A Israele l'accordo Usa-Iran conviene? No. Per questo l'ambiguità di Netanyahu preoccupa Trump
Il premier israeliano ha detto che Tel Aviv non è parte dell'intesa allo studio e pensa a blindarsi con la guerra permanente a Hezbollah in vista del voto in autunno. La Casa Bianca, al contrario, vuole chiudere in fretta perché ha bisogno di dare un segnale agli elettori repubblicani: a novembre ci sono le elezioni di "mid term"

Strana coppia davvero, The Donald e “Bibi” Netanyahu. Al punto che non si sa mai bene chi dei due stia giocando al gatto con il topo, chi abusa della credulità dell’altro, chi avanza sotterranee minacce, chi si congratula tenendosi fuori dai giochi, chi sbertuccia pubblicamente l’altro, chi disobbedisce platealmente agli ultimatum. In una trama alla Billy Wilder con Jack Lemmon e Walter Matthau sarebbero perfetti. Purtroppo invece sono due landlord, due signori della guerra che hanno appiccato il fuoco al Golfo Persico con ampia estensione su tutto lo scacchiere mediorientale.
«È una recita ben congegnata», strillano i quotidiani liberal sulle due coste americane. «In diplomazia, simbolismo e tono contano; insulti e arroganza, sostenuti dalle bombe, non si dimenticano facilmente», ammonisce il quotidiano progressista israeliano “Haaretz”. Vero, ma è vero anche che insieme alla martellante campagna militare dell’Idf si scorgono scintille di ambiguità che è arduo decifrare.
La stessa sequenza delle dichiarazioni ufficiali di Netanyahu delle ultime ore è esemplare. Giovedì Trump minaccia una terza notte di attacchi, mettendo nel mirino nel prossimo futuro anche l'isola di Kharg e le infrastrutture petrolifere. Poi però nel tardo pomeriggio, a sorpresa, posta su Truth l'annuncio di fermarsi, lasciando intendere che c'è l'intesa per l'accordo. Ma nel memorandum fra Washington e Teheran, Israele non compare.
Come conferma a tempo di record Netanyahu, annunciando: «Israele non è parte dell'accordo che Donald Trump dice di aver raggiunto con l'Iran». L’indomani però Netanyahu corregge in parte il tiro: « Per oltre 30 anni sono stato in prima linea nella campagna internazionale contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse stato per questa campagna, l'Iran avrebbe già da tempo le bombe atomiche per distruggere Israele. Finché sarò il premier, l’Iran non avrà armi nucleari. Su questo punto c'è pieno accordo tra me e il presidente Trump».
Proviamo a decifrare questo balletto di mezze dichiarazioni. Tel Aviv e Washington perseguono platealmente obiettivi diversi che conducono tuttavia a un percorso comune: Netanyahu necessita di uno stato di guerra permanente per garantirsi in autunno la rielezione, soffiando e avallando ogni sussulto della destra religiosa, soprattutto quella del nord di Israele, dove il risentimento nei confronti del governo «per non aver finito il lavoro in Libano» è molto alto. A sfidare Netanyahu sarà l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, che nei sondaggi guadagna un 38% di consensi e supera “Bibi” di tre punti.
Anche The Donald ha una scadenza elettorale, quella del 3 novembre, quando si terranno le elezioni di medio termine. Elezioni che rischia di perdere clamorosamente, avendo toccato ormai il punto più basso della propria popolarità. Ma a differenza di Netanyahu, che gioca la sua partita grazie al caos, Trump ha bisogno della pace. Non a caso, la speranza di una risoluzione del conflitto ha immediatamente fatto crollare i prezzi del petrolio, con il Brent del Mare del Nord in calo dell'1,11% a 89,37 dollari al barile, con un rimbalzo rassicurante anche sui mercati asiatici: l'indice Nikkei di Tokyo in rialzo di quasi il 4% e il Kospi di Seul in forte crescita di oltre il 7%. Del resto Trump era stato preavvertito nei giorni scorsi dal “Wall Street Journal” e dalle grandi conglomerate: «Esci al più presto dal pantano mediorientale, perché è una guerra che non puoi vincere e che fa male ai mercati» (ad eccezione di quello degli armamenti, che pure ha vigorosa voce in capitolo).
«Stai attento o presto ti ritroverai da solo», ha detto Trump al suo partner in war. Che gli ha risposto con garbo velato di veleno: «Tu sei il più grande amico di Israele». Risultato: sulla East Coast sono convinti che l’amico israeliano tenga al laccio (ci sarebbe un’espressione più colorita, ma la evitiamo) il presidente, in virtù di chissà quali inconfessi segreti. Sulle rive del Giordano la destra israeliana è convinta a sua volta che Trump impedisca sistematicamente a Netanyahu di compiere il suo dovere di difensore della patria. Per questo i due si scambiano punture di spillo e sordi mugugni come due compari. Che oltre a intendersi, si spiano con accanimento: «I servizi segreti di entrambi – rivelava una fonte anonima al “Washington Post” – da mesi non fanno altro».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





