Molotov, black bloc e militanti stranieri: dentro la guerriglia No Tav in Val di Susa
Quattro tedeschi fermati, decine di persone arrivate dall'estero e un arsenale di ordigni artigianali e maschere antigas. Il movimento rivendica gli scontri come «diritto alla difesa», mentre cresce l'allarme per la radicalizzazione e il consenso attorno alle frange più violente. «Devastazione? La subisce il territorio»

«Abbiamo praticato il diritto alla difesa». La procura di Torino ipotizza il reato di devastazione, ma loro rispediscono l’accusa al mittente. «La devastazione - contrattaccano i No Tav, per voce di Nicoletta Dosio, 80enne storica attivista della Val di Susa - noi l'abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio: un luogo che era bello e pieno di vita è stato trasformato in un deserto di cemento». Ecco perché gli scontri di sabato con le forze dell’ordine sono visti come coraggiosa lotta di resistenza contro quelle che, testualmente, sono definite «truppe di occupazione» dal movimento. Le rivendicazioni emergono da un brodo ideologico vischioso, in cui galleggiano agevolmente le frange più estremiste. Quattro finora i fermati, tutti tedeschi ventenni. Ma tra i circa 1.200 soggetti identificati ci sono anche alcuni belgi e molti francesi. Sono tutti militanti calati in Piemonte per partecipare alla decima edizione del “Festival dell’alta felicità”, appuntamento fisso per chi si oppone alla linea Torino-Lione. Da questo milieu sarebbe spuntato il manipolo di incappucciati vestiti di nero, protagonisti dell’ordinario sabato di follia sfociato in guerriglia. Le immagini delle aggressioni a poliziotti, carabinieri e finanzieri mostrano un modus operandi studiato a tavolino, non certo frutto di una protesta scoppiata all’improvviso. La conferma arriva anche dall’arsenale sequestrato: materiale pirotecnico, molotov, maschere antigas, ordigni artigianali, caschi e passamontagna.

Il questore di Torino, Massimo Gambino, ha parlato di «un’escalation di azioni di guerra e di violenza. Vogliono far diventare la Val di Susa il laboratorio europeo della guerriglia urbana e noi non lo permetteremo. Ci sarà la massima fermezza e sono in corso le indagini per fermarli». I “black bloc 4.0” hanno mostrato in Val di Susa il loro volto più violento. Niente di nuovo, tuttavia, visto che il fenomeno si ripresenta periodicamente. «Queste cose accadono da almeno dieci anni in questo periodo, in concomitanza con il Festival - spiega ad Avvenire un No Tav -. Semmai, la novità è che si sia riusciti a entrare nei cantieri in questo modo. Forse c’erano meno forze dell’ordine schierate a difesa, e mi chiedo perché. Gli stranieri? Sono sempre arrivati anche in passato». La quantità di danni, stimati in almeno un milione di euro, segna in effetti un salto di qualità. Dietro la battaglia campale, qualche osservatore ha intravisto la mano del movimento legato al centro sociale torinese Askatasuna, che dopo lo sgombero si sarebbe riorganizzato e rafforzato. L’attivista però smonta questa ipotesi. « Il movimento No Tav è sempre stato trasparente, oltre che variegato: c’è chi manifesta in modo pacifico, chi invece passa all’azione. Ma senza immaginare che dietro ci sia chissà chi.

A preoccupare, però, è il clima di consenso, nemmeno troppo tacito, che sembra condensarsi attorno ai più violenti. Non risultano, infatti, prese di distanza dall’accaduto, tranne sporadiche (e isolate) voci. Anzi, qualcuno inneggia pure alle camionette bruciate. A spazzare via ogni distinguo ci hanno pensato i leader No Tav, che hanno rivendicato con orgoglio: "Siamo tutti responsabili per quello che è successo".
Colpiscono anche i riferimenti espliciti alla morte di Fakir, scanditi o scritti per giustificare l’ostilità – se non l’odio – verso le forze dell’ordine. Dal Piemonte a Bologna il mantra è lo stesso: gli “sbirri” nel mirino, sempre e comunque, adesso più di prima. L’ex pm Antonio Rinaudo, che in passato indagò sugli antagonisti della Val di Susa, parla senza mezzi termini di «fenomeno terroristico», aggiungendo che, «se non si prende atto di quella che è la situazione attuale e di quello che potrà essere in futuro, andremo incontro a situazioni sempre peggiori». I social, anche in questo caso, si confermano un formidabile termometro per misurare il livello di tensione sociale. Un’aria pesante che, peraltro, aveva iniziato a tirare da un pezzo. Già lo scorso anno, per fare un esempio, c’era chi esibiva nei video un coro cantato in francese da migliaia di giovani proprio durante un concerto del Festival dell’alta felicità: “Tout le monde déteste la police”. Tutti detestano la polizia, un ritornello peraltro intonato dal musicista che in quel momento si esibiva sul palco. E che era stato ripetuto anche a Roma, un anno fa, dai manifestanti pro Pal. Ma ci sono anche “reel” accompagnati dal brano “La Val di Susa paura non ne ha”, che si apre così: “Sul ponte del Seghino non passa il celerino. Venaus l’hanno occupata, l’abbiamo liberata”. Un inno che da anni accompagna il popolo No Tav, e che anche sabato ha fatto da colonna sonora agli attacchi. Emblematico anche un post su Facebook, in cui tre giorni fa una pasionaria si scagliava contro la decisione di vietare la vendita di bottiglie di vetro in tutta la zona, nonché il «tentativo di militarizzare la valle». L’ingente schieramento del Viminale, a quanto si è visto, era però tutt’altro che sproporzionato. In una pagina social frequentata da membri delle forze dell’ordine, un agente mostra dei cilindri di metallo sparati, sostiene, da «dei tubi tipo cannoni». E poi si sfoga così: «Preso senza casco questo ti spacca la faccia. Però se muore o si fa male seriamente uno di noi nessuno alza la voce. Possiamo fare affidamento solo sui fratelli di giubba, per il resto siamo soli».
Colpiscono anche i riferimenti espliciti alla morte di Fakir, scanditi o scritti per giustificare l’ostilità – se non l’odio – verso le forze dell’ordine. Dal Piemonte a Bologna il mantra è lo stesso: gli “sbirri” nel mirino, sempre e comunque, adesso più di prima. L’ex pm Antonio Rinaudo, che in passato indagò sugli antagonisti della Val di Susa, parla senza mezzi termini di «fenomeno terroristico», aggiungendo che, «se non si prende atto di quella che è la situazione attuale e di quello che potrà essere in futuro, andremo incontro a situazioni sempre peggiori». I social, anche in questo caso, si confermano un formidabile termometro per misurare il livello di tensione sociale. Un’aria pesante che, peraltro, aveva iniziato a tirare da un pezzo. Già lo scorso anno, per fare un esempio, c’era chi esibiva nei video un coro cantato in francese da migliaia di giovani proprio durante un concerto del Festival dell’alta felicità: “Tout le monde déteste la police”. Tutti detestano la polizia, un ritornello peraltro intonato dal musicista che in quel momento si esibiva sul palco. E che era stato ripetuto anche a Roma, un anno fa, dai manifestanti pro Pal. Ma ci sono anche “reel” accompagnati dal brano “La Val di Susa paura non ne ha”, che si apre così: “Sul ponte del Seghino non passa il celerino. Venaus l’hanno occupata, l’abbiamo liberata”. Un inno che da anni accompagna il popolo No Tav, e che anche sabato ha fatto da colonna sonora agli attacchi. Emblematico anche un post su Facebook, in cui tre giorni fa una pasionaria si scagliava contro la decisione di vietare la vendita di bottiglie di vetro in tutta la zona, nonché il «tentativo di militarizzare la valle». L’ingente schieramento del Viminale, a quanto si è visto, era però tutt’altro che sproporzionato. In una pagina social frequentata da membri delle forze dell’ordine, un agente mostra dei cilindri di metallo sparati, sostiene, da «dei tubi tipo cannoni». E poi si sfoga così: «Preso senza casco questo ti spacca la faccia. Però se muore o si fa male seriamente uno di noi nessuno alza la voce. Possiamo fare affidamento solo sui fratelli di giubba, per il resto siamo soli».
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