Si lavora di più ma gli stipendi reali sono fermi: così cresce il fenomeno povertà
Il rapporto Iref Acli fotografa un Paese stabilmente fragile dove, negli ultimi 6 anni, il potere d'acquisto delle famiglie è stato eroso da un'inflazione del 18%. Il presidente Manfredonia: occorrono interventi strutturali. L'ex ministro Giovannini: l'obiettivo è garantire più equità

Più occupazione ma anche più povertà. Negli ultimi anni l’Italia ha assistito a un paradosso economico e sociale senza precedenti: si lavora di più, l’occupazione è cresciuta del +3,8% dal post pandemia ad oggi, ma la sicurezza economica delle famiglie è scivolata verso il basso. Il nuovo rapporto Iref Acli basato su un campione di oltre 342.000 lavoratori dipendenti seguiti dal 2019 al 2024, scatta l’istantanea di un Paese “stabilmente fragile”, dove il lavoro dipendente sembra aver tradito la sua storica promessa di emancipazione e ascesa sociale.
Già, perché il potere d’acquisto delle famiglie è stato eroso negli ultimi sei anni da un’inflazione cumulata del 18%, così oltre la metà dei lavoratori (51%) non è riuscita a recuperare il terreno perduto rispetto al costo della vita. Questo ha colpito sia chi si trova nelle fasce di reddito medio-alte, dove circa il 65% dei lavoratori ha subìto una perdita reale, ma soprattutto non ha risparmiato chi sta in fondo alla piramide: per chi guadagna fino a 13.500 euro annui, la situazione è di pura sopravvivenza, sebbene il 67% abbia visto un incremento nominale, questo è spesso dovuto a piccoli scatti o al cumulo di più lavori, piuttosto che a una reale crescita della qualità occupazionale. Ma non basta. Uno degli aspetti più allarmanti emersi dalla ricerca è la paralisi dell’ascensore sociale. Il 66,1% di chi nel 2020 si trovava nel livello di reddito più basso è ancora fermo nello stesso gradino dopo sei anni. Per questi lavoratori, il mercato del lavoro non è un percorso di crescita, ma una “stazione di sosta” permanente. Nemmeno il ricorso al “multi-job”, ovvero avere più datori di lavoro contemporaneamente, sembra essere la soluzione. Circa il 23% dei lavoratori ha più di un contratto, ma questo sforzo non colma il divario con chi ha un impiego stabile: i “multi-jobber” percepiscono mediamente 10.000 euro in meno all’anno rispetto ai lavoratori con un solo datore e stabili. Una condizione che colpisce soprattutto i giovani tra i 25 e i 34 anni, dove la precarietà iniziale rischia di diventare una condanna a lungo termine attraverso i cosiddetti scarring effects, effetti cicatrice. Sebbene una parte riesca a stabilizzarsi, una quota strutturale del 26,7% rimane intrappolata nella precarietà o vede peggiorare la propria condizione dopo sei anni. Il costo di questa “cicatrice” è quantificabile: i giovani precari guadagnano mediamente 20.150 euro annui, contro i 28.450 euro dei coetanei stabili.
«Questi dati ci dicono che servono politiche strutturali sul lavoro, non sulla precarietà come eccezione da gestire, ma sulla dignità del lavoro come regola da costruire», ha spiegato Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli. Anche perché la fragilità lavorativa finisce per condizionare la vita e le scelte dei lavoratori. A partire dalla povertà educativa. Il 38% delle famiglie con figli e almeno un lavoratore dipendente non riesce a sostenere alcuna spesa per istruzione, asili nido o attività sportive. Nella fascia più bassa questa percentuale sale vertiginosamente: due famiglie su tre (66%) rinunciano a investire nel futuro dei propri bambini. È la prova che la frammentazione contrattuale produce una “rinuncia precauzionale”: chi non sa se lavorerà domani, smette di pianificare l’oggi, bloccando di fatto la riproduzione sociale del Paese. Basta prendere le attività sportive per avere il segno di queste disuguaglianze: solo il 10% delle famiglie nelle fasce basse detrae spese sportive, contro il 28% delle famiglie più agiate. Il rapporto poi documenta una “doppia precarietà” per chi vive in affitto: questi lavoratori hanno un reddito mediano inferiore del 23% rispetto ai proprietari di casa (20.526 euro contro 26.680 euro) e una probabilità molto più alta di avere contratti precari o intermittenti. «Il quadro restituito dalle Acli è quello di un’Italia duale, dove la povertà non è più solo l’assenza di impiego, ma una condizione strutturale che colpisce chi il lavoro ce l’ha», ha ammonito la vicepresidente vicaria, Raffaella Dispenza.
Come se ne esce? Per Natale Forlani, presidente dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), non certo con sussidi a pioggia, come negli ultimi vent’anni, che hanno di fatto «raddoppiato la povertà nel nostro Paese» ma cambiando il paradigma: «Le politiche assistenziali non funzionano. La povertà si contrasta – ha detto – guardando a chi sono i poveri e dando loro una mano, più si diffonde l’assistenza e più le vittime saranno sempre i poveri». E, poi, bisogna avere «un’immigrazione qualificata» perché il 35% dei meno abbienti nel nostro Paese sono proprio gli immigrati. Anche per Enrico Giovannini, già ministro del Lavoro e oggi direttore scientifico dell’Asvis, «servono politiche trasformative all’insegna dell’equità e della sostenibilità. Con questa ennesima, e prevedibile, crisi energetica l’Italia rischia una nuova recessione o, nel migliore dei casi, una stagnazione, accompagnata da una ripresa dell’inflazione, che colpirà maggiormente i redditi bassi». Per questo - e lo si ribadirà il 6 maggio quando avrà inizio la nuova edizione del Festival dello Sviluppo sostenibile - «il nostro Paese deve accelerare la transizione alle rinnovabili anche per abbassare i costi energetici alle famiglie e alle imprese, e rendersi meno dipendenti dalle tensioni internazionali».
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