese in cui sono stati per la prima volta identificati e a cui spetta la gestione della domanda; una prassi che l’Italia aveva unilateralmente congelato nel 2022, agli esordi del governo Meloni, e che viene ora riavviata da un gruppo di governi (tutti di centrodestra) dell’Europa centro-settentrionale. In base ai dati di Eurostat, nel solo 2025 l’Italia è stata il Paese che ha ricevuto più richieste di trasferimento: 24.152, a fronte di sole 85 effettivamente evase. Come lasciano intendere a Bruxelles, le rivendicazioni espresse in più occasioni dal Viminale, secondo cui ci sarebbe una sorta di moratoria per i movimenti secondari che risalgono a prima del 12 giugno, non sono conseguenza del Patto, ma semmai frutto di accordi politici bilaterali fra i governi, come quello siglato a dicembre tra Roma e Berlino.
In concreto, la vera novità è che ora il Patto semplifica la procedura per avviare il ritorno dei “dublinanti”, grazie a un potenziamento della banca dati comune Eurodac che registra non solo documenti e impronte digitali, ma pure i volti. In virtù del Patto, inoltre, si allunga il periodo durante il quale il Paese di primo arrivo rimane responsabile della domanda: si passa dai precedenti 12 mesi agli attuali 20 (si torna a 12 mesi, tuttavia, per le persone salvate in mare con operazioni di ricerca e soccorso). E si arriva fino a tre anni se il “dublinante” si rende irreperibile nel momento in cui deve essere trasferito; solo dopo questa scadenza il movimento secondario potrà considerarsi, in un certo senso, sanato.
Fin qui, i paletti della responsabilità piantati dalla riforma. Ma è sulla contropartita della solidarietà che puntano i Paesi di primo ingresso. In sostanza, si prevede che gli altri membri dell’Ue contribuiscano attraverso un meccanismo di solidarietà (“ Solidarity Pool ”), «obbligatoria ma flessibile», a beneficio degli Stati giudicati «sotto pressione migratoria» (ad oggi, Italia, Spagna, Grecia e Cipro), a condizione che questi ultimi facciano i “compiti a casa”, ovvero occupandosi degli screening e riprendendosi i migranti “dublinanti”. L’entità del contributo nazionale dipende da Pil e popolazione, mentre dagli aiuti possono essere esentati Paesi che affrontano una «situazione migratoria significativa» (ad esempio quelli orientali che ospitano i rifugiati ucraini). Ciascun governo potrà scegliere se farsi carico di ricollocamenti volontari (con un obiettivo di 30mila all’anno, tranne per i sei mesi del 2026, per cui se ne prevedono 21mila), oppure se versare contributi finanziari (20mila euro a persona fino a una cifra complessiva di 600milioni; 420 milioni per l’anno in corso), o ancora se fornire supporto tecnico alla frontiera.
È con le ridistribuzioni che tornano poi in scena anche i “movimenti secondari”. Perché uno Stato potrà dire di aver fatto la propria parte anche senza accogliere un (nuovo) richiedente asilo, ma compensando il meccanismo con la presenza di un “dublinante” sul proprio territorio: anziché ricondurlo verso il Paese di primo arrivo, diventerebbe responsabile della domanda d’asilo.
Ma se l’Italia, dall’autunno, potrà beneficiare o no degli aiuti del “ Solidarity Pool” dipenderà dalla valutazione di Bruxelles sul rispetto degli obblighi del Patto e dal giudizio degli altri governi Ue sulla cooperazione nella ripresa dei “dublinanti”. A metà luglio, la prima relazione redatta dai tecnici della Commissione non sembrava promettente: servono «ulteriori passi avanti» - vi si leggeva - poiché Roma aveva respinto tutte le 12 richieste inoltrate da otto Stati nell’arco di poche settimane. Per questo motivo, l’Italia è rimasta sotto il monitoraggio Ue, a differenza di Spagna e Cipro che ne sono uscite: la prossima “pagella” è attesa a metà ottobre. E già si preannuncia come un vero momento spartiacque.

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