
La chiamano “la dobleta”. Due scosse, a pochi secondi di distanza, tanto ravvicinate da diventare nella memoria un unico terremoto. A La Guaira la raccontano con le mani, prima che con le parole: il pavimento che si muove, i muri che si aprono, la polvere, il blackout, le voci nelle strade. Poi il silenzio, che arriva quando si smette di gridare il nome di un figlio, di una madre, di un amico, sperando che una voce risponda al disperato appello.
Qui, in particolare, il sisma ha cambiato il profilo di interi quartieri, ma soprattutto ha colpito un Paese segnato da profonde fragilità. È questa la prima evidenza attraversando le zone maggiormente danneggiate.
Il Venezuela della “dobleta” è un Paese nel quale moltissime persone vivono di economia informale, senza garanzie né certezze. I servizi essenziali sono fragili, l’inflazione erode i salari, scuola e sanità pesano sempre più sulle disponibilità economiche delle famiglie, molte delle quali hanno da tempo perso anche questi diritti. Il terremoto si è innestato su questa precarietà, aggiungendo sfollamento, lutti e una paura che continua anche quando la terra sembra essersi fermata.
È dentro questa realtà che si è svolta – dal 3 all’11 agosto – la missione di Caritas Italiana, guidata dal direttore don Marco Pagniello, con l’obiettivo di ascoltare, incontrare e capire le priorità dei prossimi mesi, quando l’emergenza scivolerà via, completamente, dallo sguardo e dall’interesse della comunità internazionale e resterà nelle vite di chi continuerà a lungo a subirne le conseguenze.
Gli incontri con la Conferenza episcopale venezuelana, Caritas Venezuela, i vescovi e le comunità colpite sono necessari per costruire una lettura condivisa. Non sempre i bisogni più urgenti coincidono con quelli più visibili. La Guaira presenta ferite enormi, ma il sisma ha colpito territori diversi. E, come accade in ogni emergenza, il rischio è che a restare fuori siano le famiglie senza reti di sostegno, gli anziani soli, le persone con disabilità, chi vive nelle periferie e chi era già povero.
Un primo stanziamento di Caritas Italiana ha sostenuto la risposta immediata. Ora si apre la fase più complessa dell’assistenza sanitaria e umanitaria, medicinali, beni essenziali e accompagnamento delle persone segnate dal trauma; nello stesso tempo, lavoro, formazione, famiglie e giovani. Distribuire aiuti è necessario, ma non basta. La ricostruzione dovrà restituire alle persone la possibilità di lavorare e rimanere nella propria terra. Caritas Italiana agirà attraverso Caritas Venezuela e la Chiesa venezuelana. La rete locale conosce quartieri, famiglie e fragilità meno evidenti. Può indicare dove un aiuto rischia di non arrivare e dove una piccola iniziativa può rimettere in moto una comunità.
Fin dalle prime ore, le parrocchie rimaste agibili sono diventate rifugi, centri di raccolta, ambulatori, luoghi nei quali cercare riparto e conforto. Sacerdoti, religiose e volontari hanno condiviso acqua, cibo, medicinali e spazi, spesso dopo aver subito essi stessi perdite e danni.
Nelle cinque diocesi interessate, 86 chiese risultano compromesse e il dato racconta più di un semplice danno al patrimonio. Sono stati colpiti, infatti, luoghi che spesso costituiscono uno dei pochi presìdi stabili nelle diverse comunità ferite. Eppure, è proprio da qui che si è attivata immediatamente una risposta all’emergenza. Dove mancavano strutture adeguate, hanno contato le relazioni. Dove i mezzi erano pochi, si è condiviso ciò che c’era. Dove la paura ha rischiato di isolare, c’è chi ha scelto di restare per farsi compagno di strada e condividere il peso di questa croce.
La forza della Chiesa locale si misura anche nella capacità di non separare l’aiuto materiale dall’accompagnamento umano. Il dolore non si cura solo con un tetto o un pacco alimentare. Negli occhi delle persone affiorano la fatica, il lutto, l’incertezza. La salute psicologica e spirituale è già una delle grandi emergenze che definisce questo tempo.
Colpisce soprattutto la reazione di una popolazione che possiede poco e continua a condividere. Ci sono volontari che hanno perso familiari e amici e sono tornati nelle strade per aiutare altri. Famiglie che hanno aperto le proprie case. Non è l’immagine consolatoria di un popolo che “resiste sempre”. È la scelta concreta di non lasciare che la sofferenza di ciascuno si trasformi in irreversibile disperazione.
In questo contesto, la missione di Caritas Italiana ha dunque un valore che va oltre la risposta immediata. La presenza nel Paese rende visibile la comunione tra la Chiesa italiana e quella venezuelana, ma soprattutto apre un lavoro destinato a proseguire nei prossimi mesi. Le priorità saranno indicate dalla Conferenza episcopale e da Caritas Venezuela, a partire dai bisogni delle comunità: assistenza sanitaria, sostegno psicologico, accompagnamento delle famiglie, opportunità per i giovani e iniziative capaci di restituire un reddito a chi ha perso, insieme alla casa, anche il proprio lavoro.
È qui che si gioca la qualità della ricostruzione. Non solo nel numero degli edifici che torneranno in piedi, ma nella possibilità che una famiglia non sia costretta a dipendere per sempre dagli aiuti, che un giovane possa ancora immaginare il proprio futuro nel Paese e che le persone più fragili non scompaiano dietro i numeri dell’emergenza. La richiesta che arriva dal Venezuela è semplice e impegnativa: «Per favore, non dimenticateci!», frutto della consapevolezza che la parte più lunga comincerà quando le immagini delle macerie non faranno più notizia, mentre resteranno le ferite, la precarietà e la necessità di ricominciare. Per questo Caritas Italiana è andata. Per ascoltare prima di intervenire, per sostenere una Chiesa già immersa nella vita del suo popolo e per trasformare la vicinanza della Chiesa italiana in un impegno concreto e duraturo.
“La dobleta” è durata pochi secondi. Le sue conseguenze accompagneranno il Venezuela per anni. Tra questi due tempi – la violenza improvvisa delle scosse e la lentezza della ricostruzione – c’è l’impegno a restare accanto a chi rischia di essere dimenticato. Restare, perché dalle macerie non debbano emergere nuove povertà, ma possibilità di vita. È da qui, più che dagli edifici, che comincia la ricostruzione.
Caritas Italiana


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