Gli svizzeri decidono se sia meglio non essere in troppi
di Enrico Lenzi
Domenica nella Confederazione si vota un referendum per mettere un tetto di 10 milioni alla crescita della popolazione. Un altro per limitare il servizio civile

Per un cittadino svizzero le consultazioni referendarie sono un appuntamento piuttosto frequente: 40 votazioni su 80 temi solo negli ultimi dieci anni. Segno di una democrazia partecipata, anche se non si registrano affluenze altissime. E domenica torneranno di nuovo ai seggi per esprimersi su due nuovi temi, che questa volta colpiscono anche l’osservatore esterno: il numero massimo di abitanti e il servizio civile. Ufficialmente il primo si intitola «No a una Svizzera da 10 milioni! (Iniziativa per la sostenibilità)». In un’Europa afflitta da una crescente denatalità, un tema del genere (mettere un tetto alla popolazione residente) appare curioso, se non addirittura senza senso. L’argomento, invece, è tutt’altro che bizzarro. Nel mirino vi è la possibilità di limitare la popolazione residente permanente in Confederazione, evitando che superi prima del 2050 quota dieci milioni (con misure da attivare già alla soglia dei 9,5 milioni, che agli attuali ritmi si raggiungerebbe nel 2032). Tenuto ovviamente conto che non si punta a limitare le nascite di bambini e bambine svizzeri, a essere eventualmente colpiti sarebbero i lavoratori immigrati, i richiedenti asilo, i ricongiungimenti familiari. I promotori del referendum – l’Unione Democratica di Centro (Udc), partito conservatore e populista di destra, non nuova ad azioni anti-immigrati –, sottolineano che da quando nel 2002 è stata introdotta la libera circolazione delle persone gli abitanti sono aumentati di 1,7 milioni di unità, facendo raggiungere i 9,1 milioni di abitanti a fine 2025. Insomma, tra le righe, una legge che punta a colpire ancora una volta l’immigrazione verso la Svizzera, sia per lavoro sia per asilo. Contro questa proposta si sono schierati il Consiglio federale (il governo della Confederazione) e il Parlamento, dicendo che una simile limitazione risulterebbe «dannosa per l’economia, minaccia per il benessere e la sicurezza interna e causa notevoli costi alla Confederazione e ai Cantoni». Il fronte del “sì” parla di «immigrazione massiccia» che comporta «penuria di alloggi, aumenti delle pigioni, cementificazione del paesaggio, ingorghi e treni sovraffollati, aumento della criminalità, un settore sanitario in difficoltà e la diminuzio ne della qualità dell’istruzione». Ma davvero la Svizzera rischia il caos per le immigrazioni? L’aumento è di circa 70mila persone all’anno per due terzi imputabili al «saldo migratorio positivo» e solo per un terzo al saldo tra nascite e morti. Visto che la natalità non sembra crescere, a essere colpiti sarebbero gli immigrati, la cui crescita dovrebbe essere bloccata. Secondo gli ultimi sondaggi nazionali la proposta dovrebbe essere respinta, ma occorre attendere lo scrutinio finale.
E attesa c’è anche per il secondo quesito: modifica della legge sul servizio civile. Un cambiamento che di fatto “punisce” quei giovani elvetici che scelgono il servizio civile per servire la Confederazione (denominati “civilisti”). Rispetto ai loro colleghi di leva, gli obiettori, già con un servizio più lungo, dovrebbero aggiungere altri 150 giorni. Sorprende la posizione di governo e Parlamento che si dichiarano favorevoli, dicendo esplicitamente che «il servizio militare è la regola e il servizio civile l’eccezione». Difficile credere che la presenza degli obiettori di coscienza indebolisca il Paese, tanto da renderlo insicuro. Anche in Italia il servizio civile era in un certo senso “punitivo” fino al 1989 con 20 mesi invece dei 12 della leva. Ma la Consulta parificò la durata. Sorprende che la patria della neutralità punti più sull’esercito e meno sugli obiettori.
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