Problemi complessi e scelte semplici. Cosa ci insegna Socrate sul voto?
Una vicenda di ventiquattro secoli fa illumina ancora i paradossi della rappresentanza
Nel 399 a. C. Socrate fu processato ad Atene, con la duplice accusa d’aver introdotto nuovi dèi e di corrompere i giovani. La prima era insensata, perché non si era mai occupato di religione; la seconda poteva avere senso solo per uomini di potere, per i quali educare i giovani alla consapevolezza critica verso ogni forma di autorità equivalesse a corromperli. Trattandosi di Socrate, il processo fu prevedibilmente atipico: l’imputato si difese da solo, evitò ogni appello alla pietà della giuria e contestò la natura stessa dell’evento. Ma non è su queste note vicende che intendo soffermarmi qui; è, invece, su un delicato e significativo loro aspetto formale.
Il processo si svolse mentre Atene, uscita da poco dall’esperienza dei Trenta Tiranni, era tornata a un governo democratico. Ed era una democrazia diretta, in cui i cittadini (una minoranza degli abitanti – gli altri erano residenti stranieri o schiavi) legiferavano insieme nell’ ecclesia : l’assemblea alla quale tutti non solo potevano ma dovevano partecipare. Anche quella che qui sopra ho chiamato «giuria» era un ampio consesso: nel caso di Socrate, comprendeva 501 membri. E il dibattimento doveva concludersi in un giorno, perché era difficile mantenere tanta gente più a lungo lontana dai suoi quotidiani interessi.
Per poter ottenere un simile risultato, la struttura doveva essere semplificata al massimo. In una prima fase, l’accusa e la difesa argomentavano le loro tesi; quelle di Socrate sono mirabilmente esposte da Platone nell’Apologia. C’era poi un primo voto, che qui risultò, con leggera maggioranza (circa 280 contro circa 220), in favore della colpevolezza. Si passava allora a decidere la pena, e anche qui il metodo era (e doveva essere) molto semplice: accusa e difesa ne proponevano una e la giuria sceglieva. Per Socrate l’accusa propose la morte e Socrate fece imbestialire i giurati proponendo prima di essere nutrito a spese pubbliche nel Pritaneo per premiarlo del bene che aveva fatto e poi, alle proteste vibranti dei suoi amici, di pagare una multa di entità ridicola. Nuovo voto e condanna a morte.
Molto si è scritto su questi fatti; a me qui preme sottolineare l’assoluta impossibilità di mediazione che impose un esito così assurdo. Bisognava decidere fra A e B, senza un’approfondita analisi della situazione, senza la considerazione di possibili alternative. E bisognava comportarsi in tal modo perché una discussione articolata fra cinquecento persone sarebbe sfociata in un diverbio infinito e delirante. In una democrazia diretta si possono formulare solo domande dirette, senza sfumature, senza complicazioni.
In un articolo dello scorso novembre ho spiegato che le «democrazie» contemporanee, a differenza di quella ateniese, sono equilibri fra sistemi democratico, aristocratico e monarchico, nell’ottica di una visione della stabilità di un Paese che ha circolato da Polibio a Montesquieu. Tanto basta per squalificare i tentativi che di tanto in tanto si fanno di riesumare organismi assembleari, sostituendo alla presenza nell’ ecclesia la facoltà di premere un tasto sul portatile. Rimane il fatto che, in sistemi misti come quelli in cui viviamo, una componente di democrazia diretta è pur presente, nell’occasione del voto popolare. Dove l’elettore si trova di fronte a semplici scelte fra X e Y, senza aver avuto voce in capitolo nel determinare chi siano questi X e Y. E dove non potrebbe andare altrimenti, poiché i numeri sono ben maggiori di quelli dell’antica Grecia: sono milioni, non centinaia o migliaia. Fra i quali il diverbio sarebbe ancora più infinito e delirante. L’esito di questa costrizione formale è inevitabilmente penoso.
In Italia le opzioni in campo sono un po’ di più (non che faccia differenza), ma prendiamo a titolo esemplificativo gli Stati Uniti, dove sono spesso due. Che può fare un elettore quando un meccanismo che agisce sopra la sua testa gli consegna la scelta fra Donald Trump e Kamala Harris? Che concluderà se non si sente minimamente rappresentato da nessuno dei due? Si turerà il naso, come consigliava Indro Montanelli? Selezionerà quello che giudica il male minore? Starà a casa, contribuendo suo malgrado alla vittoria di uno dei due?
In un discorso del 1947, Winston Churchill affermò: «La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora». Aristotele avrebbe potuto essere d’accordo: per lui la democrazia era, fra i sistemi degeneri, il meno peggio, e i sistemi non degeneri si fondavano su una benevolenza improbabile a riscontrarsi fra gli umani. Io non ho soluzioni da offrire, come non ne aveva Socrate per i problemi che sollevava; ma ritengo importante segnalare che il motivo per cui Churchill era così pessimista è di natura logica, non politica. In democrazia, alla fin fine, bisogna arrivare a porre domande dirette, semplici scelte. E il mondo non è semplice.
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