L'ex-Ilva e Taranto: «Per l'amianto qui conteremo morti per i prossimi cinquant'anni»

L'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio nazionale amianto, contesta l'immobilismo della politica che ha fatto centinaia di vittime. «A Taranto i "tumori da amianto" crescono del 400%»
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July 28, 2026
L'ex-Ilva e Taranto: «Per l'amianto qui conteremo morti per i prossimi cinquant'anni»
L'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio nazionale amianto / ONA
Duemila chilogrammi di amianto avvelenano tutta la “area a caldo” dell’ex-Ilva di Taranto: fibre killer si trovano nelle tubazioni, nelle pareti interne degli altiforni e in decine di guarnizioni. «Per gli operai è impossibile azzerare il rischio di intossicazione, anche se indossano la maschera» spiega ad Avvenire l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto (Ona), mentre prepara la difesa di un ex dipendente Ilva morto per cancro ai polmoni. Per tutelare operai e cittadini di Taranto, i giudici milanesi ieri hanno imposto la chiusura delle attività siderurgiche entro 90 giorni.
Avvocato, è possibile una bonifica in extremis nei prossimi tre mesi?
Servirebbe un miracolo. O, meglio, una improvvisa assunzione di responsabilità che manca da decenni da parte di Governi di ogni colore. L’amianto è stato messo al bando nel 1992: significa che in 34 anni nessun esecutivo ha impedito che le fibre continuassero a uccidere. Non riesco a pensare che gli altoforni saranno sostituiti in così poco tempo.

Cosa prevede esattamente il lavoro di bonifica dell’ex-Ilva?

Nell’acciaieria si trovano altoforni realizzati negli anni Sessanta, colmi di amianto. All’epoca il minerale era stato impiegato in quasi tutti i macchinari e nelle tubature perché è isolante, quindi permette di sostenere temperature che sfiorano anche i duemila gradi. Ora servirebbe sostituire ogni parte in amianto con un materiale ignifugo privo di “fibre killer”. In sostanza, si tratta di sostituire quasi del tutto gli altiforni. Se non succede, vuol dire che per i prossimi cinquant’anni - il tempo di latenza del mesotelioma (il tumore “sentinella” dell’intossicazione da amianto, ndr) - conteremo malati e morti.

Il vostro osservatorio ha misurato i danni dell’amianto a Taranto?

Certo. E le vittime non sono solo operai: inalano fibre anche i familiari e chiunque entri a contatto con i vestiti dei dipendenti dell’acciaieria. Basta un grammo di amianto per inquinare un intero campo da calcio: due tonnellate possono avvelenare una città intera. Negli ultimi anni, sono morti anche molti cittadini di Taranto che non lavoravano nell’ex-Ilva, perché sono entrati in contatto con la “fibra killer” o con altri veleni. Hanno perso la vita anche molti bambini. A noi risulta un incremento del 400% dei mesoteliomi in tutta la città. Il quartiere più esposto è quello di Tamburi.

Se la presenza di amianto è nota da almeno trent’anni, perché siamo arrivati solo oggi a questa sentenza?

Non è un problema che avrebbe dovuto risolvere la magistratura, perché i tribunali non hanno il potere di bonificare. Quella della bonifica è una responsabilità che i Governi non si sono mai presi negli ultimi trent’anni. La presenza dell’amianto è stata sempre nascosta e negata. Sono stati presentati dei piani di lavoro, ma le fibre sono rimaste in acciaieria. Ora mi auguro che eseguano una volta per tutte il provvedimento della magistratura milanese.

L’obbligo di bonifica potrebbe avere un impatto anche nella trattativa per la cessione con il fondo statunitense Flacks Group o con il gruppo indiano Jindal Steel?

La bonifica deve essere una priorità anche per chi subentra. Nella trattativa, lo Stato italiano potrebbe abbassare il prezzo di acquisto per chiedere un investimento nella bonifica all’acquirente. Il nostro osservatorio ha calcolato che converrebbe anche ai conti pubblici: le spese sanitarie per la cura delle patologie tumorali sono molto più elevate dei costi di bonifica. Senza contare le vittime.

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