Nei Caruggi di Genova, tra degrado e volontariato
di Pino Ciociola, inviato a Genova
Viaggio nei vicoli del centro storico più grande d’Europa. I fenomeni dello spaccio e della prostituzione, ma c’è anche una rete che cura le ferite: dalla focaccia sospesa all’occhialeria sociale. «Siamo accanto ai fragili senza distanze sociali»

Con questa prima uscita parte il “Progetto città” di Avvenire, che vedrà il quotidiano raccontare dal di dentro comunità urbane grandi e piccole, nella loro dimensione civile ed ecclesiale: le risorse, i problemi, le prospettive, i valori delle persone, delle istituzioni, della Chiesa locale e dei laici impegnati. Partiamo da Genova, con altri servizi in programma per la settimana prossima e poi con l’incontro pubblico che venerdì pomeriggio vedrà “restituito” alla città il racconto alla sala Quadrivium di piazza Santa Marta. Si parte alle 17.30 con l’introduzione del direttore, Marco Girardo, poi la proiezione di un documentario realizzato in questi giorni dai giornalisti e dalle giornaliste di Avvenire, quindi il primo confronto con la sindaca Silvia Salis, il presidente della Regione Liguria Marco Bucci, il vicario episcopale don Gianfranco Calabrese ed Elisa Belfiori, responsabile Ufficio Terzo Settore di Bper Banca. In altri due panel dedicati al presente e al futuro della città, si confronteranno Maddalena Boschetti, Massimiliano Moretti, Marco Pronzato, Carla Sibilla, Roberto Fiscer, Margherita Goretti, Vittoria Gozzi, Giacomo Mosca e Stefano Rebora. L’intervento conclusivo sarà dell’arcivescovo di Genova, monsignor Marco Tasca.
Accanto. Minigonna e burqa, bimbi e anziani, vicoli senza sole e piazzette senz’aria, odori forti, acri e vento caldo di mare e male e bene, brutti, sporchi, cattivi, buoni, pelli bianche e nere e gialle e parecchie sfumature, salite, discese, topi e lenzuola pulite stese ad asciugare. Mentre Madonnine sorridono e proteggono da edicole sacre, ragazze si vendono davanti alla porta del loro basso, piccoli giocano, qualcuno ruba, qualcuno spaccia, qualcuno ciondola strafatto, qualcuno aiuta e accarezza, qualcuno beve e ride, qualcun altro piange senza far rumore, qualcun altro ancora va di corsa. Sono i Caruggi genovesi, inferno e paradiso frullati insieme. Su un muro tre parole spruzzate con la vernice spray: “Siamo tutti fuoriluogo”. Eppure lo si tocca, quanto Fabrizio De Andrè avesse guardato Via del Campo e proprio i Caruggi meglio degli altri: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».
Tremila vicoli. Questo, che è il centro storico più grande d’Europa, nacque intorno all’anno mille e conta più o meno tremila vicoli, un tempo abitati dal popolo e dalla nobiltà uno accanto all’altra e più d’un palazzo lo “racconta” ancora. In gran parte, oggi invece ci sono gli ultimi e i reietti, dolenti, disillusi, arrabbiati: quasi nessuno si fida di loro e loro non si fidano quasi di nessuno. Quasi, perché c’è «tanta gente che sta facendo tanto bene», dice l’arcivescovo, monsignor Marco Tasca, pensando su tutto al volontariato.
Sul territorio. Qui c’è l’“Occhialeria sociale” che vende a prezzi bassissimi e ha anche l’”occhiale sospeso”, c’è la focacceria, con pane e focaccia “sospesi”. C’è, per esempio, il “Centro storico ragazzi”, un dopo scuola-oratorio che da diciotto anni accoglie, dal lunedì al venerdì, un bel po’ di bambini e ragazzi (dai 6 ai 20 anni) in luoghi diversi nei Caruggi, perché all’inizio non aveva un suo spazio e le parrocchie del quartiere gli misero a disposizione i loro, ma poi il “Centro” non ha più rinunciato a luoghi diversi, per stare più sul territorio.
Piccoli di tredici etnie. Oppure, ancora solo per esempio, l’associazione “Punto emergenza Pre”, che è da trent’anni in strada su via Pre e si fa carico dei bimbi più poveri (se necessario, fin dal concepimento), delle mamme e delle famiglie (visite mediche ginecologiche e pediatriche comprese). Adesso l’associazione segue duecentocinquanta piccoli di tredici etnie diverse. E spiega le ragioni di ciò che fanno raccontando un “loro” bimbo con le parole della responsabile, Bruna Doglio: «Aveva tre mesi, era sotto peso, avrebbe avuto bisogno di tre misurini di latte in polvere per cento centilitri d’acqua e la mamma poteva mettergliene solo uno, lei ci ha suonato alla porta un pomeriggio e siamo stati certi fosse Gesù a bussare, gli abbiamo dato tutto quanto fosse possibile, non soltanto il latte in polvere, e continuiamo a seguirli».
Droga e bande. Naturalmente in questi vicoli la droga scorre a fiumi, prezzi contenuti, per così dire, ma giro (stimato per difetto) da un milione a settimana. Parte dei Carrugi è gonfia soprattutto di Fentanyl, parte, meno, di crack e tutti sono zeppi di marijuana e hashish, che in certi posti e certi momenti riconosci solo respirando mentre passeggi. Naturalmente il “mercato” è nelle mani di tre, quattro bande, che vogliono sopraffarsi l’una con l’altra e volano di tanto in tanto botte, coltellate e qualche colpo di pistola. Bande che, oltre all’etnia, hanno segni distintivi: il cappello con due precise lettere sopra o certi orecchini oppure certe collane. Ma naturalmente anche le mafie nostrane si prendono la loro fetta di torta, ci mancherebbe (e senza dimenticare che Marsiglia non è troppo lontana, specie via mare).
Ragazze di vita. Soprattutto nere, ma anche sudamericane, le ragazze che in alcuni vicoli si prostituiscono sono tante e a prezzi (anche questi) bassi, occhi di dolore rassegnato e stanchezza, modi ruvidi, feriti. Però sanno anche tutto quanto accada da queste parti e funzionano, in qualche modo, un po’ da sentinelle...
Entrano dentro. I Caruggi sono terribili e affascinanti. Pensi di entrarci dentro e invece dentro t’entrano loro fino a graffiare lo stomaco, senza lasciar girare da un’altra parte. E forse bastano le parole di don Francesco di Comite, che abita da anni nella parrocchia di San Luca, nel cuore più cupo e splendido dei Caruggi, che qui dà del “tu” a chiunque: «Sacro e profano, ricchezza e povertà, bellezza e degrado, qui non ci sono distanze sociali» e però «Genova non nasconde le sue ferite».
«Vali perché sei persona». Certo è che ai Caruggi - spiegano in parecchi - «sei accettato così come sei, non devi mascherarti, né dimostrare niente, vali solo perché sei una persona». E magari è per questo che di nuovo lui, l’arcivescovo, lo dice davvero con speranza: «Abbiamo una grande storia da costruire in questa nostra città. E questa nostra città ha tanto bisogno di stare insieme».
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