Chernobyl 40 anni dopo: «Quell'incubo in Italia e nel mondo non sarebbe potuto accadere»

Nell'anniversario della tragedia abbiamo fatto il punto con l'esperto di energia nucleare Ricotti: «L’incidente mise a nudo i limiti del sistema sovietico». Tutte le risposte sui fatti di quel 26 aprile
April 26, 2026
Chernobyl 40 anni dopo: «Quell'incubo in Italia e nel mondo non sarebbe potuto accadere»
La centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina, dopo il 26 aprile 1986 esplosione / Upi / Ins
Il 26 aprile 1986 il mondo scoprì che l’apocalisse poteva manifestarsi anche senza il volto di un fungo atomico nato da un conflitto mondiale. Fino a quel momento, l’incubo collettivo era la guerra: Chernobyl ribaltò il paradigma, dimostrando che l’atomo civile, promessa di progresso e benessere infinito, poteva generare lo stesso orrore. Tutto iniziò con un paradosso: un test di sicurezza. Si voleva verificare se, in caso di blackout, l’inerzia delle turbine potesse alimentare le pompe di raffreddamento fino all’avvio dei generatori diesel. Il 25 aprile inizia la riduzione della potenza per il test. Alle 14 il primo tragico errore: il sistema di raffreddamento di emergenza (ECCS) viene disattivato per non interferire con la prova. Poi la catena di leggerezze fino all'incubo biologico del giorno dopo: i primi vigili del fuoco giunsero sul posto senza protezione, convinti di domare un normale incendio. Molti morirono entro poche settimane di “Sindrome acuta da radiazioni”. L’evacuazione fu un dramma nel dramma. Pripyat fu evacuata solo 36 ore dopo. Seguì l’epopea dei “Liquidatori”: 600.000 uomini inviati a “pulire” l’inferno: furono loro i bio-robot che sacrificarono la salute per costruire il primo “sarcofago” in cemento, completato nel novembre 1986. Oggi l’area è protetta da una gigantesca cupola d’acciaio (New Safe Confinement) progettata per durare 100 anni. Eppure, il nocciolo fuso rimane lì sotto, un cuore nero di corio (il cosiddetto “Piede d’Elefante”) che ci ricorda quando il mondo fu vicino al baratro.
Cos’è successo 40 anni fa a Chernobyl? «Un disastro. Dieci volte peggio di Fukushima in termini di quantità di radioattività dispersa in atmosfera, considerando che in Giappone nel 2011 sono fusi tre reattori, non uno solo. Ma molto peggio in termini di area interessata dalla nube radioattiva, soprattutto per la notizia tenuta nascosta e la mancata gestione dell’emergenza verso la popolazione», dice Marco Ricotti, ingegnere, esperto di energia e professore ordinario di impianti nucleari al Politecnico di Milano, oltre che presidente del Consorzio Cirten (Consorzio Inter-universitario per la Ricerca Tecnologica Nucleare) ed ex responsabile del “Working Party on Atomic Questions” del Consiglio Europeo e Membro designato dell’Agenzia per la Sicurezza Nucleare. «A Fukushima poi forse si è addirittura esagerato, evacuando rapidamente circa centomila persone, ma certamente in quel caso la dose di radiazione assorbita dagli abitanti è stata pressoché nulla». Spiega ancora Ricotti: «In un reattore di concezione sovietica, moderato a grafite e raffreddato ad acqua in tubi a pressione, avvenne una escursione di potenza del reattore, una mancanza di capacità di raffreddamento, il surriscaldamento delle barre di combustibile, l’aumento di pressione con la rottura dei tubi e la fuoriuscita dell’acqua, che a contatto con la grafite surriscaldata, innesco una reazione chimica sempre con l’acqua e la creazione di idrogeno. Poi l’esplosione dell’idrogeno con lo scoperchiamento del reattore, l’ingresso di aria, l’incendio della grafite e il rilascio di grandi quantità di radioattività nell’ambiente».
Si sente parlare di un sarcofago ormai problematico: è davvero un pericolo?
Non mi pare: il nuovo sarcofago è stato realizzato nel 2016, è una grande copertura ad arco in acciaio alta 110 metri, larga 260 e lunga 160, per proteggere il vecchio sarcofago in cemento costruito addosso al reattore e ora in smantellamento perché precario, soprattutto dagli agenti atmosferici, onde prevenire il possibile rilascio nell’ambiente di polvere radioattiva. Il drone caduto poco più di un anno fa ha creato un foro di 15 metri quadri danneggiando anche altri pannelli di acciaio, che saranno ripristinati.
La centrale di Zaporizhzhia in Ucraina è oggetto di contesa nel conflitto con la Russia: quali sono i rischi reali?
I rischi teorici sono quelli di danneggiamento dell’edificio reattore, delle linee di alimentazione elettrica esterna e dei diesel di emergenza che devono sostituire la rete nella fornitura dell’elettricità in caso di emergenza. Per danneggiare seriamente il reattore servirebbe agire contemporaneamente su queste tre funzioni. Ma l’edificio di sicurezza di ciascuno dei sei reattori è in cemento armato rinforzato e precompresso con oltre un metro e mezzo di spessore, le linee esterne sono più di una e nel sito sono installati venti diesel di emergenza, ciascuno dei quali è sufficiente ad alimentare in sicurezza i sistemi di emergenza del reattore. Tutto è possibile, ma non è molto probabile. I rischi reali mi sembrano inferiori, perché nessuno dei due belligeranti pare avere intenzione di danneggiare volutamente e seriamente l’impianto, per due motivi: l’eventuale nube radioattiva che dovesse emergere potrebbe essere spinta in Ucraina come in Russia, ma soprattutto Zaporizhzhia è un asset strategico, stiamo parlando della più grande centrale nucleare europea. E specie di questi tempi, poter usufruire di quella potenza elettrica sarebbe preziosissimo.
Chernobyl è spesso citato come simbolo del fallimento del nucleare: quanto di quell’incidente è legato alla tecnologia e quanto invece a errori umani e di gestione?
Mi verrebbe da dire: un momento di pazzia in una nazione in disfacimento. Un reattore che nel resto del mondo non si sarebbe potuto costruire. Perché in alcune condizioni specifiche di funzionamento aveva comportamenti instabili, e perché non aveva l’edificio di sicurezza, ossia il contenitore esterno in cemento armato rinforzato di cui abbiamo parlato prima, che funge da barriera contro il rilascio di elementi radioattivi. Per questi motivi la normativa di sicurezza vietava, e vieta, la costruzione di simili reattori. Ma soprattutto, un dirigente senza competenze nucleari che ha voluto fare un “esperimento” sul reattore, per realizzare il quale ha dolosamente eliminato alcuni sistemi di sicurezza. Insomma, qualcosa di inconcepibile oggi, ma praticamente impossibile da realizzare già allora, fuori dalla Russia. In quel periodo l’Unione Sovietica era in crisi profonda.
Dopo Chernobyl e Fukushima, cosa è cambiato concretamente nella sicurezza delle centrali nucleari di nuova generazione?
Dopo Chernobyl, ma già dopo l’incidente di Three Mile Island negli Stati Uniti del 1979, si è posta maggiore attenzione agli incidenti cosiddetti “severi”, che possono portare al danneggiamento del combustibile sino alla sua fusione. Alcuni li hanno risolti, nei reattori di ultima generazione, attraverso l’utilizzo di sistemi di sicurezza passivi, basati su leggi fisiche come la circolazione naturale (ossia, il vapore più leggero sale verso l’alto, viene condensato in uno scambiatore di calore e l’acqua liquida così generata, più pesante, cade per gravità verso il basso, senza necessità di una pompa che la spinga) evitando quindi sia l’intervento umano sia l’alimentazione elettrica. Altri, inserendo nell’edificio un sistema di raccolta e raffreddamento del combustibile fuso che dovesse fuoriuscire dal reattore. Dopo Fukushima, invece, si è data maggiore attenzione alla resilienza dell’impianto, per poter essere pronti a gestire scenari non previsti. Nel caso specifico, invece di aggiungere nuovi strati e sistemi di sicurezza al reattore, si è pensato di predisporre una sorta di “forza di intervento rapido” esterna, condivisa tra più reattori, che possa trasportare rapidamente, in elicottero, mezzo stradale o anfibio, generatori di elettricità e batterie, per potersi connettere facilmente al reattore attraverso delle “prese” elettriche e idrauliche poste all’esterno dell’edificio, per raffreddare il nocciolo in caso di emergenza estrema.
Oggi si parla molto di piccoli reattori modulari (SMR): sono davvero più sicuri o è soprattutto una narrazione industriale?
Devo dire che sono già molto sicuri anche i grandi reattori di ultima generazione, che riuscirebbero a resistere anche a eventi tipo Fukushima. Li avessimo avuti in Giappone, non si sarebbe verificato quell’incidente. Gli SMR possono offrire un livello di sicurezza pari o in alcuni casi superiore. Molti di essi utilizzano una strategia di sicurezza passiva, anche loro possono gestire incidenti severi, diversi progettisti stanno discutendo con le rispettive autorità di sicurezza nucleari per ottenere il riconoscimento di aree di emergenza di dimensioni ridotte rispetto a quelle per i grandi reattori, nel raggio di uno o due chilometri dall’edificio reattore invece dei classici cinque o dieci, proprio per il livello di rischio inferiore.
L’energia nucleare viene spesso proposta come soluzione alla crisi climatica: è realistico pensare a un suo ritorno su larga scala in Europa?
Beh, c’è già più di un pensiero, in ben più di una nazione. E soprattutto, non più solo o principalmente quale contributo alla soluzione della crisi climatica, ma per aiutare la soluzione di due altre crisi oggi forse più importanti: quella della dipendenza geopolitica e quella della competitività. Perché il nucleare è tecnologia al 90% di proprietà europea: dall’arricchimento alla fabbricazione del combustibile, dalla progettazione alla costruzione-gestione-smantellamento dei reattori. Solo il materiale grezzo, l’uranio naturale, proviene da fuori Europa, ma lo possiamo importare da paesi non critici quali l’Australia e il Canada, che sono la prima e la terza riserva mondiale di questo materiale. L’energia nucleare, poi, rappresenta non solo una fonte energetica decarbonizzata tanto quanto le rinnovabili, ma a differenza di sole e vento è programmabile e non richiede costi di investimento enormi sulla rete elettrica e sulle batterie, garantendo una produzione stabile, continua e a prezzi prevedibili. Chi ha già programmato o sta pianificando nuove centrali in Europa, grandi o piccole che siano? La Francia in primis, la Repubblica Ceca, la Romania, la Slovacchia, la Finlandia, l’Ungheria, la Bulgheria, l’Olanda, seguite da Svezia e Belgio che hanno cambiato idea (dall’abbandono del nucleare a nuovi impianti), infine una nazione mai stata atomica come la Polonia. Se l’Italia dovesse decidere in tal senso, non sarebbe certo una mosca bianca.
Uno dei nodi più critici resta quello delle scorie: a che punto siamo davvero nella gestione e nello smaltimento dei rifiuti nucleari?
Purtroppo, siamo uno dei pochissimi paesi rimasti in Europa a non avere ancora il deposito per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività che, ricordo, in parte significativa provengono dagli usi quotidiani delle sorgenti radioattive in campo medico, scientifico e industriale. A livello politico così come a livello culturale più diffuso ci stiamo comportando come gli struzzi, non come persone responsabili. Perché non ci sono rischi effettivi ad ospitare un deposito di questo tipo, che rappresenta una struttura ingegneristica semplice e di qualità. I francesi addirittura hanno il loro deposito più grande, dieci volte quello che servirebbe all’Italia, in una delle zone dello champagne. Lascio a voi fare le considerazioni del caso. Sul versante dei rifiuti ad alta radiotossicità, invece, quelli veramente pericolosi, pur se presenti in quantità risibili rispetto ai rifiuti tossico-nocivi e cancerogeni industriali che ogni giorno produciamo e che ci terremo per l’eternità, la prima nazione al mondo a mostrare la percorribilità di una soluzione sarà europea: la Finlandia tra il 2026 e il 2028 avvierà l’attività di stoccaggio di questi rifiuti ad Onkalo, in una struttura a 500 metri sotto terra all’interno di uno strato geologicamente stabile da oltre dieci milioni di anni. Questa soluzione sarà replicata in Francia, Svezia e Canada. Nell’attesa dei reattori veloci di IV generazione che offriranno anche l’opzione del bruciamento di tali rifiuti.
Dal punto di vista tecnico, è possibile immaginare in futuro reattori intrinsecamente “sicuri”, cioè incapaci di generare incidenti come Chernobyl?
Detto che i reattori tipo Chernobyl non esistono più, e quindi per definizione incidenti come quelli non possono più avvenire, direi che anche eventi tipo Fukushima sono ormai evitabili anche per reattori di vecchia generazione, per quanto anticipato prima. A maggior ragione con le tecnologie attuali e con quelle dei reattori piccoli e modulari e con quelli avanzati. L’importante è garantire, in qualsiasi condizione, il raffreddamento del combustibile, in ogni modo e con ogni mezzo. La sicurezza passiva può aiutare molto in questa direzione. E se proprio non è eliminabile la pur remota possibilità di un simile scenario, si lavora per ridurre l’area di impatto di un minimo rilascio radioattivo, limitandolo alla zona adiacente il reattore, in modo tale da evitare l’evacuazione della popolazione. È ciò che sta già accadendo con alcuni SMR.

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