Anche la politica italiana si schiera sul Nobel ai bimbi di Gaza (tra sostegno e distinguo)
Le nostre interviste a Fratoianni e Lupi sulla proposta rilanciata da Avvenire. Il co-portavoce
di Alleanza Verdi Sinistra: «I bambini sono le prime vittime di ogni guerra, quelli palestinesi rappresentano anche gli altri». Il leader di Noi moderati: «Diamo il riconoscimento a tutte le piccole vittime dei conflitti»

Sindaci, consiglieri comunali, suore, avvocati e perfino un’attrice, ambasciatori in pensione e in servizio, impiegati e professori, associazioni e organizzazioni come Neve Shalom-Wahat al Salam: sono oltre 10mila le adesioni arrivate alla mail petizione.gaza@avvenire.it per dire sì alla proposta lanciata dal professor Eugenio Mazzarella di candidare i bambini di Gaza al Premio Nobel per la pace. La pace che non c’è, si direbbe, la pace che troppi bambini non hanno mai conosciuto e la cui privazione vivono come malattie, fame, mancanza di istruzione e di cure mediche, di riparo, di acqua potabile... La candidatura al Nobel non è solo simbolica. «Riconoscere il sacrificio dei bambini di Gaza è un atto di verità e di giustizia - ha spiegato padre Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa -. Riconoscerlo nel tempo con il Premio Nobel sarà il segno indelebile di chi crede fermamente nella pace». Ma questa proposta non riguarda solo i bambini di Gaza: riguarda il diritto alla memoria per i bambini che in tutto il mondo non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio. «Chi salva un bambino - ha scritto Mazzarella su Avvenire - salva il seme degli uomini. Diamo parola a Oslo, alla pace nella memoria dei bambini che nella pace negata hanno perso la vita. Non c’è niente che somigli a un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino».
Fratoianni (Avs): gli abitanti della Striscia sono la punta dell'orrore, aderisco alla vostra mobilitazione
Tra i leader politici, Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi Sinistra è tra i primi ad aver aderito alla campagna per il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza.
Perché dice sì a questo appello?
Perché è giusto, è persino necessario, perché i bambini sono sempre le prime insopportabili vittime di ogni guerra e perché a Gaza c’è stato molto peggio di una guerra, perché si è scatenata sulla popolazione di Gaza e sui bambini di Gaza una violenza che ha travolto ogni limite. Abbiamo assistito al primo genocidio in diretta televisiva, in diretta social, della storia dell’umanità, perché tutto questo sui bambini, come accade in ogni guerra, si abbatte in modo ancora più terribile e inaccettabile.
Sarebbe un gesto simbolico che comprenderebbe comunque anche tutti gli altri bambini vittime di guerra in tutto il mondo: quelli rapiti in Ucraina e portati in Russia, quelli che il 7 ottobre in Israele sono stati decapitati o hanno assistito allo sterminio delle proprie famiglie?
Non c’è dubbio che ogni bambino, fosse anche uno solo, che perde la vita in una guerra che non ha mai scelto, in nessuna forma, non ha mai voluto, ogni bambino è una vittima insopportabile della guerra, della violenza, dello sterminio. La scelta di Gaza, dei suoi bambini palestinesi, è una scelta importante perché parla di tutti i bambini vittime di guerra e con Gaza indica una punta dell’orrore che si è conficcata nella testa di chiunque abbia voluto vedere, di chiunque non si sia girato dall’altra parte, di fronte a quello che stava e che sta ancora accadendo, perché anche dopo la tregua a Gaza continuano a morire persone innocenti, per la violenza delle armi, per la violenza della fame e della sete, usate come arma di guerra. Succede a Gaza, succede in Cisgiordania e continua a succedere purtroppo in moltissime parti del mondo. Ma la scelta di Gaza, da questo punto di vista, parla anche, credo, a una comunità internazionale che in questa vicenda ancora più che altrove, ha mostrato la sua debolezza, la sua ipocrisia di fronte alla violazione sistematica del diritto internazionale e dunque chiede che si risveglino non solo le coscienze in una forma di compassione verso la morte, verso il dolore, ma che si risvegli la politica per ricostruire un principio del diritto che consenta di non trovarsi mai più di fronte a scene come quelle che abbiamo visto.
C’è un odio che cova nelle famiglie di questi bambini vittime delle guerre. Un premio Nobel parlerebbe anche agli adulti delle popolazioni in guerra?
Lo spero. Poi non so se questo possa bastare, perché credo che per provare a curare l’odio e a trasformarlo per costruire un orizzonte di pace, occorra giustizia. Certo che un riconoscimento come questo sarebbe importante, soprattutto perché forse aiuterebbe a costruire una prospettiva di giustizia.
Si tratta di un appello che va otre i partiti, trasversale, che parla alle coscienze. Crede che comunque ci sia una convergenza nella coalizione di centrosinistra?
Mi auguro che sia la più larga possibile. È assai importante una campagna come quella rilanciata da Avvenire , lo è a maggior ragione di fronte alla determinazione a cambiare le cose anche sul terreno della politica, perché poi la politica deve fare almeno la sua parte. Ed è quello che invece anche di fronte a questa vicenda non è accaduto.
Lupi (Nm): no a proposte ristrette, si pensi anche all'Ucraina e all'Africa
Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, come ha scelto di rispondere all’appello rilanciato da Avvenire per dare il premio Nobel per la pace ai bambini di Gaza?
Se c’è un’immagine forte di chi sono le vittime delle guerre moderne sono proprio i bambini, come quelli di Gaza. E non solo loro. Pensiamo alle altrettante migliaia di bimbi vittime in Ucraina o deportati in Bielorussia e Russia. A quelli uccisi dai terroristi di Hamas il 7 ottobre. Alle vittime innocenti prese di mira nelle scuole cattoliche in Nigeria oppure alla strage in Congo di fedeli che nel 2025 seguivano la messa, compresi purtroppo bambini e ragazzi. Per questo potrebbe essere simbolico dare il Nobel non ai bimbi di una sola parte del mondo. Dall’Ucraina all’Africa, dalla Palestina a Israele, dovunque vengono uccisi è il segno del futuro che viene a mancare.
Per quanto tutte le stragi di bambini siano drammatiche allo stesso modo, non si rischia così di perdere parte del messaggio originario?
Al contrario, proprio per evitare qualsiasi strumentalizzazione, credo sia utile che la proposta non sia ristretta. Se pensiamo all’Ucraina, i dati ufficiali parlano di 20.500 bambini rapiti, ma nell’area ci sono più di un milione e mezzo di minori. La guerra in Ucraina ha fatto quasi altrettante vittime, tra bimbi e ragazzi, di Gaza.
Spesso il premio Nobel per la pace ha premiato i potenti della Terra. In questo appello c’è anche il senso di guardare agli ultimi, alle vere vittime dei conflitti.
Lo diceva anche il Vangelo, i bambini sono le persone più semplici, più innocenti, più indifese. Non hanno il potere, anzi ne subiscono la violenza. Ma proprio per questo credo che sia doveroso dire che, se deve esserci un simbolo che si contrappone ai tanti potenti, sono proprio i bambini. È vero, il Nobel è spesso stato dato ai potenti. Come diceva Romano Guardini, però, il potere non è né buono né cattivo in sé, dipende da come l’uomo decide di usarlo. Se lo si detiene per sé stesso diventa ideologia e violenza, in caso contrario può essere strumento per il bene comune.
Tornando al Medio Oriente, oltre alla situazione di Gaza assistiamo da tempo a continue violenze dei coloni in Cisgiordania. Possiamo aspettarci pressioni del nostro esecutivo sul Governo Netanyahu?
Il Governo italiano, in particolare sulle vittime di Gaza, si è mosso sin dall’inizio portando aiuti. Per questo credo che l’azione dell’Italia per sensibilizzare il governo israeliano debba continuare con una voce molto forte anche su quanto accade in Cisgiordania. Il problema delle guerre, però, è che dopo un po’ l’opinione pubblica si abitua e può scattare l’indifferenza. Penso appunto alla guerra in Ucraina, che va avanti da quattro anni e sembra quasi che non tocchi più nessuno.
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