Tra Usa e Iran una tregua fragile, ma si può sperare
L’annuncio di Trump apre uno spiraglio diplomatico, ma restano aperte le incognite sul negoziato, sulla sicurezza regionale e sul futuro degli equilibri mediorientali

Più mutevole del cielo d’Irlanda, famoso per i continui cambi metereologici, il Presidente Trump ha informato per l’ennesima volta di aver raggiunto un accordo con la Repubblica islamica dell’Iran, che dovrebbe terminare le ostilità e permettere la riapertura dello stretto di Hormuz. Annuncio dato a sorpresa, dato che solo il giorno prima aveva proclamato la ripresa delle operazioni militari in grande stile da parte delle forze armate statunitensi. Siamo ormai abituati ai continui cambi di rotta di Trump, alle sue roboanti dichiarazioni e alla sua calamitosa, irrazionale, capricciosa imprevedibilità. Eppure, a dispetto del rassegnato pessimismo che regnava in questi ultimi giorni, sembra che questa volta si possa davvero sperare nella pace. O meglio, forse non un accordo vero, ma un simulacro di tregua che permetta a Washington di uscire da una guerra assurda e mal pianificata, in cui gli americani sono stati trascinati dagli israeliani, e in cui si sono trovati impantanati da mesi. E che consenta la ripresa del traffico marittimo attraverso un’arteria commerciale fondamentale per l’economia internazionale.
La prudenza, quando si parla di negoziati fra Iran e Stati Uniti, non è mai troppa. Un po’ perché la sfiducia e l’inimicizia fra i due governi ha sempre fatto deragliare in passato trattative che sembravano giunte all’ultimo passo; ma anche perché troppe forze sono attive per sabotare ogni percorso verso una riduzione delle ostilità reciproche. Il comportamento di Teheran sembrerebbe indicare che la nuova Guida Suprema sia riuscita a piegare l’irriducibile opposizione a ogni compromesso dell’ala dura dei pasdaran. Difficile li abbia convinti: ma nell’opaca complessità del sistema di potere, era sufficiente riuscire a spingere il pendolo verso un atteggiamento meno confrontazionale per ottenere almeno una tregua temporanea.
Del resto, tutte le parti coinvolte sanno – e ne sono consapevoli anche coloro che osservano senza avere alcun ruolo, come sfortunatamente capita sovente a noi europei – che la guerra di Netanyahu e Trump ha aggravato invece che risolvere i nodi critici che destabilizzano da anni la regione. Innanzitutto, proclamare che l’obiettivo è abbattere la Repubblica islamica, finendo poi per siglare un accordo con essa perché non si era preventivata la capacità di resistere e di rispondere dei pasdaran è un fallimento, al di là della propaganda trumpiana. Tanto più che le fazioni più radicali e militariste del regime sono oggi dominanti: Teheran ha evidentemente cambiato postura strategica, passando da una strategia aggressiva-difensiva a una aggressiva-offensiva. Secondariamente, questa guerra ha dimostrato anche alle monarchie arabe del Golfo, alleate di Usa e di Israele, che esse sono comunque pedine sacrificabili se lo richiede l’interesse di Israele – o meglio della destra di Israele, ormai priva di ogni scrupolo e di ogni decenza morale nel perseguire i propri sogni messianico-nazionalisti di conquista territoriale.
Questi mesi hanno inoltre ribadito sia la vulnerabilità persistente delle rotte di approvvigionamento delle economie mondiali sia i limiti della superiorità militare occidentale quando ci si scontra con la determinazione di un avversario disposto a subire perdite per noi insostenibili (lezione che, evidentemente, l’Afghanistan non ci aveva ancora insegnato). Ma il danno forse più grave è che bombardare a sorpresa chi stava negoziando un accordo sul nucleare sembra suggerire che la bomba sia meglio farsela velocemente, senza tergiversare come ha fatto il regime iraniano. Messaggio pericolosissimo in una fase internazionale nella quale sempre più Paesi sembrano irretiti dall’idea che, per dotarsi di una vera deterrenza dagli attacchi, la bomba nucleare sia non solo utile ma necessaria. Insomma, speriamo che l’annuncio di un accordo non sia l’ennesima boutade di Trump o un gioco delle parti. E che l’Europa cerchi infine di giocare un ruolo per sostenere gli sforzi diplomatici, pur sapendo che tutte le criticità rimangono sul tavolo e consapevoli che si è finiti paradossalmente per rafforzare la parte peggiore di un regime detestato da gran parte della popolazione iraniana. È certo che le distruzioni causate hanno costi che pagheremo a lungo, tanto finanziariamente quanto politicamente, ma cerchiamo almeno di impedirne di nuove.
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