Il figlio di Liliana Segre, Luciano Belli Paci: «Questo 25 aprile una sconfitta per la democrazia»

Il racconto in prima persona degli insulti al corteo di Milano. «Qualcuno pensa di essere padrone della Liberazione e di poter decidere chi possa partecipare». «Il Pd? Non ha responsabilità dirette, ma non ha capito che a forza di demonizzare Israele si arriva a questo punto»
April 25, 2026
Il figlio di Liliana Segre, Luciano Belli Paci: «Questo 25 aprile una sconfitta per la democrazia»
Luciano Belli Paci (a destra) al corteo di Milano per il 25 aprile con Alberto Mattioli
«Una brutta pagina. Sono stati violati i nostri diritti democratici di partecipare al corteo. Ma è stata soprattutto una sconfitta per il 25 Aprile: evidentemente c’è qualcuno che pensa di essere proprietario di questa ricorrenza, e che chi non è d’accordo resta fuori». Così Luciano Belli Paci, figlio della senatrice Liliana Segre.
Cos’è successo?
Ero presente con la mia associazione, “Sinistra per Israele, due popoli due Stati”. E noi di “Sinistra per Israele” non avevamo bandiere israeliane, avevamo quelle della Brigata ebraica, che hanno pieno diritto di cittadinanza il 25 aprile visto che ha partecipato alla Campagna d’Italia. Davanti c’erano la Brigata ebraica, la Hashomer Hatzair (il gruppo scoutistico) e, dietro di noi, in fondo, per la prima volta, i giovani di Forza Italia. La Digos ci aveva chiesto di stare compatti, per facilitare il lavoro degli agenti. Abbiamo seguito alla lettera le indicazioni. C’era un grosso schieramento di polizia, c’erano i carabinieri. Lo stesso, sono riusciti a bloccarci all’incrocio tra corso di Porta Venezia e via Senato, e hanno impedito che il corteo procedesse.
Chi ha impedito?
Tutto era stato anticipato da un comunicato dei Carc (Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo): chiedevano venisse impedita la presenza della Brigata ebraica. A fermarci sono stati i pro-Pal. E i gruppi dei centri sociali. C’erano bandiere palestinesi. E c’erano bandiere della Repubblica islamica dell’Iran, cosa davvero incresciosa. Dopo una lunghissima paralisi, su consiglio della polizia, siamo usciti dal corteo, passando in mezzo a due ali di persone esagitate, tra urla, insulti, minacce.
Il corteo è stato preceduto, nei giorni scorsi, dalle polemiche sul gemellaggio tra Milano e Tel Aviv.
La polemica ha sicuramente contribuito a creare un clima avvelenato. È stata una campagna completamente sbagliata, e mi spiace che siano state incoraggiate certe idee di demonizzazione che vanno in direzione esattamente opposta a ciò che servirebbe. Abbiamo bisogno di creare ponti e alimentare il dialogo. E di smentire questa psicologia dello Stato assediato che favorisce il governo Netanyahu. Dobbiamo far sentire ai tanti israeliani che sono all’opposizione che una città come Milano è vicina a una città progressista come Tel Aviv. Non trasmettere il contrario.
Non era mai successo. Perché è successo oggi?
L’anno scorso, con la guerra in corso, eravamo riusciti a partecipare al corteo, sia pure con grande tensione. Invece adesso, con una tregua, per quanto fragile, in vigore, la situazione è peggiorata. Penso che ci sia la necessità di una riflessione. È chiaro che il Pd non ha una responsabilità diretta, ma credo non abbiano capito che, spingendo oltre un certo limite sull’acceleratore della demonizzazione di Israele, della diffusione di uno odio che si è propagato da Netanyahu a tutti gli israeliani, e da tutti gli israeliani a tutti gli ebrei, si arriva a quello che si è visto oggi. È da più di un anno che evidenziamo questo rischio, ma non veniamo ascoltati. Si sarebbe dovuto fin da subito, sia pure dentro le critiche al governo israeliano, mettere dei paletti ben precisi rispetto al sionismo, che non è il nazismo: è il movimento di autodeterminazione di un popolo. Il tema, ancora una volta, è quello della colpa collettiva: se non si rifiuta in radice questo principio, con gesti forti e chiari, si arriva dove siamo arrivati.
Lei è il figlio della senatrice Liliana Segre. Come vive personalmente quello che è successo oggi, quello che sta succedendo?
Mi sono formato politicamente negli anni Settanta e ricordo la dose di fanatismo e di violenza: ho visto di peggio, sono abbastanza “attrezzato”. Però il pensiero va a mia mamma, alla persona che ha conosciuto l’odio da bambina, e che lo reincontra adesso. E questo è motivo di grande amarezza.

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