La partita dell'autonomia entra nel vivo: cosa cambia dopo il sì del Parlamento (e perché il Sud teme la riforma)
di Giuseppe Muolo e Marco Iasevoli
Nei giorni scorsi le Camere hanno dato il via libera alle pre-intese tra lo Stato e quattro Regioni per concedere maggiori poteri su materie come protezione civile, tutela della salute e previdenza complementare. La nostra intervista al direttore generale dell'Associazione Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno

Il primo passo è stato fatto. Anche per avere una carta in più da giocarsi in campagna elettorale. Ma il percorso rimane ancora lungo e pieno di incognite. Soprattutto perché il tempo stringe. E infatti, dopo il Senato, anche la Camera nei giorni scorsi ha dato il via libera definitivo alle risoluzioni di maggioranza favorevoli agli schemi di intesa preliminare tra il Governo e le Regioni Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto per l’attribuzione di particolari forme e condizioni di autonomia in alcune materie specifiche. Una riforma che porta il nome di Roberto Calderoli, ministro leghista per gli Affari regionali e le Autonomie. Ma fortemente contestata dalle opposizioni, che l’hanno ribattezzata “SpaccaItalia”. Le intese riguardano settori considerati strategici per l’amministrazione dei territori, tra cui le professioni, la protezione civile, la tutela della salute e la previdenza complementare. Intese che, secondo la maggioranza, non impongono la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep), prima dell’avvio delle devoluzioni alle Regioni che ne fanno richiesta. Un aspetto, quello dei Lep, su cui era intervenuta la Consulta, che nel 2024 aveva bocciato parzialmente la riforma, ma con effetti profondi sull’intero impianto normativo, ravvisando l’incostituzionalità di sette aspetti. Tra questi, proprio la definizione dei Lep: secondo la Corte Costituzionale non possono essere determinati da un Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (come era previsto nella legge Calderoli), perché così si limiterebbe il ruolo costituzionale del Parlamento. Per questo motivo il Governo è stato costretto a intervenire con un disegno di legge delega, che è in esame al Senato dall’agosto scorso.
Ma il tema sta talmente a cuore alla Lega, che il centrodestra ha deciso di andare avanti comunque. L’approvazione delle risoluzioni rappresenta però soltanto una fase iniziale di un percorso istituzionale più ampio. Adesso infatti la palla passa al Consiglio dei ministri per un’intesa definitiva che deve essere approvata dalle singole regioni. Poi il Governo dovrà trasformare le pre-intese in specifici disegni di legge, uno per ciascuna regione interessata, che dovranno essere approvati da entrambi i rami del Parlamento con la maggioranza assoluta dei componenti. E se le Camere dovessero approvare emendamenti, occorrerà raggiungere una nuova intesa con le regione interessate. Un passaggio previsto dalla sentenza del 2024 della Consulta. Nel frattempo, le opposizioni continuano ad alzare le barricate. Il presidente dem della Regione Puglia, Antonio Decaro, ha annunciato che farà ricorso alla Corte Costituzionale contro le quattro pre-intese. E sulla sua scia, anche il governatore pentastellato della Campania, Roberto Fico, ha parlato di un «possibile ricorso alla Corte».
Luca Bianchi, economista e direttore generale di Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno: il via libera della Camera, dopo quello del Senato, alle cosiddette pre-intese sull’autonomia differenziata è un atto eminentemente politico o apre davvero la strada all’attuazione?
La valenza politica è evidente. Segna la ripartenza del progetto di autonomia differenziata dopo la sostanziale bocciatura della Corte Costituzionale. Il punto è che, nonostante i rilievi della Consulta, restano criticità rilevanti. La Lega ha bisogno di rivendicare un risultato da spendere in campagna elettorale. Come non pensare poi a un coordinamento politico in presenza di “testi fotocopia”? Non si può parlare di autonomia “differenziata” quando Regioni con caratteristiche economiche, demografiche e amministrative così diverse chiedono esattamente le stesse competenze con identiche argomentazioni. Una “differenziazione omogenea”, un ossimoro che nasconde l’obiettivo di un “sovraregionalismo” del Nord, nel quale i margini di autonomia vengono chiesti non per rispondere a peculiari esigenze territoriali, ma in ragione dell’appartenenza allo stesso blocco politico e geografico.
Le materie interessate, definite “non Lep” (livelli essenziali delle prestazioni), possono prestarsi a un esercizio “sano” dell’autonomia oppure aprono comunque la strada a nuove disuguaglianze?
Qui il riferimento non può che essere la sentenza della Corte Costituzionale. I vantaggi dell’autonomia per i cittadini devono essere dimostrati, non solo enunciati. Le maggiori criticità riguardano la sanità. La possibilità di applicare tariffe differenti da quelle nazionali o destinare maggiori risorse al personale sarebbe sfruttabile solo dalle Regioni dotate di maggiore capacità fiscale. Le stesse Regioni che già oggi presentano i sistemi sanitari più attrattivi e ricevono consistenti risorse attraverso la mobilità sanitaria attiva, cioè grazie ai pazienti provenienti da altri territori. Con le nuove competenze, queste Regioni puntano a diventare ancora più competitive nell’attrarre medici, strutture private e pazienti, aumentando ulteriormente i flussi finanziari legati alla mobilità con il rischio di congestionare quei sistemi a danno anche dei cittadini del Nord. Nei sistemi sanitari “di fuga” avverrebbe l’opposto: perdita di pazienti e finanziamenti, difficoltà crescenti nel trattenere i professionisti e ulteriore indebolimento dell’offerta. Il risultato è una sanità sempre meno universale, con diritti e qualità delle cure sempre più dipendenti dalla Regione di residenza.
Le Regioni e gli enti locali del Sud dovrebbero aumentare il livello di allarme?
Più che di allarme parlerei di maggiore iniziativa politica. Un sistema politico serio dovrebbe chiedere che il percorso dell’autonomia venga ricondotto dentro il federalismo previsto dalla Costituzione: prima la perequazione, prima la garanzia effettiva dei diritti e solo dopo ulteriori forme di autonomia. Non si tratta di opporsi per principio all’autonomia, ma di evitare un ulteriore incremento delle disuguaglianze. Ridurre il confronto a una contrapposizione tra Nord e Sud oscura la vera posta in gioco: l’indebolimento delle politiche pubbliche. L’autonomia differenziata deve diventare un tema centrale del confronto politico nazionale. I partiti devono assumersi la responsabilità di spiegare con chiarezza quale modello di regionalismo e quale idea di Repubblica intendano costruire.
La Corte Costituzionale sembrava aver fermato il progetto autonomista. Ciò che è sopravvissuto non rischia di essere persino “troppo poco” rispetto alle aspettative del Nord?
È chiaro che è troppo poco rispetto all’illusione dei referendum truffa del 2017 in Lombardia e Veneto in cui si proponeva di trattenere il 90% del gettito nella Regione, in aperto contrasto con i principi fiscali della Costituzione. Ma ciò che può apparire “troppo poco” rispetto alle aspettative dei sostenitori dell’autonomia è già “troppo” rispetto ai rischi di balcanizzazione del sistema istituzionale nazionale. Ed è difficile pensare che le Regioni richiedenti si fermeranno alle competenze oggi contenute nelle pre-intese. Questo passaggio crea un precedente politico e istituzionale: una volta riconosciuto un primo pacchetto di maggiore autonomia, sarà più semplice chiedere nuove funzioni, nuovi margini regolatori e, in prospettiva, maggiori risorse.
Sono stati celebrati di recente dati economici positivi per il Mezzogiorno. È tutto oro ciò che luccica? E l’autonomia può incidere negativamente sulla crescita del Sud?
Il Mezzogiorno cresce più del resto del Paese da quattro anni, grazie prima agli incentivi all’edilizia e poi soprattutto agli investimenti del Pnrr, cui si è aggiunto il contributo della Zes unica. È la conferma che, quando le politiche pubbliche sostengono il Sud, il territorio risponde e contribuisce alla crescita dell’intero Paese. Ma questa dinamica resta ancora legata a condizioni straordinarie e non ha risolto i problemi strutturali: salari reali in calo, diffusione del lavoro povero e migrazione giovanile. La vera sfida è trasformare questa fase in un processo duraturo. L’autonomia differenziata va nella direzione opposta: frammenta le politiche nazionali per la competitività e amplia i divari nell’offerta dei servizi, indebolendo proprio le condizioni necessarie per rendere strutturale la crescita del Mezzogiorno e il suo contributo alla crescita nazionale.
Rispetto all’incidenza sulla frammentazione burocratica, legislativa ed economica dei progetti di autonomia differenziata, ritiene che anche il comparto industriale e produttivo dovrebbe avere una voce più chiara?
Assolutamente sì. Le imprese hanno bisogno di regole semplici, certe e omogenee. Una crescente differenziazione normativa rischia di aumentare i costi amministrativi e di frammentare il mercato interno. Un’azienda con stabilimenti in territori diversi potrebbe trovarsi a gestire regole differenti per i propri dipendenti, con maggiore complessità organizzativa e minore attrattività anche per gli investitori esteri. Il mondo delle imprese dovrebbe chiedere, sfuggendo alla propaganda, che ogni trasferimento di competenze sia valutato attentamente rispetto ai suoi effetti sulla competitività del Paese.
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