
L’intervento che pubblichiamo, a firma del parroco della Sacra Famiglia di Gaza, è un’anticipazione dal numero di agosto-settembre della rivista Vita Pastorale. Con un video, Gabriel Romanelli ha reso noto di aver ricevuto dal Papa un messaggio di incoraggiamento. Leone ha ricordato che non trascorre tempo che lui «non pensi e preghi per coloro che stanno soffrendo. E, in particolare a noi sacerdoti e a tutti i religiosi – ha aggiunto –, ha affidato questa esortazione: ‘Grazie per stare al loro fianco. Che Dio vi aiuti e vi rafforzi. Benedizioni, un abbraccio fraterno». Romanelli ha ringraziato il Papa per le parole pronunciate all’Angelus: «Non smette di pregare per noi».
Com’è la situazione a Gaza? Disastrosa. Purtroppo, la situazione non solo non è migliorata, ma è addirittura peggiorata. Mi spiego. Dall’inizio della tregua nell’ottobre del 2025, la situazione generale è migliorata nel senso che non ci sono più bombardamenti a tappeto, ovvero attacchi ovunque e in continuazione. Ciononostante, dire che la situazione è migliorata non significa che sia buona. Tutt’altro. Gaza sembra un paesaggio post tsunami, abbandonato alla sua sorte. La gente continua a morire. I bombardamenti proseguono qua e là, persino nel centro della città gremita di persone, di civili. Malattie gravi incurabili, quasi nessuna possibilità di evacuazione per le migliaia di feriti e ammalati, se non per poche centinaia di persone. A migliaia attendono di essere curate all’esterno. La maggior parte degli ospedali, se funzionanti, operano con il minimo indispensabile. Malattie digestive, neurologiche, oculari e auricolari, così come malattie della pelle, sono dilaganti.

Cibo? Sì, ce n’è di più sul mercato. E, a differenza di quanto accadeva per la maggior parte del periodo bellico, si trovano carne, latticini, verdura e frutta. Ma chi se li può permettere? La maggior parte delle persone non ha soldi, e chi li ha spesso non può usarli. O perché non sono sufficienti, o perché i loro conti sono stati congelati per mancato pagamento di prestiti, o per qualsiasi altro motivo. La maggior parte della popolazione, circa due milioni e trecentomila persone, ha disperatamente bisogno di aiuti umanitari. E questi aiuti arrivano a singhiozzo. Arrivano, sì, ma sono insufficienti. La maggior parte delle persone ha perso il loro lavoro.
L’emergenza idrica, sia per l’igiene che per l’acqua potabile, è reale. Molto reale. La maggior parte della popolazione vive in tende. Tende? La parola è più bella della realtà! Centinaia di migliaia di famiglie vivono lì. Famiglie che avevano le loro case, le loro attività, i loro orti. Vivono lì, in mezzo al nulla, con la sabbia sotto i piedi e le acque reflue, circondate dai topi. Così vive la maggior parte della popolazione di Gaza. Si arrangiano. Le scuole? Quelle ancora in piedi sono stracolme di sfollati che vivono lì, come meglio possono. I punti educativi, ovvero delle capanne o tende, o nei migliori dei casi una struttura salda, danno lezione ad alcune migliaia di alunni. Però, la maggior parte dei bambini non ha nemmeno quella grazia.
Delle nostre tre scuole, che avevamo prima della guerra, siamo riusciti a sistemarne una. È a metà marcia: meglio che niente. La frequentavano 2.250 alunni, adesso solo 462. Il bisogno però è enorme. Legno, vetro, colla, cemento, un po’ di alluminio, banchi di scuola, libri e quaderni, pannelli solari, lampade: nulla ci è permesso di far entrare. E poi il sistema elettrico di Gaza non funziona praticamente dall’inizio della guerra, più di mille giorni fa.
E la gente? A qualcuno importa della gente di Gaza? Sembrerebbe di no. Ma non è vero. Ci sono molte persone in tutto il mondo, dentro e fuori dalla Chiesa, che desiderano la pace, che desiderano la giustizia e che lavorano affinché ogni essere umano possa godere dei propri diritti inalienabili. La pace è possibile, la giustizia è assolutamente necessaria, così come la riconciliazione e il riconoscimento della dignità di ogni persona. Non è vero che ciò che sta accadendo qui sia il risultato di una guerra senza fine e senza la possibilità di risoluzione. Non è così. E sebbene l’orizzonte umano sembri ancora molto oscuro, un barlume di pace tra Palestina e Israele è possibile.
Cosa stiamo facendo? Cerchiamo di continuare a svolgere la nostra missione. Innanzitutto, la nostra missione è quella di preservare e accompagnare il nostro buon Gesù presente nel Santissimo Sacramento sull’altare della pace a Gaza. Ci impegniamo inoltre a preservare la vita spirituale di ogni cristiano, affinché possiamo continuare a essere luce e sale in questa parte della Terra Santa che è Gaza di Palestina. Ci sforziamo inoltre di testimoniare la nostra fede con fervida carità, cercando di aiutare, in ogni modo possibile, la popolazione civile che continua a soffrire gli orrori di questa guerra. Potete aiutarci? Sì, certamente. Pregando con fervore e incoraggiando gli altri a pregare per la pace. Diffondendo la causa di una pace giusta, parlando di questa nostra situazione con verità, carità e prudenza. Infine, anche attraverso aiuti economici tramite il Patriarcato latino di Gerusalemme. Dal calvario di Gaza, a tutti voi, pace! E perdono dal cielo per tutti noi e per l’umanità intera.

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