Cottarelli: «Serve una legge contro le promesse irrealizzabili che vengono fatte in campagna elettorale»

di Gianluca Carini, Roma
L’economista rilancia la sua proposta per obbligare i partiti a spiegare come finanzieranno i provvedimenti. Raccolte 31mila firme con una petizione
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July 24, 2026
Cottarelli: «Serve una legge contro le promesse irrealizzabili che vengono fatte in campagna elettorale»
Carlo Cottarelli
Obbligare i partiti a indicare il costo delle promesse elettorali, affidando a un ente indipendente il controllo sulla veridicità (e l’applicabilità) delle proposte. Lo prevede un disegno di legge presentato nel 2023 in Senato da Carlo Cottarelli (che pochi mesi dopo si dimise da parlamentare), intitolato “Misure per la trasparenza dei programmi elettorali dei partiti”, il cui esame è ripreso l’altroieri in commissione Affari costituzionali a palazzo Madama. Insieme alla fondazione Luigi Einaudi, l’economista ha rilanciato in questi giorni il testo con la campagna “Quanto mi costa?” che ha raggiunto 31mila sottoscrizioni e spera che il ddl possa andare in porto entro la fine di questa legislatura. Intanto, Cottarelli si è chiamato fuori dalla corsa come candidato sindaco per Milano: «Per una serie di ragioni prevalentemente personali, non è mia intenzione candidarmi», ha annunciato, ringraziando quanti avevano fatto il suo nome perché «è sempre gratificante sapere di essere considerati all'altezza di un incarico di grande responsabilità».
Professor Cottarelli, cosa prevede la sua proposta?
Una cosa semplicissima, che i partiti indichino nei loro programmi per le elezioni politiche non solo ciò che vogliono offrire agli elettori, ma anche da dove prendere i soldi. Va benissimo anche dire che si vuole fare qualcosa a debito, perché in certi momenti è necessario, però bisogna affermarlo esplicitamente.
Superbonus 110% a parte, c’era davvero bisogno di una legge che sancisse un principio di buon senso?
Penso alle ultime due tornate elettorali, quelle del 2018 e del 2022, dove le promesse elettorali di vari partiti, sommate tra loro, arrivavano a 140-150 miliardi di euro l’anno. Moltiplicando per i cinque anni di una legislatura, viene fuori una cifra grande quasi un quarto del debito pubblico italiano. Numeri ovviamente non sostenibili. Così chi va al Governo finisce per dire che non ci sono soldi, generando insoddisfazione e forse contribuendo all’allontanamento degli elettori dalle urne, perché la gente si sente un po’ presa in giro.
Il compito di controllare le stime viene affidato all’Ufficio parlamentare di bilancio?
Sì, l’Upb esiste già (è stato creato nel 2014, ndr) e ha uffici equivalenti in altri Paesi dell’Unione Europea. Sono strutture indipendenti dalla politica che hanno il compito di monitorare l’andamento dei conti pubblici. In Italia ha anche un altro ruolo molto delicato: validare il quadro macro-economico, essenzialmente la crescita del Pil. In alcune occasioni, ad esempio con il Governo Renzi, ha rigettato quello proposto dall’esecutivo che ha dovuto così rivederlo. Già in altri Paesi, però, controlla anche le promesse fatte in campagna elettorale. In Olanda, Svezia e Belgio i partiti presentano nei programmi anche le fonti di finanziamento.
Non c’è il rischio che un’eventuale bocciatura venga vista dalla politica come un’ingerenza dei tecnici? Un po’ quello che è accaduto con la Corte dei Conti e il ponte sullo Stretto.
Questo non impedisce alla Corte dei Conti di fare il proprio lavoro. È chiaro che se un partito si vede commentare in maniera negativa i piani elettorali dirà che l’Ufficio parlamentare di bilancio è composto da incapaci. Ma l’opinione pubblica sarà in grado di valutare le varie posizioni. Naturalmente tutto questo assume che l’opinione pubblica abbia un interesse in queste cose. Io ho ancora la speranza che sia così e il fatto che nel giro di due settimane abbiamo raggiunto 31mila firme senza spendere nulla per pubblicizzare la campagna mi sembra un ottimo risultato.
Qualche settimana fa Roberto Vannacci, il leader di Futuro nazionale, ha risposto a una domanda sui costi della remigrazione dicendo di «non essere un ragioniere».
L’impressione che ho avuto sentendo quella risposta è che Vannacci non avesse idea di quanto costasse la sua proposta. È proprio questo che si deve evitare e un leader politico deve avere il coraggio di dire la verità. E io credo che anche Vannacci apprezzi, come valore, il coraggio di dire la verità.

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