
Nella città che è la porta de Mediterraneo sull'Europa del Sud-Ovest arrivano ancora oggi lavoratori da quattro continenti. Ma il lavoro è in molti casi povero e sfruttato e in una delle città più ricche d’Italia il Salone Nautico convive con nicchie di periferia che racchiudono bambini con le pance gonfie di malnutrizione perché le famiglie non riescono a comprare le bistecche e pensionati che devono scegliere se curarsi o mangiare. Sono i penultimi, quelli sul limite.
Li ricorda nei suoi discorsi alla città l’arcivescovo Marco Tasca. I penultimi sono fasce meno evidenti della popolazione che vivono sull'orlo del precipizio e spesso sono soli. Tasca ha chiesto alla città dei mille presidi sociali un nuovo modello di sviluppo solidale che faccia rete. Un modello che parte dai caruggi fino alle periferie e alle colline, dove la Caritas è presente con 32 centri d'ascolto in modo capillare. Giuseppe Armas, direttore della Caritas, dal cuore del centro ha il polso della povertà nascosta.
«Il problema - spiega - è il lavoro povero che riguarda famiglie che non riescono pur lavorando a sostenere i costi della vita quotidiana. Le difficoltà principali sono legate al costo dell'abitazione, ovvero affitti, mutui, utenze». Un quarto della popolazione cittadina è in una situazione di reddito basso, un quarto dei giovani sotto i 30 anni ha lavori pagati nemmeno mille euro.
«E poi - prosegue Armas - c'è una povertà educativa crescente. Per affrontare le spese scolastiche promuoviamo un progetto dedicato alle famiglie in difficoltà. Sosteniamo le esperienze ricreative di socialità che contribuiscono alla crescita, come ad esempio le società sportive e tutta l'offerta degli oratori di associazioni, comunità e movimen». Nella città dello striscione «qui nessuno è straniero» esposto dalla scuola elementare Daneo nel centro storico, rimosso dalla Digos e restituito poi dalla Questura dopo la reazione di genitori, insegnanti e dirigenza scolastica, la Caritas ha aperto 20 scuole di italiano rivolte a giovani adulti con il contributo dei volontari, delle Acli e del Masci.
Una è la scuola della Consolazione, dove le lezioni si stanno aprendo e il volontario responsabile Marco Pinna spiega a un pubblico proveniente da quattro continenti di rifugiati, ricongiunti e richiedenti, che devono districarsi con la lingua, non solo per integrarsi, ma anche per lavorare e soprattutto sopravvivere in mezzo alla giungla della burocrazia. Il volontariato è fondamentale. L'anno scorso hanno aderito 177 volontari e si sono iscritte 700 persone. Questo aumenta la qualità delle lezioni con piccoli gruppi e gli allievi sono richiesti dalle aziende.
Per capire la risposta al lavoro povero occorre andare a Sestri Ponente, luogo emblematico dove il 70% dei lavoratori della Fincantieri e del suo indotto, cui è legato il destino del quartiere, proviene dal Bangladesh. Il panorama umano da alcuni anni è mutato diventando simile la sera a quello di Marghera, con famiglie straniere a passeggio con le donne velate. Sono stati segnalati casi di malnutrizione infantile e molti adulti non parlano l'italiano dopo anni perché non riescono a partecipare ai corsi spesso in orario di lavoro. Il lavoro della Caritas è silenzioso e insostituibile. Le dieci operatrici volontarie del centro di ascolto ascoltano mediamente venti famiglie, metà italiane metà straniere, riscontrando anche casi di sfruttamento di persone che devono restituire anche il debito contratto per venire in Italia. Su 120 mila euro erogati con fondi otto per mille, un terzo è per gli affitti prevenendo sfratti, un terzo ai generi alimentari e il resto alle utenze. Sono spesso lavoratori con contratti a chiamata a mille euro al mese. I pacchi alimentari vanno anche ai pensionati come le visite dell'ambulatorio dei medici volontari, con 40 persone al giorno in attesa. Sesti Ponente è anche la casa del Progetto Rut, sperimentazione che vede insieme a Acli, Caritas e la Società operaia cattolica per far fronte alle esigenze di persone a reddito basso con spese impreviste come quelle per le cure a un familiare malato.
Un camper parcheggiato vicino al centro e un'unità mobile dell’Azienda sanitaria, “Game over”, rivela il male oscuro che sta rovinando trasversalmente migliaia di persone. La Liguria, con un volume di 4 miliardi di azzardo fisico e online, è la regione del Nord con la spesa pro capite più alta. Genova è al settimo posto in Italia, ogni maggiorenne spende 2.600 euro l'anno. Maurizio Valle, presidente della Fondazione Antiusura diocesana, spiega che un terzo dei 700 ascolti annui è dedicato all'azzardo. «Si cerca di intervenire sul debito, ma li indirizziamo al servizio Serg perché è una patologia. Sono insospettabili, con un reddito discreto, che si giocano casa, famiglia e vita. L’ultima frontiera sono le scommesse in criptovalute». II resto dei finanziamenti va ai centri di ascolto, erogando soggetti non bancabili somme inferiori ai 2.500 euro e fornendo garanzie per i sovraindebitati a tre banche convenzionate che erogano finanziamenti. I nodi della rete solidale, che avvolge Genova in silenzio, aiutano tante persone dimenticate a non affondare.
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