Prato, una trama di sorprese

di Giuseppe Matarazzo, inviato a Prato
La città, cuore di uno dei più importanti distretti tessili d’Europa, si racconta con il filo della propria storia industriale, fra eccellenze e innovazione. Dal 22 al 25 ottobre il festival “Tipo” è un’occasione per scoprirla
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October 1, 2026
Prato, una trama di sorprese
Il laboratorio per la conservazione e il restauro del Museo del tessile di Prato, ospitato nell'ex opificio ottocentesco di Campolmi © G.Matarazzo
"Io son di Prato, m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese... non vorrei essere venuto al mondo". Così, nel libro Maledetti Toscani, Curzio Malaparte dichiarava fra le righe l’amore per la sua città. Il geniale e controverso scrittore raccontò a suo modo anche il carattere dei pratesi, con un’espressione annotata su una targa posta sulla facciata della casa dove nacque, nel 1898, in via Magnolfi: "Non vi è sale al mondo che tanto sia attico quanto il sale dei pratesi, non v'è nulla di più euclideo di quel loro misurare il mondo a braccia come la stoffa". Prato è il cuore di uno dei più importanti distretti tessili industriali d'Italia e d'Europa, storicamente legato all'eccellenza della lana cardata, alla tradizione del riciclo e a tutta la filiera della moda. Circa 7 mila aziende compongono un sistema produttivo che ha fatto della trasformazione della materia una vocazione, con una forte presenza della comunità cinese, ormai parte integrante della geografia economica e sociale della città, fra storie di integrazione riuscita e contraddizioni che raccontano la complessità del presente. Nell'immaginario collettivo Prato è soprattutto questo, sebbene sia anche una città d'arte e di storia, a una trentina di chilometri da Firenze, la capitale del Rinascimento che attira a sé gli occhi del mondo e finisce per mettere in secondo piano ciò che le sta intorno. E se fosse allora proprio il tessile a diventare il filo di un nuovo racconto turistico di Prato? Se telai, filati e fabbriche aiutassero a leggere una città che non ci si aspetta? È la scommessa di Epic - Experience Prato Industrial Culture, un progetto europeo guidato dal Comune, che punta a trasformare la cultura industriale in un patrimonio da conoscere e da vivere, mettendo in rete imprese e territorio, storia e nuove tecnologie. Lo si capisce subito entrando al Museo del Tessuto, nei suggestivi spazi dell'ex opificio ottocentesco di Campolmi, dentro le antiche mura. È il punto ideale da cui cominciare. Le collezioni raccontano la storia del tessile dall'antichità alla contemporaneità, attraverso tessuti, abiti, ricami, campionari e manufatti provenienti da epoche e culture diverse. Ma ci sono anche l’importante laboratorio del restauro e la Textile Library, dove il passato incontra la ricerca sui materiali, la sostenibilità, le nuove fibre e le tendenze della moda. Da qui il filo porta lontano. A Francesco Datini, il grande mercante pratese del Trecento, la cui casa e l’archivio restituiscono una città già allora proiettata oltre i propri confini. Le sue lettere di cambio (il prototipo della moderna cambiale) e i suoi libri contabili restituiscono la straordinaria rete commerciale e di relazioni che il mercante costruì fra Prato, Avignone, Firenze, Pisa, Genova, Barcellona e altre città europee. Una lezione sorprendentemente moderna. Il racconto scorre poi sull'acqua. Il Cavalciotto di Santa Lucia, sul Bisenzio, raccoglieva le acque del fiume e le distribuiva attraverso il sistema delle gore, la rete idraulica che per secoli alimentò mulini e opifici. Seguendone il corso si arriva alla Gualchiera di Coiano, antica manifattura dove l'energia dell'acqua muoveva i grandi martelli per la follatura della lana. Le macchine, le pulegge, gli ingranaggi sono ancora lì: un'autentica macchina del tempo che si mantiene viva grazie a un’associazione e dei volontari che promuovono iniziative culturali, mostre, incontri con studenti.
Un antico telaio industriale conservato al Museo del tessuto di Prato / G.MatarazzoGli spazi dell'ex opificio ottocentesco di Campolmi ospitano il Museo del tessuto di Prato / G.Matarazzo  Fra i colori e i tessuti di Casa Manteco, l'"archivio" dell'azienda fondata nel 1943 a Montemurlo, un’eccellenza che porta la tradizione della lana rigenerata dentro la ricerca, la sostenibilità e la moda internazionale / G.MatarazzoL'esperienza di Rifò, marchio della moda sostenibile che punta a recuperare fibre e vecchi indumenti per trasformarli in capi nuovi / G.MatarazzoIl mosaico tessile a tutta parete della Notte stellata di Van Gogh al Victory Cafè / G.MatarazzoLe macchine storiche della Gualchiera di Coiano / G.Matarazz0La Cattedrale di Santo Stefano con il pulpito esterno disegnato da Donatello / G.MatarazzoIl laboratorio per la conservazione e il restauro del Museo del tessile di Prato, ospitato nell'ex opificio ottocentesco di Campolmi / G.Matarazzo
Un antico telaio industriale conservato al Museo del tessuto di Prato / G.Matarazzo
Oggi quella storia guarda al futuro, con esperienze imprenditoriali straordinarie. Come quella di Manteco, della famiglia Mantellassi, fondata nel 1943 a Montemurlo, un’eccellenza assoluta che porta la tradizione della lana rigenerata dentro la ricerca, la sostenibilità e la moda internazionale. Manteco ha da pochi mesi inaugurato anche una Casa-archivio di rara bellezza per raccontare proprio questo passaggio, dalla memoria dell'impresa alla sua proiezione contemporanea e più innovativa. Fra le strade di Prato, c’è poi una realtà piccola, ma altrettanto emblematica del racconto: si chiama Rifò, marchio della moda sostenibile nato nel 2017 dall’intuizione di un giovane pratese, Niccolò Cipriani, ritornato nella propria terra dopo un’esperienza in Vietnam per un programma delle Nazioni Unite: lì vede da vicino gli effetti del fast fashion e della sovrapproduzione dell’industria dell’abbigliamento, e così decide di avviare una start up che punta a recuperare fibre e vecchi indumenti per trasformarli in capi nuovi. Due scale diverse, lo stesso concetto: il futuro è nella circolarità, che a Prato non è una moda, ma una competenza costruita nel tempo.
Il tessile fa parte della vita di tutti i giorni, entra persino nella ristorazione e nella convivialità dei pratesi, come al Victory Cafè, un locale all’interno di una fabbrica costruita durante il boom economico e rimessa a nuovo conservandone tutta l’identità di un tempo: qui si possono gustare le prelibatezze della zona, dai Sedani alla pratese (ripieni di carne e fritti) alla Mortadella Igp fino alla Pesca dolce di Prato; il tutto fra telai, campionari e pezzi unici, come il mosaico tessile a tutta parete della Notte stellata di Van Gogh composto da 189 pezzi realizzati con tecniche, stili e materiali unici da artisti e aziende di tutto il mondo. Il Fabbricone, storico lanificio di fine Ottocento ancora attivo, e le Manifatture Digitali Cinema, dove la tradizione del distretto tessile incontra l’immaginazione delle arti visive, aggiungono altri capitoli a questo particolare viaggio di scoperta della città nel segno del turismo industriale. Un’occasione particolare per andare è dal 22 al 25 ottobre in occasione di Tipo Festival, quest'anno dedicato a "Fabbric'azioni. Cose belle da fare in fabbrica a Prato". Quattro giorni di visite e itinerari, spettacoli e performance, workshop sul riuso e l'economia circolare, attività per famiglie e giovani, esperienze immersive e realtà virtuale. Ed ecco che, muovendosi lungo le strade, i fili e le trame della città, si scopre anche una Prato antica e artistica che sorprende.
Piazza del Duomo è la risposta più evidente a chi pensa che questa sia soltanto una città di capannoni e lanifici. La Cattedrale di Santo Stefano, conserva all’interno uno straordinario ciclo di affreschi di Filippo Lippi, con "Le storie di santo Stefano e san Giovanni Battista" e custodisce la reliquia della Sacra Cintola: una cintura di lana verde, intessuta d'oro, che la tradizione vuole appartenuta alla Vergine Maria e che arrivò a Prato nel Medioevo. In alcune occasioni dell'anno viene esposta ai fedeli: l'8 settembre, festa della Natività di Maria, l'ostensione dal pulpito esterno disegnato da Donatello diventa il cuore di un grande momento cittadino. Ancora una volta è una stoffa a rappresentare l'anima di Prato. E se un’altra tappa imperdibile è il Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci, con la sua architettura futuristica e una collezione di oltre mille opere dagli anni Sessanta a oggi, la trama del viaggio continua fuori dal centro, verso Montemurlo, con il Borgo della Rocca e la Pieve di san Giovanni Decollato, le colline e le vigne. Qui la dimensione industriale lascia spazio a quella agricola e vitinicola: alla Tenuta Marchesi Pancrazi, nel contesto di Villa di Bagnolo, costruita nel 1500 dalla famiglia fiorentina dei Principi Strozzi, il Pinot Nero racconta una vocazione enologica originale, mentre più a Sud, verso Carmignano, il vino e l'olio disegnano un altro paesaggio ancora. Un territorio che si può attraversare anche a piedi, seguendo il Cammino di San Jacopo (che collega Pistoia a Lucca, 56 km in due tappe principali), la Via Medicea tra le ville patrimonio Unesco, o la Via della Lana e della Seta, il cammino che da Prato conduce a Bologna (130 km in sei tappe) lungo la Val di Bisenzio. Alla fine, il filo torna al punto di partenza, davanti alla casa di Malaparte e ai pratesi che misuravano "il mondo a braccia come la stoffa". Forse è ancora così. In un intreccio di tessuti e persone, storie e arte. Fra passato e futuro. 

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