«Sono sbucati dal bosco, ci siamo difesi come potevamo»: un agente racconta l'inferno No Tav di Chiomonte
Il racconto minuto per minuto degli scontri di sabato: «I black bloc erano tanti e organizzati, avevano seghe per tagliare il ferro». Poi si sfoga: «Andare in piazza è sempre più rischioso. Ma siamo padri di famiglia anche noi, non nemici»

«Pensavamo attaccassero il cantiere di San Didero, invece hanno puntato su Chiomonte. Ci hanno sorpreso, anche perché sono sbucati all’improvviso dalla boscaglia: li abbiamo visti all’ultimo minuto». Chi parla è un uomo dei reparti mobili, con esperienza pluridecennale nella gestione dell’ordine pubblico. Di scontri ne ha visti tanti, ma quello che è accaduto sabato in Val di Susa ha turbato persino lui. «Il gruppo di violenti era equipaggiato di tutto punto, avevano anche le seghe per tagliare il ferro. Così sono riusciti a entrare dalle recinzioni, erano davvero in tanti. Li abbiamo tenuti a bada per un po’ con un idrante, che però era l’unico. Gli altri due erano a Chiomonte e San Giuliano. E quando è finita l’acqua si è messa male… Ci hanno attaccato pesantemente, anche con bottiglie incendiarie. Diversi ragazzi hanno riportato ustioni, tre mezzi sono andati distrutti dalle fiamme». La fonte di Avvenire , che chiameremo Giulio, non è tuttavia sorpresa da quanto accaduto: «Ogni anno, in concomitanza con il festival dei No Tav, scoppiano incidenti. La novità è che stavolta nessuno è riuscito a capire dove questi gruppi si sarebbero concentrati. Hanno cambiato tattica e ci hanno messo in difficoltà: gli incidenti sono andati avanti dal pomeriggio fino a sera inoltrata, contenerli non è stato facile». Giulio sottolinea che peraltro la situazione in Val di Susa è tesa tutto l’anno: «Dobbiamo sorvegliare 24 ore su 24 non solo la zona rossa e i lavori in corso, ma anche le maestranze. Gli attacchi ogni tanto si verificano anche in altri periodi, non si può mai abbassare la guardia».
Cronache di ordinaria guerriglia che però è sempre più dura fronteggiare. «Sì, scendere in strada diventa ogni giorno più pericoloso, affrontiamo persone più organizzate e disposte a tutto pur di ottenere visibilità. E puntualmente la ottengono quando creano problemi a noi operatori». Al contrario, le forze dell’ordine sono costrette a restare con il freno a mano tirato. «Una volta si caricava di più, ora invece si aspetta fino all’estremo, quando ormai ci sono addosso e ci fanno male - fa notare Giulio -. Ma così è peggio, perché si permette ai facinorosi di aggregarsi e organizzarsi. Invece prima si effettuavano le cosiddette cariche di alleggerimento: vedevi un gruppetto e lo disperdevi prima che combinasse guai. Adesso chi dirige l’ordine pubblico ha paura di prendere decisioni perché poi la frittata viene sempre girata contro di noi». Chi comanda i reparti sul campo, di conseguenza, si trova spesso tra due fuochi: da una parte gli antagonisti furiosi, dall’altra i giovani agenti che non ci stanno a subire botte e insulti senza poter reagire. «Bisogna continuare a ripetere di star fermi, di aspettare. Anche quando ti sputano in faccia, o ti lanciano le uova. Ma questo significa rientrare in caserma pieni di frustrazione, anche perché non solo ci tirano di tutto, ma ce ne dicono anche di tutti i colori. Allora ti cali nella parte dello psicologo, cerchi di spiegare loro che chi li colpisce in quel momento ce l’ha con lo Stato, che noi rappresentiamo. Ma che non c’è nulla di personale».
Anche in mezzo alla battaglia, l’arma migliore resta il buon senso. «Cerchiamo sempre di dialogare con chi ci troviamo di fronte: gli spieghiamo che noi stiamo semplicemente lavorando e li invitiamo a manifestare senza far danni. A volte funziona spiegare che magari l’auto che vuoi sfasciare è di un povero Cristo che sta ancora pagando le rate. Alcuni ci ragionano e si calmano. Molti però sono giovanissimi che non comprendono bene la gravità dei loro atti, anche perché sono manovrati da gente più adulta». Antagonisti e agenti si trovano uno contro l’altro, senza sapere che in fondo si è nemici della porta accanto. «Siamo padri di famiglia anche noi – si sfoga Giulio – con preoccupazioni che spesso ci teniamo dentro. Quando sei a cena e ti arriva una chiamata leggi l’ansia negli occhi di tua moglie e dei tuoi figli. Eviti di dire di che si tratta, e loro non fanno domande, ma percepiscono la tensione. Per sopravvivere si parla poco del nostro lavoro, e quando si può si cerca di staccare la spina». Per poi ributtarsi nella mischia. E la paura? «No – dice Giulio –. Quella non c’è mai. Non è prevista proprio».
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