«Attraverso la storia di mia figlia Monica, uccisa dall’ex, oggi salviamo altre donne»

A oltre 20 anni dal femminicidio di Monica, la madre Maria Teresa, con l'associazione che ha co-fondato “Difesa Donne”, continua a contrastare la violenza
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August 22, 2026
«Attraverso la storia di mia figlia Monica, uccisa dall’ex, oggi salviamo altre donne»
Maria Teresa D'Abdon quando ha portato avanti la sua battaglia anche alla Camera
Due lauree, la passione per le arti marziali… A vederla oggi Lucia (nome di fantasia), probabilmente nessuno immaginerebbe che in passato è stata vittima di violenza e una volta il suo partner l’ha addirittura scaraventata giù per le scale. Quel giorno, per fortuna, si è salvata. Ha preso il suo gatto, è andata via e si è rivolta a un’associazione. Dopo un po’ ha ripreso in mano la sua vita, ma racconteremmo un’altra storia se non si fosse salvata, appunto, per un colpo di fortuna. Perché riconoscere la violenza ed essere protetta nel modo corretto non è mai scontato. Di storie come questa Maria Teresa D’Abdon, co-fondatrice e presidente dell’associazione “Difesa Donne - Noi ci siamo”, ne ha incontrate tante da quando la figlia a 23 anni, il 19 settembre del 2003, è stata uccisa dall’ex. «Mia figlia con la sua morte mi ha lasciato una missione, salvare le altre donne. Aiutandole, mi sento di fare qualcosa per Monica, dato che prima per lei non ho potuto fare niente», confessa.
Mettendo la sua testimonianza al servizio della società, Maria Teresa riesce a infondere spesso quella fiducia che aiuta le vittime ad aprirsi, ma anche a rendere più riconoscibile come funziona la trappola in cui è caduta la figlia. «Monica era un’estetista e una ragazza decisa. Non ha fatto neppure in tempo a dirci cosa le stava capitando. Ogni volta che veniva da noi, lui continuava a scriverle chiedendo di tornare nella loro casa. L’aveva isolata. Quando ha scoperto di essere incinta, si è resa conto che lui non era la persona adatta a stare al suo fianco e l’ha mandato via», ricorda. Una sera Monica era uscita a mangiare una pizza con un’amica, ma lui insisteva per vederla un’ultima volta a casa: «L’amica si era offerta di rimanere, ma Monica le ha assicurato che lui non le avrebbe mai fatto del male». Solo nelle mattinate, Maria Teresa ha saputo dai carabinieri, che Monica aspettava un bambino, che il suo ex aveva posto fine alla vita di sua figlia e di un possibile nipote con 14 coltellate e poi aveva anche provato a bruciare il suo corpo. «Lui alla fine ha scontato meno di cinque anni in carcere e quando ha iniziato a uscire per il lavoro in semi libertà me lo sono ritrovato persino poco distante da casa». È stata dura, spiega, resistere alla tentazione di andare da lui: per dirgli che cosa poi? «Ho perso la fiducia nella giustizia, ma aspetto quella Divina», dice, pur battendosi perché altre donne possano avere giustizia anche in terra. «Sono andata da tutte le massime cariche, dal presidente della Repubblica al ministro della Giustizia fino a papa Francesco. Ho chiesto la certezza della pena, perché fin quando non si paga realmente, la violenza verrà sempre presa con troppa facilità da chi la agisce». Maria Teresa ha provato in più modi a dare senso a quel dolore. Un giorno ha persino invitato la madre di lui alla commemorazione per la figlia, sperando di condividere le loro diverse sofferenze, «ma lei ha provato a giustificare il figlio».
Maria Teresa con i ragazzi, dopo una replica dello spettacolo che racconta la vicenda della figlia
Maria Teresa con i ragazzi, dopo una replica dello spettacolo che racconta la vicenda della figlia
È solo attraverso Difesa Donne che alla fine è riuscita a dare un senso a quella perdita. Sue compagne di viaggio, tante famiglie toccate dalla violenza come lei. Tra loro c’è il co-fondatore e vicepresidente dell’associazione, Roberto Ottonelli. «Mia moglie era una delle amiche di Monica e dopo anni vedevo ancora come quella storia le restava addosso. Così ho deciso di scrivere un libro che raccontasse sia Monica che il suo assassino, per aiutare a comprendere che quella del manipolatore non è casualità ma uno schema preciso, voluto e applicato», spiega Roberto che, come uomo, sente urgente la responsabilità di farsi carico di un tema che è, quanto meno, anche di maschi, dato che sono loro gli autori di questi crimini. Da quel libro – “Credi davvero (che sia sincero)”, titolo ispirato a un pezzo di Vasco Rossi, cantante che Monica amava tanto – è nata poi l’idea dell’associazione e uno spettacolo scritto e diretto da Alice Grati: «Grazie a questo strumento più fruibile siamo riusciti a portare la storia un po’ ovunque, in scuole e aziende. A ogni replica cerchiamo di coinvolgere un centro antiviolenza, perché dopo lo spettacolo ci capita spesso che qualcuno si avvicini e inizi a raccontare».
È così che emergono storie come quella di uno studente che un giorno ha chiesto cosa poteva fare per la sua coetanea abusata dal padre e cacciata di casa dalla madre perché aveva denunciato; di quella donna che a casa non dava mai le spalle alla porta quando si cambiava gli abiti perché temeva che “lui” la potesse colpire; della psicoterapeuta che nonostante i suoi strumenti professionali non riusciva a uscire da una relazione tossica, «a ribadire che la violenza può riguardare qualsiasi estrazione sociale e che l’uomo violento sa sempre come insinuarsi in una fragilità», aggiunge. Monica non c’è più, ma la sua storia continua a salvare vite. Perché, come ci ricordano le testimonianze di Maria Teresa e Roberto, il femminicidio non è mai un’improvvisa tempesta estiva.

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