Mareggiate, cemento ed eventi estremi: cosa sta distruggendo le spiagge italiane
Legambiente denuncia la scomparsa di 40 milioni di metri quadrati di litorale. Le cause? Urbanizzazione e crescita degli eventi meteo estremi. Qualche strategia arriva da Spagna e Inghilterra

C’è una pianta che occupa ogni anno le spiagge italiane. Ha un aspetto viscido e un colore bruno, ma trattiene la sabbia sull’arenile e protegge la costa dall’erosione. È una specie marina protetta, eppure spesso non sopravvive alla stagione estiva: in moltissimi litorali italiani viene rimossa meccanicamente prima che qualche turista possa inciampare sui banchi di foglie accumulati sulla riva. Si chiama Posidonia oceanica ed è anche per il suo trattamento, incurante delle conseguenze ambientali, che le coste italiane ogni anno perdono metri. Nell’ultimo mezzo secolo sono spariti oltre 40 milioni di metri quadrati di litorale; solo in Basilicata, un metro su due di costa basta bassa è attualmente in erosione. A spiegarlo è l’ultimo report Spiagge di Legambiente in collaborazione con l’Osservatorio città clima, che racconta “l’agonia” delle spiagge italiane, torturare da eventi estremi e “mala gestione” umana.
Le coste, spiegano i ricercatori, si potrebbero proteggere da sole. Le banquette – gli accumuli di foglie – di Posidonia sono una protezione naturale contro le mareggiate invernali, riducendo l’energia delle onde e conservando la spiaggia emersa. La rimozione è già un passo verso l’erosione. Dove è necessario, però, Legambiente suggerisce di separare le foglie dalla sabbia e chiede piani comunali per riportare le banquette sulle coste d’inverno: «Ogni piano delle coste dovrebbe indicare le spiagge dove conservare le biomasse vegetali spiaggiate – spiegano i ricercatori – e dove è possibile spostarle, anche stagionalmente».
L'impatto degli eventi meteo estremi
Ma l’infermità delle spiagge italiane non dipende solo dalla Posidonia. In generale, i nostri litorali sono sempre più torturati da eventi meteorologici estremi. Negli ultimi sedici anni, dal 2010 al 2026, sono saliti a 308 – quasi uno su due – i Comuni costieri colpiti da eventi estremi, contati in 1.073 episodi. I più frequenti sono gli allagamenti da piogge intense (404), seguiti da trombe d’aria (286) e mareggiate (107). Ma preoccupa anche l’intensificarsi di mareggiate e raffiche di vento, che negli ultimi cinque anni hanno segnato un aumento rispettivamente del +550% e del +80%. Di pari passo, negli ultimi vent’anni, sono cresciuti anche gli interventi antropici – strade, case e altre opere rigide – che schiacciano le spiagge tra mare e cemento. Il risultato è che, dove gli eventi estremi colpiscono litorali profondamente urbanizzati, l’arenile scompare. L’esempio più recente e tragico è il ciclone Harry, che a gennaio ha colpito le coste siciliane, a rischio erosione per il 77% e dove il cemento occupa quasi il 30% del suolo entro i 300 metri dalla riva. In alcuni Comuni turistici dell’isola la densità abitativa delle coste è preoccupante: si toccano punte di oltre 3mila abitanti potenziali per chilometro quadrato di litorale. Lungo quei litorali, di fatto, l’intervento umano ha impedito all’arenile di adattarsi accelerando la distruzione dei litorali: in totale, il ciclone Harry ha fatto danni per due miliardi di euro e causato dieci morti nell’area mediterranea.
I modelli di Spagna e Inghilterra
La salute delle coste è peggiore al Sud. Sicilia, Puglia e Calabria guidano la classifica delle regioni con più eventi estremi; mentre Bari, Palermo, Agrigento e Napoli si trovano tra le prime cinque città in graduatoria. È in queste coste che la costruzione di muri e infrastrutture parallele alla riva deve essere immediatamente interrotta perché «impedisce alle coste di adattarsi in modo naturale agli eventi estremi», spiegano i ricercatori di Legambiente. Lo hanno capito, meglio dell’Italia, Spagna e Inghilterra. Madrid ha approvato già nel 2017 una legge che impone una “Strategia di adattamento ai cambiamenti climatici per la costa spagnola”. In sintesi, la ricetta spagnola prevede il razionamento delle risorse naturali, la conservazione degli ecosistemi e soprattutto il divieto di realizzare nuove infrastrutture o sviluppi urbani nella fascia costiera. Più dinamico è, invece, l’approccio inglese fondato su venti Shoreline Management Plans (Smp, ovvero piani di gestione della linea della costa), che regolano le politiche di conservazione dei litorali fino al 2105. Il Regno Unito, tramite gli Smp, finanzia direttamente la demolizione degli immobili sulla fascia costiera: per ogni immobile destinato a essere abbattuto, il Comune di riferimento riceve 6mila sterline per supportare lo smantellamento sicuro. Evitando, cioè, che i materiali edili finiscano in mare o sulle spiagge.
«Anche il nostro Paese fonda gran parte della sua economia su mare, turismo e pesca – chiosa il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti –, non può permettersi il lusso di riconcorrere le emergenze, deve prevenirle. Occorre mettere in campo una strategia nazionale di difesa delle coste sempre più fragili a causa della crisi climatica ma anche dell’eccessiva attività antropica e del consumo di suolo. L’aumento degli eventi meteo estremi e il Ciclone Harry che nei mesi scorsi ha colpito diverse regioni della Penisola siano un monito e non restino inosservati».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





