A Lampedusa i salvatori e i salvati: «Ogni 3 ottobre si celebra la vita, nonostante tutto»
Domani la giornata in memoria delle vittime di immigrazione. Ogni anno si ritrovano sull’isola i sopravvissuti del drammatico naufragio di quel giorno del 2013 e gli otto amici dell’imbarcazione Gamar, che ne salvarono 47

“O’scià” è un termine dialettale di Lampedusa che significa “mio respiro”. «È anche il saluto che ci scambiamo con le persone che siamo riusciti a salvare da quel terribile naufragio e che ogni anno in questo periodo ritornano sull’isola». A parlare è Vito Fiorino, armatore della “Gamar”, imbarcazione di nove metri, il quale insieme a sette amici nella notte del 3 ottobre 2013, riuscì a strappare dalla morte 47 persone. Un disastro mai visto fino ad allora: 368 morti, 20 dispersi e 155 superstiti. Per ricordare quella tragedia l’Italia, con la legge 45/2016, ha istituito proprio in quella data la “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”.
Anche quest’anno i salvati torneranno a Lampedusa da vari Paesi europei per ringraziare i propri salvatori. «Ci incontreremo al memoriale “Nuova Speranza”, realizzato da un mio progetto grazie ai fondi di Gariwo – dice Vito - l’associazione di Milano che onora i Giusti nel mondo. Dopo il ricordo delle vittime ci vedremo a casa mia per festeggiare il compleanno di rinascita dei sopravvissuti, perché la vita è anche gioia».
Poi il pensiero torna a quella notte senza luna. «Ci trovavamo a poche centinaia di metri dal porto – racconta - quando nell’oscurità abbiamo intravisto affiorare dall’acqua delle sagome simili a tre palle nere; abbiamo quindi udito dei lamenti indistinti come il garrito dei gabbiani. Mentre albeggiava si è aperto improvvisamente intorno a noi un anfiteatro di duecento persone con le braccia in alto. Stavano annegando e chiedevano aiuto con le poche forze rimaste. Subito ci viene l’istinto di afferrare quelle mani che però scivolavano perché erano ricoperte di gasolio. Così, presi degli stracci, siamo finalmente riusciti a raccogliere quante più persone possibili. Era già passata quasi un’ora da quando avevamo lanciato l’Sos e solo in quel momento abbiamo visto avvicinarsi le motovedette. Una volta approdati al molo Favaloro, oggi molo Papa Francesco, ciascuno di noi è tornato a casa consapevole di aver fatto la cosa giusta».
La storia rivive oggi nel docufilm “L’ultima isola” del regista pesarese Davide Lomma. «Si tratta di una pellicola indipendente nata dopo un mio viaggio a Lampedusa in cui ho potuto conoscere gli otto amici della “Gamar” – spiega Lomma -. La vicenda mi ha colpito anche per alcune coincidenze, tra queste il fatto che il 3 ottobre è proprio la mia data di nascita. C’è poi un’altra particolarità: la gran parte dei naufraghi proveniva dall’Eritrea, Paese che il 3 ottobre 1935 fu attaccato dagli italiani prima di divenire una colonia del Regno d’Italia. Ho impiegato sei anni per raccontare l’umanità di questa tragedia usando tutta la delicatezza possibile». Il docufilm ha ricevuto numerosi premi, anche internazionali, ed è stato presentato a Rimini al recente Meeting dell’amicizia fra i popoli.
Oggi Vito Fiorino si sente un predestinato. «Io migrante nato a Bari e trapiantato a soli nove mesi a Milano – dice – 26 anni fa ho scelto di diventare un abitante di Lampedusa, lasciando, senza un motivo preciso, l’azienda che avevo fondato. Qualcosa mi ha spinto qui. A prendere una barca distrutta, ricostruirla e battezzarla con le iniziali dei miei nipoti, Gabriel e Martina, senza sapere che in arabo “Gamar” significa luna». E in quella notte senza luce, quasi come ad attendere i naufraghi, c’era proprio l’imbarcazione di Vito e a bordo insieme a lui Marcello, Sharani Anna, Linda, Grazia, Rosaria, Carmine e Alessandro. Otto amici capaci di non voltarsi dall’altra parte.
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