A 11 anni i ragazzi già abbandonano lo sport. C'entra anche il titolo di studio dei genitori
In Italia il 37% dei bambini tra i 6 e i 9 anni è in sovrappeso o obeso, il secondo dato peggiore dell’Unione Europea

Negli ultimi quattro anni il governo ha stanziato oltre 500 milioni per promuovere l’attività sportiva e più di un 1,3 miliardi per impiantistica. I risultati, però, faticano a vedersi. Se da un lato la quota di popolazione che non pratica alcuna attività fisica è scesa dal 40% del 2015 al 32,8% del 2024 – quasi 4,7 milioni di sedentari in meno – dall’altra l’Italia continua a occupare le ultime posizioni in Europa per diffusione della pratica sportiva.
A preoccupare maggiormente sono i giovani. Il problema non è soltanto quanti ragazzi facciano sport ma per quanto tempo riescano a portalo avanti negli anni. Secondo una ricerca dell’Osservatorio Valore Sport, l’abbandono dell’attività sportiva avviene sempre più precocemente. Se fino a pochi anni fa il cosiddetto drop-out sportivo si registrava mediamente intorno ai 16 anni, oggi il fenomeno si concentra già nella fascia compresa tra gli 11 e i 14 anni. Un dato che dovrebbe far riflettere. Proprio nell’età in cui il movimento dovrebbe consolidarsi come abitudine stabile, strumento educativo e presidio di salute, molti ragazzi smettono di praticare sport. E il fenomeno tende ad accentuarsi con il passare degli anni: nella fascia tra gli 11 e i 14 anni non pratica attività sportiva un giovane su quattro; tra i 15 e i 17 anni la quota sale al 34%, mentre tra i 18 e i 19 anni arriva al 45%. Le ragioni sono molteplici. Pesano gli impegni scolastici, le difficoltà economiche delle famiglie, la carenza di opportunità facilmente accessibili. Ma emerge anche una richiesta sempre più forte di attività sportive sostenibili e compatibili con la vita quotidiana. Per questo, sostengono molti osservatori, sarebbe necessario recuperare la dimensione del gioco e della partecipazione, lasciando in secondo piano una cultura dell’agonismo precoce che talvolta rischia di trasformare lo sport in una fonte di pressione anziché di crescita. Per comprendere meglio le cause di questo abbandono, l’Osservatorio Valore Sport ha avviato un percorso di ascolto che coinvolge studenti di licei e istituti tecnici in diverse città italiane. L’obiettivo è individuare i motivi reali che allontanano i giovani dall’attività sportiva e condividere i risultati con istituzioni, amministrazioni locali e operatori del settore per individuare strategie efficaci di intervento.
L’urgenza del problema emerge chiaramente dai numeri. In Italia il 37% dei bambini tra i 6 e i 9 anni è in sovrappeso o obeso, il secondo dato peggiore dell’Unione Europea. A questo si aggiunge il crescente tempo trascorso davanti agli schermi: il 45,1% dei bambini passa più di due ore al giorno tra smartphone, tablet, computer e televisione. La promozione dell’attività fisica non rappresenta soltanto una questione educativa o sanitaria. È anche una scelta economicamente conveniente. Secondo le stime elaborate da The European House-Ambrosetti, il raggiungimento degli obiettivi di riduzione della sedentarietà consentirebbe di evitare costi sanitari per 46,4 miliardi di euro entro il 2050. Allo stesso tempo, la filiera sportiva genera già oggi un valore aggiunto pari a 32,8 miliardi di euro, che potrebbe salire a 62,8 miliardi nei prossimi venticinque anni, con oltre 660 mila nuovi posti di lavoro. Per raggiungere questi obiettivi, tuttavia, occorre affrontare le profonde disuguaglianze che caratterizzano l’accesso allo sport. Il titolo di studio dei genitori continua a rappresentare uno dei principali fattori discriminanti. Più del 75% dei figli di laureati pratica regolarmente attività sportiva, mentre la percentuale diminuisce sensibilmente nelle famiglie con livelli di istruzione più bassi. Il divario si accentua ulteriormente quando si considera il genere. Tra le ragazze con genitori laureati sette su dieci praticano sport nel tempo libero; tra le figlie di persone prive di diploma superiore la quota scende a tre su dieci. A restare ai margini sono spesso anche i giovani di cittadinanza straniera. Meno della metà dei ragazzi stranieri svolge attività sportiva extrascolastica e, nel caso delle ragazze, la partecipazione si riduce a circa un terzo. Per alcune comunità, come quelle di origine cinese o marocchina, la quota scende addirittura a una ragazza su quattro. In questo scenario la scuola rappresenta un presidio fondamentale per il diritto al movimento e alla salute. Quando le famiglie non riescono a garantire ai figli l’accesso ad attività sportive nel tempo libero, è infatti l’istituzione scolastica a poter offrire opportunità di inclusione e benessere. Da questo punto di vista arrivano segnali incoraggianti. Negli ultimi cinque anni scolastici la quota di istituti dotati di strutture sportive è passata dal 34,8% al 43,1%. Restano tuttavia significative differenze territoriali: il Nord registra la maggiore diffusione degli impianti scolastici, seguito dal Centro e dal Mezzogiorno.
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