Dalla protesta popolare alla guerriglia: come (e quando) il movimento No Tav è diventato violenza
di Bruno Andolfatto, Susa (Torino)
Le manifestazioni coi sindaci in fascia tricolore, poi le occupazioni dei cantieri e i primi attacchi: la mobilitazione in Val di Susa è diventata presto conflitto, per poi accogliere le istanze del mondo antagonista dei collettivi e degli anarchici di Askatasuna

È passata molta acqua sotto i ponti da quel dicembre 2005, quando decine di migliaia di valsusini protestavano tra Susa e la Val Cenischia e un gruppo di No Tav occupava per alcune ore il cantiere di Venaus, costringendo il Governo Berlusconi a fare marcia indietro. Quella era una protesta in larga parte pacifica, segnata da una forte partecipazione popolare, con sindaci in fascia tricolore e istituzioni locali impegnate a contenere la rabbia della valle. Sembrano lontanissimi anche gli sviluppi successivi: il cantiere di Venaus congelato, il progetto accantonato e l’avvio del dialogo con i territori attraverso l’Osservatorio tecnico e il tavolo politico coordinato da Mario Virano. Non si trattò di una resa dello Stato, ma del tentativo di aprire un confronto con le comunità locali. Eppure, una parte del movimento rifiutò fin dall’inizio ogni ipotesi di mediazione: «Il No è No», senza trattative e senza compromessi.
Il cambio di passo arrivò nel 2008 con l’accordo di Pra Catinat, che riavviò la progettazione e ridefinì gli equilibri interni al fronte No Tav. Antonio Ferrentino (presidente Comunità Montana) si smarcò progressivamente dalle posizioni più rigide, mentre Sandro Plano sindaco di Susa, fino ad allora più aperto al dialogo, assunse una linea molto più dura sostituendo Ferrentino al vertice della Comunità Montana e diventando punto di riferimento dell’ala intransigente. Nel frattempo anche il progetto cambiava volto: sbocco del tunnel di 57 chilometri tra Italia e Francia a Susa e non più a Venaus, mentre la tratta nazionale avrebbe utilizzato la linea storica fino ad Avigliana-Buttigliera per poi dirigersi verso Orbassano. La protesta, però, non si esaurì. Il salto decisivo avvenne nel 2011 con l’occupazione dell’area destinata al cantiere di Chiomonte e con la proclamazione della cosiddetta “Libera Repubblica della Maddalena”. Lo sgombero del 27 giugno, condotto da oltre 2.500 agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, segnò un passaggio di fase: i manifestanti reagirono con lanci di pietre, razzi, fuochi d’artificio ed estintori, mentre le forze dell’ordine fecero largo uso di lacrimogeni. Il bilancio, tra fine giugno e i primi giorni di luglio, fu pesante: centinaia di feriti e un clima di scontro che sancì la fine della stagione della semplice disobbedienza civile.
Da allora la contestazione ha mantenuto una doppia anima. Da un lato migliaia di persone hanno continuato a sfilare pacificamente dietro gli striscioni del movimento; dall’altro alcune centinaia di incappucciati, con caschi, maschere antigas e abbigliamento nero, hanno praticato una forma di conflitto che nulla ha a che vedere con le origini della protesta. Le “passeggiate” ai cantieri, i lanci di pietre, le bombe carta e i tentativi di forzare le recinzioni sono diventati un filo rosso ricorrente, mentre la violenza ha assunto un peso simbolico e politico sempre maggiore. Il nodo della violenza, in realtà, non è mai stato sciolto fino in fondo. In molte assemblee e documenti il movimento No Tav ha rivendicato la pluralità delle pratiche, evitando però una condanna netta delle azioni più dure e ribadendo al tempo stesso la centralità delle forme di opposizione popolare e legale. In questo spazio ambiguo hanno trovato maggiore agibilità i mondi antagonisti, a partire da Askatasuna e da altri collettivi che hanno portato in valle una grammatica del conflitto nata nelle città e non nelle comunità valsusine che per prime si opposero alla Torino-Lione.
È anche per questo che gli episodi più recenti hanno avuto un impatto così forte. Gli incendi a strutture e mezzi del cantiere di Chiomonte, così come gli scontri con decine di agenti feriti, non appaiono come episodi isolati, ma come l’esito di una radicalizzazione lunga e progressiva. In un contesto già carico di tensione politica e sociale. L’arrivo di gruppi antagonisti anche dall’estero ha contribuito ad alzare ulteriormente il livello dello scontro. La distanza tra le diverse anime del movimento è oggi evidente. Da una parte ci sono amministratori e cittadini che restano contrari all’opera ma rifiutano la logica della guerriglia, preoccupati soprattutto per compensazioni, cantieri e trasformazioni del territorio. Dall’altra c’è un pezzo di movimento che considera la Torino-Lione parte di un quadro più ampio, legato ai corridoi di mobilità militare e alle infrastrutture della guerra, e agisce di conseguenza. In mezzo resta la storia di una valle che, dal 2005 a oggi, ha visto cambiare profondamente il volto della propria protesta: da voce comunitaria capace di fermare un cantiere a terreno di conflitto in cui la violenza rischia di oscurare le ragioni originarie dell’opposizione.
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