«Così mio padre ha distrutto la famiglia»: i cittadini chiedono lo stop alle pubblicità dell'azzardo
«Lo Stato deve educare, non guadagnare», è uno dei messaggi arrivati nella puntata di “Tutta la città ne parla” dedicata all’azzardo e ispirata dall’articolo di Avvenire

Maria se la prende con «la pubblicità in tv “gioca responsabilmente”, una vera ipocrisia fatta anche da personaggi famosi». Maurizio fa nomi e cognomi degli spot televisivi pubblicitari «che fomentano la “azzardopatia”. Con l’aggravante di testimonial come i “comici” ( da Diego Abatantuomo a Teo Teocoli… )». Drastico Claudio. «La pubblicità! Non si dovrebbe mai pubblicizzare il gioco d’azzardo, né nel pubblico né nel privato. Così come non si dovrebbe dare notizia delle vincite. Divieto totale come per gli alcolici e le sigarette». Sono alcuni dei messaggi inviati in diretta alla trasmissione di Radio Rai3 “Tutta la città ne parla” che lo scorso sabato ha dedicato tutta una puntata all’azzardo, prendendo spunto dall’articolo di Avvenire sui nuovi dati record.
I radioascoltatori hanno letteralmente inondato la trasmissione con oltre cento messaggi, una quantità superiore alle altre puntate, stupendo il conduttore Pietro Del Soldà. Messaggi tutti negativi contro l’azzardo, contro il Governo che lo favorisce, contro i concessionari, contro gli sportivi e gli attori testimonial. Sono il racconto di un Paese preoccupato delle drammatiche conseguenze dell’azzardo, perché le ha toccate con mano.
Come Paola. «Mio padre ha distrutto la nostra famiglia e la sua vita, nessun perdono senza pentimento». Testimonianze dirette. «Nella mia esperienza trovo un’amica di cui ho scoperto incredulo la azzardopatia per gli esiti penali della sua ricerca di denaro per scommettere» (Loris). «Il gioco d’azzardo so cos’è ne soffre mio fratello ma fortunatamente si affida alla famiglia per la gestione economica (in un equilibrio molto precario purtroppo con pesanti ricadute e pentimenti)… 2.000 euro persi in due giorni», ha scritto Sara aggiungendo, «ma quello che mi indigna è il totale disinteresse dello stato che dovrebbe proteggere e tutelare queste persone affette da questa patologia».
Altri raccontano la diffusione dell’azzardo. Come Alberto. «Alle poste, ero andato per una raccomandata, lo sportellista mi ha proposto un gratta e vinci». Gino racconta di essere «andato dal tabacchino edicola per comprare Avvenire proprio per l’articolo sull’ azzardo e c’era la fila per i gratta e vinci». Giusi per sette anni ha lavorato per una multinazionale del tabacco. «La corresponsabilità (occulta) che non si vede mai è anche quella delle tabaccherie e dei tabaccai, che nel 90% dei casi, fanno credito ai giocatori che, al secondo giorno dallo stipendio o dalla pensione, hanno già impegnato quella successiva. Spesso non hanno neanche, a fine della giornata ludopatica, qualche monetina per un pezzo di pane». Milly aveva ereditato una tabaccheria. «Avevo solo il gratta e vinci e mi battevo per far capire ai nonni che facendo grattare i nipoti instillano loro senza pensarci questo vizio maledetto!!».
Laura apre il capitolo degli anziani vittime dell’azzardo. «Io rimango attonita a vedere donne di mezza età (come me!) e di ogni estrazione sociale avviluppate alle macchinette mangiasoldi nelle tabaccherie». Stessa osservazione di Patrizia. «Al mattino ci sono donne che nel negozio che ha giornali e tabacchi aspettano sotto un video che il loro numero esca. Lo Stato deve educare, non guadagnare sulle scommesse». Stesse osservazioni di Giovanni. «Vedo al bar qui a Roma in pieno centro persone normali che anziché prendere un caffè prendono un biglietto di una qualche lotteria». Con gravissimi danni, scrive Pietro. «Chiamiamola “azzardopatia” e non “ludopatia”: il gioco è qualcosa di bello, di sociale, formativo, educativo, emozionante, è il gioco d’azzardo che distrugge le vite».
Le accuse maggiori vanno alle decisioni dei Governi di ampliare le possibilità di azzardo. «Quanta responsabilità ha lo Stato in tutto questo, incentivando l’installazione delle macchinette o cose simili?» (Carmen). «Ai bambini la marmellata viene posta in posti per loro non raggiungibili, per i malati di ludopatia i mezzi per “giocare” sono posti pressoché ovunque» (Nino).
Amara la riflessione di Pieremilia. «Da anni parliamo di gioco non come tale, quindi di piacere, ma come gioco di distruzione di famiglie, di bambini che soffrono per mancanza del necessario a causa del gioco d’azzardo, delle scommesse del familiare che perde ogni bene». Non meno amaro il messaggio di Anita. «La ludopatia forse è anche una malattia della solitudine, mancanza di risorse soggettive, non solo di povertà».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





