Il Great Game tra Londra e Mosca che continua (indisturbato) anche oggi
Il Grande Gioco nacque dalla rivalità tra l’impero britannico e quello russo nell’Asia centrale. Oggi sono cambiati gli attori e i teatri, ma la logica della competizione è la stessa. E il vero campo di battaglia non è la geografia, ma la coscienza sempre più manipolabile degli uomini

Prima di essere decapitato dal boia di Buchara, il tenente Arthur Conolly del 6° Cavalleggeri del Bengala aveva fatto in tempo a coniare un’espressione che sarebbe passata alla storia. Undici anni prima, nel 1831, aveva definito la rivalità fra l’impero britannico e quello russo The Great Game , il Grande Gioco. L’ambizioso e temerario ufficiale al servizio della Corona era un esploratore e insieme una spia, avanguardia di quel manipolo di avventurieri al servizio prima della Compagnia Britannica delle Indie Orientali e successivamente della regina Vittoria che si erano spinti nella terra desolata e sconosciuta fra il Caucaso, la Persia e gli inesplorati territori – l’Afghanistan, il Kashmir, il Belucistan, il Turkmenistan – e delle città carovaniere dell’Asia centrale. Era lì, in quella landa che andava dal Mar Caspio all’Uzbekistan che, travestito ora da mercante, ora da viaggiatore, da pellegrino, da monaco, Conolly scrutava i progressi dell’esercito dello zar Alessandro, che da quasi un secolo cercava il suo spazio a Oriente. E soprattutto era convinto che i rissosi emirati musulmani dell’Asia centrale come Chiva, Kokand e Buchara avrebbero potuto deporre le rispettive diffidenze e costituire una barriera comune contro l’avanzata della Russia.
Fu un abbaglio. L’emiro Nasrullah Khan lo seppellì in una buca maleodorante insieme al suo compagno di sventura, il colonnello Charles Stoddard, e fece giustiziare entrambi una calda mattina del giugno 1842. Ma se il Grande Gioco mieteva vittime ed esigeva alti sacrifici umani, la rivalità fra Gran Bretagna e Russia continuava indisturbata. E continua tuttora. Non meravigliamoci: Londra e Mosca, sono storicamente absolute enemies , ovvero, nemici assoluti, da quando il Great Game era agli albori. L’obiettivo era sempre lo stesso, dopo che il lento disfacimento dell’impero ottomano e i conseguenti appetiti di Caterina di Russia e poco dopo di Napoleone Bonaparte avevano reso chiaro a tutti qual era la posta in palio: quell’Impero anglo-indiano che la Compagnia aveva allestito estendendo i propri domini e la sua irresistibile influenza su Singapore, la Birmania, Hong Kong, Giava, le Filippine, che avrebbe garantito la supremazia mondiale a chi ne avesse avuto l’esclusiva. Gli zar cercavano un accesso ai mari caldi attraverso l’India. La Corona britannica faceva ogni sforzo per impedirglielo.
Al risiko degli imperi si aggregarono anche la Francia, lo sfibrato impero ottomano e da ultimo anche il Regno di Sardegna: nel 1855 Camillo Benso di Cavour inviò in Crimea un corpo di spedizione di circa oltre ventimila uomini a combattere contro l’impero russo a fianco di Parigi e Londra. Partecipare a quella guerra significava sedersi da alleati delle grandi potenze al tavolo della pace e far uscire i Savoia dall’isolamento diplomatico. A conferire universale notorietà al Great Game – non senza una arrogante spolverata di determinismo storico sotto le farisaiche spoglie di una missione morale – aveva provveduto nel 1901 Rudyard Kipling con il romanzo di formazione Kim , tratteggiando nel giovane protagonista Kimball O’Hara il capostipite della spia britannica moderna, subito seguito da Joseph Conrad ( L’agente segreto , Sotto gli occhi dell’Occidente ). Tutti gli altri, da Somerset Maugham ( Ashenden o L’agente inglese , egli stesso reclutato dai servizi segreti) a Ian Fleming (pensiamo solo al fin troppo noto Dalla Russia con amore , dove Mosca con una “trappola al miele” tenta di umiliare James Bond e l’MI6), fino a John Buchan ( I trentanove scalini ), Graham Greene ( Il fattore umano , senza contare l’amicizia e la larvata complicità con la superspia dei “Cambridge Five” Kim Philby ) e John Le Carré ( La spia che venne dal freddo , Tutti gli uomini di Smiley ) non hanno fatto altro che ricalcarne la figura. Alcuni militando nel mondo dello spionaggio, altri semplicemente immaginandolo.
Il Grande Gioco continua indisturbato anche oggi. Il teatro non è più soltanto l’Afghanistan, che pure nell’arco di un secolo e mezzo ha umiliato tre superpotenze come la Gran Bretagna, L’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, dimostrando come i mujaheddin siano di fatto invincibili. Del resto, imperialismo e Grande Gioco si tengono a braccetto. L’uno nutre e sostiene l’altro. Era così quando a Waterloo si consumava la lunga parabola di Napoleone Bonaparte e la Corona britannica era l’indiscussa regina dei mari ed è così oggi, dacché lo scacchiere del Great Game si è allargato a alla Cina, al Pakistan, all’India, al Giappone. Sullo sfondo, pensiamo solo al conflitto in corso in Ucraina, ci sono ancora gli eterni nemici assoluti, Londra e Mosca. Che dunque cos’è l’imperialismo, che fine hanno fatto gli imperi? Probabilmente è un quesito superato. Come superato è il modello geopolitico a suo tempo teorizzato da Henry Kissinger nel suo allora lungimirante World Order (Ordine mondiale), persuaso com’era che l’Occidente uscito dalla Pace di Westfalia del 1648 che aveva posto fine alla Guerra dei Trent’anni fosse stato il modello delle relazioni fra i popoli che meglio aveva funzionato, perché basato sull’equilibrio dei poteri, in quanto garantiva un ordine mondiale basato sull’esistenza di Stati sovrani in confini ben definiti, che non interferivano negli affari interni degli altri Stati.
Ma da tempo questo ordine mondiale non esiste più. Esiste invece un Grande Gioco che si allarga dal conflitto russo-ucraino al soft power cinese, dalla tenaglia di Pechino che si stringe attorno a Taiwan al riarmo del Giappone (e ora anche della Germania, capofila del nuovo corso bellicista dell’Europa), dall’ingresso dell’Arabia Saudita fra i belligeranti del Golfo in funzione anti-iraniana e anti Houthi, al fragile confine fra Pakistan e India, potenze atomiche che insieme alla Corea del Nord hanno allargato il perimetro di quel Great Game un tempo confinato agli appetiti europei sul Mar Nero e a quelli russi e ottomani sulla porta dei Dardanelli. Il mondo di oggi è smemorato. Due Guerre mondiali e una Guerra fredda non sono bastate a dissuaderlo dal pericolo di un’escalation. Tant’è che dal passato riemerge trionfante la “Dottrina Monroe”, che consente agli Stati Uniti di intervenire negli affari dei Paesi latinoamericani in caso di «flagrante e cronica cattiva condotta». Il “copyright” è di Theodore Roosevelt, ma The Donald l’ha immediatamente fatto suo. Tempi nuovi. E un incerto futuro. Come quello di tutta l’area mediorientale, da Israele all’Egitto, dalla Libia alla Siria, dall’Iraq al Libano degli Hezbollah, dal Kurdistan al blocco degli Stretti, da cui transita il greggio e il naviglio che nutre la fame di idrocarburi dell’Europa. Da Arthur Conolly fino agli agenti doppi di Berlino e agli oligarchi della Londra contemporanea, il filo del Great Game non si è mai davvero interrotto. È solo il paesaggio che è cambiato. Il Grande Gioco è passato dai deserti dell’Asia centrale ai corridoi ovattati dell’intelligence e della finanza globale, ma continua a essere, come intuì Le Carré, una partita in cui il vero campo di battaglia non è la geografia, ma la sempre più manipolabile coscienza degli uomini.
(6 – Fine)
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